I Fumetti della Resistenza

Copertina
16 giovani illustratori
per 8 giovani partigiani

Prima pagina :: Storia :: Le Repubbliche partigiane :: La “Repubblica” dell’Ossola - saggio di Paolo Bologna
Indice
La “Repubblica” dell’Ossola - saggio di Paolo Bologna
Note
Cenni biografici
Tutte le pagine

Paolo Bologna
Storico ed ex partigiano, Paolo Bologna è attualmente il presidente dell’ANPI (Associazione Nazionale Partigiani d’Italia) di Domodossola. Ha pubblicato: Il prezzo di una capra marcia. Voci di resistenti ossolani (Grossi Editore, 1989), Il paese del pane bianco (Grossi Editore, 1994) e Quando i picasass presero le armi (a cura del Comune di Mergozzo, 1997).

Cippo a ricordo del confine della “Repubblica dell’Ossola”.La “repubblica” dell’Ossola è certamente la più nota e prestigiosa delle 18 “zone libere” partigiane che ebbero vita tra estate e autunno 1944 in piena occupazione tedesca1. L’esperienza ossolana prese l’avvio con la resa dei presidi nazifascisti2 alle forze partigiane, conclusa nel tardo pomeriggio del 9 settembre 1944 al Croppo di Trontano all’immediata periferia di Domodossola. La trattativa tra ufficiali partigiani (delle formazioni “Valdossola” e “Valtoce”), tedeschi e della Milizia fascista, fu abilmente mediata dai parroci di Masera, don Severino Baldoni, e di Domodossola don Luigi Pellanda. Questi seppero ben rappresentare alla delegazione tedesco-fascista la convenienza di venire a un rapido accordo con le due formazioni “autonome”, considerate moderate, approfittando dell’assenza dei più temibili “garibaldini”. Tali argomenti e una voluta esagerazione del potenziale in uomini e armi dei partigiani risultarono convincenti evitando così la contrapposizione armata tra gli opposti schieramenti, prospettiva che non entusiasmava nessuno.
Così la delegazione partigiana consentì sbrigativamente che gli ufficiali tedeschi conservassero l’arma individuale, che la loro truppa si tenesse anche le armi di accompagnamento di fabbricazione germanica purché tutti abbandonassero la zona. In mano partigiana, garibaldini esclusi, cadde comunque un prezioso quantitativo di armi e munizioni.
Le condizioni della resa vennero poi criticate dagli irritati garibaldini e successivamente anche dal colonnello Giuseppe Curreno della Maddalena (Delle Torri) del “Comando Unico zona Ossola” in una sua relazione al C.V.L. 3.
La liberazione del settembre coronava un periodo di particolare vivacità e combattività delle forze partigiane della zona, malgrado che nel giugno precedente un pesante rastrellamento condotto da numerose truppe tedesche e fasciste nel comprensorio montano della Val Grande avesse inferto un duro colpo alle formazioni ivi insediate, la “Valdossola” di Dionigi Superti e le meno numerose “Giovane Italia” e “Cesare Battisti”. Su poco meno di 500 partigiani impegnati dagli attaccanti, quasi 300 erano caduti in combattimento o nelle allucinanti fucilazioni (quasi sempre precedute, in questa e in altre occasioni, da sevizie inferte ai prigionieri) seguite al rastrellamento. In dieci giorni, dal 17 al 27 giugno e in nove località diverse i fucilati furono circa un centinaio tra cui, il giorno 20, le quarantadue vittime di Fondotoce. Un 43° prigioniero compreso fra i morituri, il diciottenne Carlo Suzzi di Busto Arsizio riuscì a salvarsi benché ferito, uscendo nottetempo dall’ammasso dei cadaveri dei compagni.
Contrariamente alle previsioni dei nazifascisti, dopo quel sanguinoso rastrellamento le forze partigiane avevano ripreso vigore. La ricostituita “Valdossola”, con circa 150 uomini, si era insediata sulle alture sovrastanti Premosello e controllava la sinistra orografica del Toce da Beura sino a Mergozzo. Nell’Intrese operavano i garibaldini della 85a Brigata “Valgrande martire” (nata da una scissione con la formazione di Superti) comandata da Mario Muneghina. Tra Intra e Cannero e la retrostante Valle Cannobina agivano la “Cesare Battisti” di Armando Calzavara (Arca) con circa 80 uomini e la “Generale Perotti”4 di Filippo Frassati (Pippo) con circa 60. Dall’unione operativa di queste due formazioni nacque nell’agosto la Brigata “Piave”. Sulla destra del Toce era presente la “Valtoce” di Alfredo Di Dio che aveva le sue basi operative sopra Ornavasso.
Verso il Cusio era tradizionalmente insediata la “Filippo Beltrami” al comando di Bruno Rutto, che aveva raccolto l’eredità dell’omegnese capitano Beltrami, caduto a Mégolo nel febbraio precedente. I garibaldini dal canto loro tenevano da tempo i passi alpini di Baranca e del Turlo che dalla Valle Anzasca mettevano in comunicazione con la Val Sesia dove era il comando di tali formazioni, tenuto da Eraldo Gastone (Ciro) e da Vincenzo Moscatelli (Cino). Dalla Val Sesia i loro reparti si erano spinti per l’Anzasca nelle Valli di Antrona, di Bognanco, di Antigorio e assorbiranno poi il battaglione autonomo “Fabbri” organizzato dai fratelli Ugo e Ottavio Scrittori di Villadossola dando vita alla 83a Brigata garibaldina “Comolli”.Con l’aumento degli organici poco prima della liberazione dell’Ossola, venne costituita la 2a Divisione Garibaldi “Redi”5.
Domodossola, settembre 1944, durante i funerali dei fratelli Vigorelli e di altri caduti partigiani.Tra l’alta Valle Isorno e le valli Antigorio e Vigezzo era infine presente un’altra formazione autonoma di Pietro Carlo Viglio; diventerà poi la “Brigata Matteotti”. In totale le forze partigiane alla vigilia della liberazione dell’Ossola assommavano a 1500 uomini o poco più, non tutti armati.
Nell’agosto si intensificò la pressione dei partigiani sui presidi nazifascisti, sempre più in difficoltà nel contrastare gli antagonisti delle varie formazioni, che compivano frequenti colpi di mano, controllavano con improvvisi blocchi le strade delle valli e la nazionale del Sempione, interrompevano le comunicazioni ferroviarie e spesso l’erogazione di energia elettrica prodotta nell’Ossola e diretta alle industrie. Occupanti e fascisti si sentirono sempre più isolati, scollegati dai comandi, costretti a rinchiudersi a difesa nei loro alloggiamenti.
I tedeschi incorporavano oltre a un contingente di efficiente polizia militare, parecchi uomini con notevole anzianità di servizio (la Germania era in guerra da 5 anni) di truppa confinaria-doganale, addirittura alcuni reparti di ex prigionieri di guerra dei Paesi dell’Est. La truppa fascista era composta da un coacervo di Milizia Confinaria e ordinaria raggruppate nella G.N.R.6, dalla neonata “Brigata Nera” istituita in luglio, da coscritti dell’esercito regolare con compiti ausiliari. In complesso, un campionario militare che proprio sul finire di quella calda estate accusò rese e diserzioni, individuali e di gruppo, ma ancora capace di pericolose reazioni, che purtroppo si verificarono.
Il 26 agosto un picchetto tedesco passò per le armi nel carcere di Domodossola tre giovani che vi erano stati rinchiusi dalla Milizia; l’esecuzione venne messa in relazione col recente ferimento del comandante del presidio germanico. Ancora, in quegli ultimi convulsi giorni, un operaio padre di tre figli venne colpito a morte da due giovanissimi militi in una via della città, un partigiano vigezzino tratto di prigione e ucciso. Il suo corpo massacrato (frequente il ricorso, da parte dei militi fascisti, all’orrendo vilipendio dei cadaveri) venne abbandonato sulle rive del Toce. Infine a Premosello l’ultimo sanguinoso colpo di coda di fine agosto. Il 29, in risposta alla cattura di un loro motociclista, numerosi tedeschi giunsero in paese e uccisero a fucilate e pugnalate un partigiano e quattro innocenti anziani (di cui due donne), incendiarono alcune case e prelevarono una cinquantina di ostaggi.
Ma nei giorni successivi dal 2 all’8 settembre in rapide sequenze si strinse infine il cerchio attorno a Domodossola. Alcune fortunate azioni forzarono le chiavi di volta della difesa Militari svizzeri e partigiani ossolani alla frontiera Iselle - Gondo.nazifascista ponendo così le premesse per la resa, benchè in città si fosse concentrata una ancor rispettabile forza di almeno 600 uomini, costretti dunque ad alzare bandiera bianca. II 2 settembre la “Piave” riuscì a liberare Cannobio sul Lago Maggiore mentre i garibaldini della “Valgrande Martire” impegnavano a scopo diversivo il munito presidio di Intra, poi il nemico dovette evacuare Oggebbio e quindi tutta la fascia rivierasca dal confine di Piaggio Valmara sino alle porte di Intra. Ancora la “Piave” dalla Cannobina per il Passo di Finero e per la Valle Vigezzo scese nell’Ossola liberando Malesco, raggiungendo da qui il valico di Ponte Ribellasca da un lato, Santa Maria Maggiore e Druogno dall’altro e assediando il giorno successivo Masera dove impegnò combattimento.
L’8 i garibaldini, che avevano già sloggiato tedeschi e milizia dalle altre valli entrarono a Varzo (i tedeschi del presidio ebbero via libera per la vicina Svizzera) e a Crevoladossola, mentre “Valtoce” e “Valdossola” attaccarono e dispersero il presidio di Piedimulera forte di oltre 100 uomini fra tedeschi (che alle prime avvisaglie abbandonarono il campo) e fascisti, che sostennero il peso dell’attacco lasciando sul terreno alcuni morti.
Il capoluogo ossolano fu così completamente isolato e si giunse alla resa del Croppo mentre i partigiani persero Cannobio sul lago Maggiore, rioccupata agevolmente da un forte contingente di fascisti (paracadutisti dell’Aeronautica e allievi ufficiali della G.N.R.) appoggiati da tedeschi e da artiglieria. Dovette quindi venire arretrato al ponte di Falmenta a circa metà della stretta Valle Cannobina il confine della zona libera; e non riuscì poi il tentativo di allargarla sino all’importante e strategico crocevia di Gravellona Toce, obiettivo di un azzardato attacco, dopo che il 12 settembre “Garibaldi” e “Beltrami” erano riuscite a occupare temporaneamente Omegna. Nei furiosi combattimenti protrattisi per due giorni i partigiani subirono perdite dolorose e dovettero infine desistere. Come Cannobio, anche Gravellona rimase così in mano fascista.
Il territorio della zona liberata comprendeva tutta la vallata dell’Ossola, con l’appendice della Cannobina gravitante sul Lago Maggiore. I centri principali della regione in mano partigiana oltre alla stessa Domodossola erano Villadossola, Ornavasso e Mergozzo. In mano nemica restava il lato inferiore del grosso triangolo che configura l’Ossola cioè la fascia rivierasca del Lago Maggiore dal confine italo-svizzero di Piaggio Valmara sino a Verbania-Fondotoce e al nodo stradale di Gravellona Toce.
Giunta provvisoria di governoLa liberazione dell’Ossola costituì in pratica il coronamento di un progetto abbozzato e discusso nei mesi precedenti tra il capo della Missione inglese a Lugano (Special Operation’s Service), Mc Caffery ed esponenti del C.L.N.A.I.7 che ipotizzava lo sgombero del territorio ossolano per trasformarlo in una testa di ponte, capace di ricevere anche aviosbarchi alleati, per un attacco alla pianura padana. L’iniziativa era caldeggiata dallo stesso Ettore Tibaldi, noto antifascista e primario dell’ospedale di Domodossola che dopo l’insurrezione di Villadossola dell’8 novembre 1943 si era rifugiato a Lugano. Dal canto suo il comandante garibaldino Ciro (Gastone) aveva proposto l’istituzione di un comando unico per tutte le formazioni partigiane della fascia alpina del Biellese, Valsesia, Ossola e Verbano, come passaggio operativo necessario per giungere alla liberazione delle suddette vallate. Se il progetto alleato non venne ulteriormente approfondito i garibaldini dalla Val Sesia spinsero però la loro penetrazione nelle valli dell’Ossola.
A Domodossola la nascita ufficiale della “repubblica”8 fu annunciata il 10 settembre da un manifesto, che ordinava la costituzione di una Giunta provvisoria amministrativa per la città di Domodossola e territori circostanti. Capo indiscusso della Giunta fu il socialista Tibaldi che all’atto di lasciare Lugano per rientrare in Ossola si preoccupò di intrattenere gli Alleati sollecitandone l’aiuto. Affiancavano il Tibaldi il sacerdote Luigi Zoppetti, il comunista Giacomo Roberti (nei giorni successivi vennero sostituiti rispettivamente da don Gaudenzio Cabalà e da “Oreste Filopanti”, il ferroviere Emilio Colombo), l’indipendente ing. Giorgio Ballarini e il dr. Alberto Nobili, liberale.
La Giunta rifletteva nella sua composizione le diverse forze politiche impegnate nella lotta di liberazione. Nei giorni successivi, anche su suggerimento del C.L.N.A.I. che desiderava una maggiore articolazione e rappresentatività dei Partiti, vennero cooptati altri commissari: il socialista prof. Mario Bonfantini, l’azionista ing. Severino Cristofoli, il democristiano avv. Natale Menotti e la comunista Gisella Floreanini. In aiuto al segretario avv. Oreste Barbieri, un funzionario a riposo del Comune di Domodossola, venne nominato un “aggiunto” nella persona di Umberto Terracini.
Ogni membro si occupava di diversi settori della vita amministrativa, dalle finanze ai trasporti, dal lavoro all’istruzione sino ai collegamenti col C.L.N. e con l’autorità militare di occupazione (sic), cioè le formazioni partigiane. Fra le attribuzioni del Presidente c’era anche quella dei rapporti con l’Estero e ciò provocò una pronta lagnanza della delegazione luganese del C.L.N.A.I. che ritenne inammissibile un ministero degli Esteri così come censurò l’ordine di costituzione emanato dal Superti dichiarandolo nullo e privo di effetto perché di competenza del C.L.N. e non dei comandanti militari del C.V.L.
Gli scogli furono superati (abbiamo provveduto a mettere le cose a posto scriveva la delegazione luganese del C.L.N.A.I. il 18 settembre) con buon senso ma nel rispetto della legalità. La nomina della Giunta venne ratificata non appena il verbale di costituzione e di insediamento dell’11 settembre giunse a Lugano, mentre per i contatti con l’estero (in pratica con la Svizzera) il conflitto venne composto con la nomina di un rappresentante della Giunta nella persona dell’on. Cipriano Facchinetti residente a Lugano. Tramite la Legazione d’Italia a Berna la Giunta prese contatto col legittimo governo nazionale di Roma ricevendone un entusiastico telegramma a firma di Bonomi (un secondo messaggio venne inviato al comando partigiano) con assicurazioni e promesse che poi il precipitare degli avvenimenti vanificò completamente.
Intanto in città si ricostituiva il C.L.N., composto dal liberale avv. Tito Chiovenda, dal socialista avv. Ugo Porzio Giovanola, dall’azionista prof. Gianfranco Contini, dal comunista Giuseppe Marchioni e dal sacerdote prof. Luigi Zoppetti per la D.C. Si formava la Giunta comunale con cinque membri (sindaco il socialista geom. Carlo Lightowler) e anche negli altri comuni della zona nascevano i C.L.N. e si nominavano sindaci in sostituzione dei destituiti podestà.Frontiera Iselle - Gondo.
A breve distanza dall’entrata dei partigiani nel capoluogo gli organismi civili si dettero così una struttura operativa. Nel clima di entusiasmo che aveva pervaso gli ossolani si organizzarono il Fronte della Gioventù a Domodossola, Villadossola e Varzo, l’Unione Donne Italiane col Gruppo difesa Donne, le Camere del Lavoro a Domodossola e a Villadossola. Si elessero commissioni interne di fabbrica destituendo quelle nominate durante il fascismo. Risorsero i sindacati liberi che chiesero, come prima rivendicazione, un miglioramento salariale di 3 lire giornaliere e aumenti di stipendi per i dipendenti del pubblico impiego. Furono tenuti vari comizi e la stampa ebbe un eccezionale sviluppo. A cura della Giunta uscirono quattro numeri del settimanale Liberazione e parecchi numeri del Bollettino di informazione. I garibaldini pubblicarono Unità e libertà. L’Unità e L’Avanti! uscirono con un numero speciale, la formazione di Di Dio dette alle stampe Valtoce e la “Matteotti” di recente costituzione pubblicò un numero de Il Patriota. L’installazione di una emittente radiofonica (se ne erano occupati l’ing. Bruno Zamproni di Domodossola e il radiotecnico Benvenuto Trischetti) dovette arrestarsi alle prove tecniche per la sopravvenuta rioccupazione nazifascista della zona.
Nelle dodici sedute tenute nel capoluogo ossolano e nella 13a ed ultima a Premia quando Domodossola era già stata evacuata, la Giunta deliberò in materia di economia e di finanza, sociale e assistenziale, valutaria, in merito all’approvvigionamento dei viveri necessari alla popolazione civile e ai reparti armati; si occupò della toponomastica cittadina per il cambiamento di denominazione di vie e piazze dedicate a personaggi o avvenimenti fascisti, approvò la stampigliatura dei francobolli correnti istruendo regolare pratica con l’U.P.U. (Unione Postale Universale) di Ginevra. Vennero anche istituite la commissione di epurazione per esaminare la posizione di iscritti al P.R.F.9, militi fascisti, collaborazionisti ecc. rimasti in zona e rinchiusi nelle carceri cittadine, poi, rivelatesi queste insufficienti, nel teatro “Galletti” e infine trasferiti nel più ampio campo di concentramento istituito a Druogno nella “colonia estiva” della località. La sorveglianza dei detenuti, il cui numero salì in pochi giorni a più di 250, era affidata alla “Guardia Nazionale”, un organismo di polizia costituito nella seduta del 14 settembre, che raggruppava gli elementi già appartenenti a Carabinieri, Finanza, Pubblica Sicurezza, Forestale oltre a volontari locali. Il nuovo Corpo era agli ordini del colonnello Attilio Moneta e doveva, tra l’altro, evitare interferenze e iniziative delle varie polizie militari delle singole formazioni, che in quei giorni agirono senza coordinamento, causando lagnanze che la Giunta fece proprie e cui cercò di porre rimedio. L’amministrazione della giustizia fu affidata all’avvocato milanese Ezio Vigorelli, socialista, con l’incarico di consulente legale e giudice straordinario. Vigorelli, i cui due giovani figli Bruno e Adolfo nel giugno precedente erano morti nel rastrellamento della Val Grande, dette prova di serena prudenza giuridica e di onestà personale. I reggitori della “repubblica” non consentirono vendette né ordinarono alcuna esecuzione, anche se nell’arco temporale della liberazione ossolana i tribunali delle formazioni partigiane (sottratti alla giurisdizione del giudice straordinario) eseguirono alcune fucilazioni. Vigorelli non fu il solo consulente esterno cui la Giunta si rivolse nel suo esperimento di libero governo: in altri campi dettero la loro collaborazione oltre al già citato Facchinetti, Luigi (Gigino) Battisti, figlio dell’eroe trentino, che curava i rapporti economici con la Svizzera e che tentò inutilmente di ottenere dal governo elvetico una partita di armi, i commercialisti Mario Malvestiti e Luigi Padoin per l’amministrazione della Giunta e la formazione del bilancio, il prof. Carlo Calcaterra e il direttore didattico locale Alcide Bara che collaborarono con il commissario all’istruzione alla stesura di un progetto di riforma della scuola. L’ordinamento proposto prevedeva una scuola unica di tre anni, detta ginnasio inferiore, valida per l’ammissione a tutte le scuole medio - superiori (ginnasio superiore di 2 anni, liceo di 3, istituto magistrale di 4). Le scuole professionali dovevano essere strutturate su corsi biennali di avviamento, su una scuola triennale di avviamento professionale industriale, sull’avviamento professionale commerciale di tre anni e sulla scuola tecnica industriale di due anni. La commissione proponeva anche l’abolizione dei libri di testo improntati allo spirito del passato regime e poneva le basi per impedire che la scuola fosse esclusivamente classica o aristocratica.
A cura di Mario Bonfantini si iniziarono anche i corsi di una “università popolare” sulla storia dell’Europa moderna. Dirigenti e operai delle industrie locali dettero entusiasticamente la loro opera progettando e approntando rudimentali bombe a mano, un carro blindato, alcuni lanciafiamme e il carburante occorrente all’autoparco civile e militare con ingredienti disponibili in loco.
Il grave problema dell’approvvigionamento alimentare della popolazione civile e delle formazioni partigiane venne affrontato mediante accordi commerciali con la Svizzera, avviati da Gigino Battisti. Si ottenne subito una cessione di 20 tonn. giornaliere di patate attraverso la Croce Rossa Svizzera e si concordò con il governo di Berna un sistema di compensazioni per ottenere dal Paese confinante forniture alimentari contro prodotti industriali degli stabilimenti ossolani che avevano in giacenza partite interessanti l’economia elvetica quali pirite, acido solforico, abrasivi, cloro liquido, eccetera. Il crollo della “repubblica” anche in questo caso impedì il perfezionamento delle trattative.
Le cure della Giunta provvisoria dovettero anche rivolgersi alle questioni militari connesse alla difesa del territorio. Il 18 settembre si decise di dare vita a un comando militare unico con compiti di coordinamento fra le varie formazioni. La responsabilità di tale comando venne affidata al colonnello Federici (avv. Giov. Battista Stucchi di Monza). Alla costituzione formale si giunse solo dopo diverse trattative che videro spesso posizioni di netto contrasto fra i capi partigiani, gelosi delle proprie prerogative e condizionati dalle differenti collocazioni politiche. Anche se il comando unico non riuscì a svolgere i compiti che si era prefisso, tanto che lo stesso Federici lo definì una barca che fa acqua da tutte le parti, costituì comunque un momento di unità politicamente interessante e la formula verrà ripresa e migliorata all’inizio del 1945, negli ultimi mesi di lotta.
Già nei primi giorni di ottobre si era saputo che i nazifascisti stavano organizzando la riconquista dell’Ossola convogliando a ridosso del “confine” truppe e armamenti. La notizia dell’attacco che si stava delineando servì quanto meno a smussare attriti e rivalità tra i comandanti partigiani che ritrovarono univoca volontà di reazione che si trasmise ai reparti dove i motivi di sfiducia non mancavano. Fonte di rammarico e di critica fu soprattutto l’atteggiamento degli Alleati, che non sostennero i difensori dell’Ossola, dove erano stati predisposti due campi per i lanci di materiale bellico, uno a S. Maria Maggiore in Valle Vigezzo e l’altro alla periferia di Domodossola.
Gli Alleati effettuarono due unici lanci di armi alla sola “Valtoce”. La loro aviazione leggera era anche intervenuta verso fine settembre nel Verbano affondando, e provocando vittime, tre battelli in navigazione: il “Torino”, il “Milano”, carico di truppa fascista e il “Genova”, con truppa e passeggeri civili. Questa azione servì, nei giorni successivi, a intimorire i giovani militari dei Corpi neofascisti impegnati nella riconquista dell’Ossola, che avanzarono con la costante preoccupazione di venire attaccati dall’aviazione alleata, cosa che non avvenne.
I comandanti avevano intanto consolidato lo schieramento che le formazioni avevano assunto sin dai primi giorni della liberazione mantenendo in pratica il controllo delle zone del vecchio insediamento precedente alla resa. Alla difesa erano interessate anche la “Beltrami” sul Cusio e la la e 2a “Garibaldi”, quest’ultima prevalentemente in riserva a disposizione del Comando unico.
Domodossola, Comizio del comandante Garibaldino Cino Moscatelli in Piazza Mercato.La riconquista fascista dell’Ossola fu affidata, dal generale tedesco Willy Tensfeld che da Monza dirigeva le operazioni contro i ribelli nel settore “Oberitalien-West”, al ten. col. Ludwig Buch comandante del 15° SS-Polizei-Regiment il cui piano aveva l’obiettivo di stroncare la resistenza con pronto impiego di tutte le armi e di impossessarsi delle centrali elettriche e della linea internazionale del Sempione. Il corpo di spedizione, con una forza complessiva valutabile in circa 5.000 armati era articolato in 5 gruppi d’attacco, ognuno con compiti e itinerari ben precisi e tutti guidati da ufficiali tedeschi. La truppa era composta di tedeschi (in prevalenza della polizia militare SS) e di italiani di diversi Corpi: SS italiane, paracadutisti dell’Aeronautica e della G.N.R., X Mas, Milizia “Venezia Giulia” e altri reparti. Le armi di accompagnamento erano numerose: cannoni di vario calibro, mitragliere pesanti; le fanterie erano inoltre appoggiate da carri armati medi, da autoblinde, da un treno blindato in retrovia e da (scarsa, ma temibile) aviazione.
L’attacco iniziò il 9 ottobre e fu accompagnato sino alla sua conclusione da una gelida pioggia autunnale che mise in evidenza la sommarietà dell’equipaggiamento dei partigiani, alcuni completamente sprovvisti di indumenti pesanti. La pressione nemica aumentò gradatamente di intensità su tre direttrici: verso la Valle Cannobina, difesa dalla “Piave”, la Valle Strona (“Beltrami”) e infine lungo l’asse principale della valle del Toce, tenuto dalla “Valdossola” e dalla ”Valtoce” con qualche reparto garibaldino.
L’attacco nazifascista riuscì ad avere ben presto ragione della “Piave”. Il giorno 12 alla galleria di Finero caddero sotto il fuoco delle avanguardie avversarie due prestigiosi capi partigiani: i comandanti della “Valtoce” Alfredo Di Dio, e della “Guardia nazionale” Attilio Moneta. L’affacciarsi della colonna nemica al Passo di Finero mise in crisi tutto il dispositivo di difesa, scardinato nel suo fianco sinistro. Lo schieramento della bassa Ossola a cavallo della linea Mergozzo-Ornavasso cedette verso il tramonto del giorno 13, anche per lo scarso munizionamento dei reparti partigiani che peraltro opposero fiera resistenza, rinunciando poi ad attestarsi su una linea arretrata di difesa fra Anzola e Vogogna. Il sabato 14 gli ultimi difensori abbandonarono Domodossola che venne rioccupata nel pomeriggio di quel giorno dalle avanguardie avversarie (SS tedesche e italiane, paracadutisti della G.N.R. e militi del “Venezia Giulia”) tutti al comando dell’Hauptmann Fritz Noweck.
Per i partigiani, sfuggiti alla “tenaglia” prevista dal piano tedesco, non restava che cercare la salvezza nella vicina Svizzera. Con loro anche i membri del governo attraverso il Passo di San Giacomo abbondantemente innevato il 22 ottobre ripararono nel Ticino preceduti da una cinquantina di prigionieri fascisti e da una ventina di militi del “Folgore”, tra cui una donna, catturati dalle retroguardie partigiane negli ultimi disperati combattimenti di qualche giorno prima.
Un buon numero di garibaldini (tra essi Gisella Floreanini che aveva fatto parte della Giunta di governo), meno provati dalla battaglia di sfondamento perché tenuti prevalentemente di riserva, e alcune squadre della “Valtoce”, rifiutarono di espatriare e con una lunga marcia per erti passi alpini si portarono penosamente verso il Cusio e la bassa Val Sesia, dove vennero riorganizzati. Oltre ai partigiani e alla Giunta una vera folla di abitanti dell’Ossola cercò scampo oltre confine. Alcuni avevano preso parte in diverso modo alle vicende della “repubblica”, altri avevano congiunti tra i partigiani, altri infine fuggivano semplicemente davanti alla rioccupazione fascista e al timore di rappresaglie che il prefetto di Novara Enrico Vezzalini aveva preannunciato e che si conobbero in Ossola.
Numerosi treni speciali delle due linee internazionali — Sempione e Centovalli — portarono in salvo gli esuli preceduti dai numerosi feriti che trovarono assistenza negli ospedali d’oltre confine e da circa 2500 bambini ospitati dalla Croce Rossa svizzera presso famiglie elvetiche. Quell’esodo impressionante (una fonte svizzera ufficiosa valuta, addirittura, in circa 30.000 gli ingressi di quei giorni, tra combattenti e civili) svuotò la zona presentando al prefetto, che volle entrare tra i primi in Domodossola nel tardo pomeriggio del 14 ottobre, una città deserta.
I fascisti furono così costretti a tenere un atteggiamento prudente, rinunciando a rappresaglie, anche se non mancarono di sfogare il loro livore nei confronti dell’antico Ginnasio-Liceo tenuto dai Padri Rosminiani. Il 23 ottobre, mentre era in corso la cerimonia di apertura dell’anno scolastico, lo stesso Vezzalini la interruppe bruscamente annunciando la soppressione dell’Istituto e la contemporanea apertura di corsi statali. Una settimana dopo il superiore generale dei Rosminiani, sacerdote Giuseppe Bozzetti, venne incarcerato a Novara e ivi trattenuto pretestuosamente sino al Natale.
Mentre le colonne di rastrellamento rioccupavano le vallate laterali, spesso impegnate in scontri a fuoco con le retroguardie partigiane (a Bagni di Craveggia, a Goglio, a Cimamulera, Ceppomorelli e Macugnaga), che causarono altre numerose vittime, si concludeva la breve esistenza della “repubblica” ossolana.
L’esigenza di costituire e difendere un vero e proprio “fronte” convertendo mentalità e modi di impiego di combattenti abituati alla guerriglia, per di più con armamento inadeguato, portò inevitabilmente all’impossibilità di conservare con operazioni militari il territorio liberato. Come si è visto, mancò l’aiuto degli Alleati che avrebbero potuto forse mutare le sorti della “repubblica” sia pure a prezzo di una costosa e rischiosa operazione basata su costanti e cospicui rifornimenti aerei. Ma ciò non era più evidentemente nei propositi dei loro Comandi, la cui attenzione era rivolta ad altre operazioni sullo scacchiere europeo, né vi era concordanza tra Inglesi e Americani sul ruolo della Resistenza italiana.
L’esperienza ossolana fu una battaglia decisamente persa per il governo di Salò e la sua immagine, fu e resta altamente apprezzabile per la sua specificità che le venne riconosciuta subito, grazie alla vicinanza con la Svizzera che servì a proiettarne positivamente l’immagine nel mondo libero. I “quaranta giorni della repubblica di Domodossola” vennero seguiti dalla stampa d’oltre confine, specialmente del Ticino più vicino alle cose italiane per lingua e tradizioni, che si mobilitò a favore dell’Ossola, per cui la vicenda assunse un valore altamente significativo per la democrazia ancora soffocata, in quell’autunno 1944, da nazismo e fascismo.
Pure fra gli inevitabili dissensi e contrasti ideologici, la Giunta operò in modo tale da costituire un positivo esempio di governo democratico. Ognuno si sforzò di compiere il proprio lavoro al meglio e con notevole apertura. Per la prima volta nella storia recente del nostro Paese una donna (la Floreanini) ebbe su piano paritario responsabilità di governo. I membri del governo, oltre al normale e gravoso lavoro amministrativo seppero dibattere e risolvere, anche se talvolta solo in parte, argomenti di grande incisività politica che servirono a coinvolgere la popolazione particolarmente attenta e quanto si andava svolgendo sotto i propri occhi.
Ovviamente non mancarono attriti, polemiche, prese di posizione. Come i garibaldini, e quindi i dirigenti comunisti, lamentarono di essere stati ignorati all’atto della resa tedesca, anche i democristiani si sentirono penalizzati nella composizione iniziale della GPG, tanto che a rappresentare il loro partito solo in un secondo tempo entrò al governo un loro esponente (l’avvocato Menotti). Così vi furono contrasti tra i comandanti militari, pronti a criticare e contestare di volta in volta i colleghi stessi, il governo e la Guardia Nazionale e a ritardare in definitiva la costituzione del Comando unico. Ciò nondimeno, anche per la personalità dei membri del Governo, segnatamente del presidente Tibaldi e del segretario Terracini, i dissidi restarono contenuti. Ognuno fece il suo dovere e “il banco di prova” dell’esperienza ossolana resse all’avversa fortuna e al tempo. In proposito, giova riportare il lucido sintetico giudizio che, a distanza di anni (1989) ne dette il nostro massimo filologo e critico letterario, il domese Gianfranco Contini: La Resistenza Ossolana è stata un movimento di popolo, sia nei momenti della clandestinità, sia in quello palese della collaborazione al Governo provvisorio. La misura della partecipazione pubblica, in cui ognuno ebbe qualcosa da pagare o da perdere (e poi da non re-clamare), fu un fatto civile di rara e non abbastanza sottolineata rilevanza.