I Fumetti della Resistenza

Copertina
16 giovani illustratori
per 8 giovani partigiani

Prima pagina :: Videoteca :: Documentari ANPI :: Una fossa di nebbia appena fonda. Storia dei fratelli Cervi.
La famiglia dei Cervi in un nuovo documentario

“Una fossa di nebbia appena fonda”, realizzato da Fabrizio Marini per la RAI
Girato in bianco e nero per rendere il clima della tragedia nella Pianura Padana. I sette fratelli e il vecchio “Cide”. L’antifascismo naturale

JavaScript disabilitato!
Per visualizzare il contenuto devi abilitare il JavaScript dalle opzioni del tuo browser.

Ci sono elementi che raccontano i luoghi meglio di qualunque altra cosa. La Pianura Padana, ad esempio. Come si fa a raccontarla senza dire della nebbia, di quel velo denso che nasconde i contorni e gli orizzonti, della luce bianca che attraversa le linee nette dei campi, di quel sembrare di “essere dentro un bicchiere di acqua e anice”, come cantava Paolo Conte? Perfino Salvatore Quasimodo, nel suo omaggio gonfio di commozione ai fratelli Cervi, non potè fare a meno di citarla, fotografando i Campi Rossi come “una fossa di nebbia appena fonda”. Logico, dunque, che il verso del poeta siciliano sia diventato anche il titolo di un nuovo documentario sulle vicende della famiglia partigiana: nelle immagini girate con mano sobria e poetica dal regista e sceneggiatore Fabrizio Marini traspare chiaramente il legame fortissimo della storia della famiglia Cervi con la terra che abitavano, e con quell’«umanesimo di razza contadina» che lo stesso Quasimodo cantava. Commissionato dalla Rai per il programma “La Storia siamo noi”, Una fossa di nebbia appena fonda è stato presentato in anteprima lo scorso 28 dicembre a Reggio Emilia, nel sessantottesimo anniversario della fucilazione dei sette fratelli. È un documentario di equilibrio raro, capace di usare le fonti più diverse (dalle immagini di repertorio a spezzoni cinematografici, passando per le interviste e per gli interventi recitati dall’attore Bernardino Bonzani nel ruolo di papà Cervi) per raccontare la vicenda senza cedere né alla retorica né all’emotività. È una narrazione discreta, quella di Marini. Attenta, e colma di gratitudine per l’eroica normalità della storia della famiglia Cervi. Nell’ora di filmato si presenta per la prima volta al pubblico un’importante novità storiografica: su indicazione dello storico Massimo Storchi, durante i lavori di ricerca Marini ha ritrovato negli archivi del-l’Eur di Roma un documento dell’autunno del ’43 di cui si conosceva l’esistenza, ma non il luogo in cui era stato archiviato. In questo documento, accanto ai nomi di Gelindo, Antenore, Aldo, Ferdinando, Agostino, Ovidio ed Ettore, qualcuno (si dice Mussolini stesso) aveva annotato a mano la scritta “7 fratelli?” sottolineata tre volte. Una volta di più, dunque, appare chiaro come la fucilazione dei fratelli Cervi fosse una punizione esemplare, amplificata dall’aver distrutto un’intera famiglia, e una famiglia che tanto aveva contato per la comunità locale. Marini ha comunque scelto di non fare di questo ritrovamento il fulcro della sua narrazione, né si concentra solamente sul periodo della Resistenza: coprendo un arco temporale che va dalla nascita del nucleo famigliare al funerale di papà Cervi, il documentario mostra con efficacia le motivazioni dell’agire di questi eroi contadini, la loro straordinaria lungimiranza nel capire che la cultura e i libri sono le chiavi dell’emancipazione e del progresso sociale. La loro intuizione è semplicissima, e parte da una considerazione pratica: deve essere chi coltiva il campo a prendere decisioni in merito alla terra che egli stesso lavora. Quando nel 1934 i Cervi abbandonano la mezzadria per diventare affittuari, sono dei precursori: diventano padroni del proprio destino, ed è la necessità di coltivare al meglio il proprio campo che li porta ad agire, a informarsi per cercare un progresso tecnico e migliorare la propria condizione
La “testa” della famiglia era Aldo.È lo stesso papà Cervi, con la voce di Bernardino Bonzani, a raccontarlo: «Quando non veniva nei campi, e rimaneva in casa a studiare, lo lasciavamo fare. Era capitale anche quello». Quella di sottrarre le braccia di un giovane uomo al lavoro nei campi per dargli tempo e modo di studiare era una scelta decisamente non comune in quegli anni, ma è questa apertura mentale, questa fiducia nel potere dell’imparare, che cambia tutto. Aldo legge “La riforma sociale”, la rivista diretta dal futuro Presidente della Repubblica Luigi Einaudi, e da quelle pagine ha l’intuizione chiave: per rendere i campi più produttivi e facili da coltivare, bisogna livellare le terre, e creare una leggera pendenza per far scorrere l’acqua verso i canali di scolo. I Cervi sono tra i primi ad applicare questa innovazione nel territorio reggiano, divenendo modello per tutta la comunità. «Il progresso tecnico – dice Alcide Cervi – si può fare solo se si guarda fuori dal campo». Per emanciparsi serve la cultura, e questa deve essere accessibile a tutti, anche a quel mondo contadino che raramente poteva permettersi di far proseguire gli studi ai figli. Quando i Cervi decidono di creare una biblioteca accessibile a tutta la comunità – nascondendo Il Capitale di Marx e La madre di Maksim Gor’kij in mezzo a volumi decisamente meno invisi al regime fascista – stanno indicando a tutto il territorio che anche per i contadini c’è

la possibilità di studiare, di emanciparsi, di migliorare la propria condizione. «La cultura dal basso diventa una forma di opposizione al regime», sintetizza efficacemente nel documentario lo storico Luciano Casali, curatore della nuova edizione de “I miei sette figli”, il libro di memorie di Alcide Cervi uscito in origine nel 1953 e ripubblicato lo scorso anno da Einaudi. In un ventennio in cui si usava il ruralismo come filosofia di facciata, finendo però per danneggiare la classe contadina a scapito dell’industria, emanciparsi era l’unico modo di sopravvivere. Dato il periodo storico, la voglia di emanciparsi (e l’unione di ideali socialisti e cattolici che il matrimonio di Alcide Cervi e Genoeffa Cocconi sembrava inconsapevolmente simboleggiare) era destinata a tradursi nell’antifascismo militante. Era una scelta rischiosa. Nel territorio reggiano il fascismo picchiò più duramente che altrove: «Qui – spiega Mirco Zanoni dell’Istituto Cervi – esisteva già un’idea forte di cittadinanza attiva creata dalle cooperative di consumo, formate dai contadini che si associavano per ridistribuire le ricchezze». Ma d’altro canto, la scelta era necessaria: come ricorda la storica Eva Lucenti nel documentario, «Alcide sentiva molto forte il concetto di Patria», ma quella del Duce non era più la Patria che i Cervi avrebbero desiderato.

Il passaggio all’organizzazione clandestina avviene grazie a Lucia Sarzi e alla sua famiglia, attori di una delle poche compagnie di teatro itineranti messe all’indice dalla censura. I loro spettacoli erano un veicolo efficacissimo per portare messaggi antifascisti al pubblico, attraverso allusioni, farse e parodie del regime. È proprio attraverso Lucia che Aldo Cervi entra a far parte del Partito Comunista clandestino: i due diventano i perni centrali della rete della Resistenza reggiana. Casa Cervi, specialmente dopo l’8 settembre 1943, diventa una casa di latitanza tra le più attive, «la nostra casa sembrava la Società delle Nazioni», ricordava Alcide. Le attività fervide intorno ai Campi Rossi sembrano inevitabili: semplicemente, non si poteva non fare nulla. E nel documentario, le parole di papà Cervi a proposito del figlio Aldo dicono più di mille discorsi: «Io lo so che sono il primo a morire, ma io non lavoro per me, ma per quelli che vengono dopo, perché qui viene un distruggimento di mondo». E quando, nel documentario, arriva il momento di raccontare i momenti più drammatici della vicenda della famiglia, Marini affida il racconto alle immagini del film “I sette fratelli Cervi” di Gianni Puccini, un film che – oltre a uno straordinario Gian Maria Volonté nel ruolo di Aldo – vide coinvolti anche Cesare Zavattini alla sceneggiatura e un giovanissimo Gianni Amelio come aiuto regista: quelle del-l’arresto degli uomini della famiglia, e della fucilazione al poligono di tiro del 28 dicembre 1943, sono immagini che scorrono veloci. Il dolore di Alcide è rappresentato con pudore: quando l’8 gennaio del ’44 i bombardamenti abbattono le mura del carcere in cui era tenuto prigioniero, lui non può far altro che tornare a casa. «Torneremo a casa a ricostruire l’Italia», dice. Niente altro. Anche dopo la tragedia, il suo pensiero continuava ad andare a ciò che era giusto fare. La Resistenza continua, mentre la famiglia tira avanti armata solo del lavoro di due vecchi, quattro vedove e undici bambini. La grande storia finisce sullo sfondo del racconto, quella dei Cervi torna ad essere una vicenda privata, una questione di dignitosa sopravvivenza al dolore. Ecco perché al documentario basta semplicemente raccontare del 14 novembre 1944 per suscitare nello spettatore una rabbia enorme: i fascisti bruciano il fienile di casa Cervi, il cuore di Genoeffa non regge. Non assomiglia nemmeno più a un atto di guerra, ma solo alla ferocia del voler mettere in ginocchio ciò che restava di una famiglia che, suo malgrado, era già diventata un simbolo. Una volta liberata l’Italia, i Cervi diventano eroi nazionali per volontà popolare: è la gente comune a organizzare i funerali a Campegine per i sette fratelli il 25 ottobre del 1945. Attorno alle loro figure si tiene anche la prima manifestazione di massa della neonata Repubblica, quando il 7 gennaio del 1947 il primo Presidente della Repubblica, Enrico De Nicola, viene a consegnare ad Alcide la Medaglia d’Argento al valor militare; ma è solo quando il Presidente
Luigi Einaudi verrà a casa Cervi, nel 1953, che le vicende della famiglia diventano un fatto di rilevanza nazionale. Come ricorda nel documentario il professore di sociologia rurale Corrado Barberis, «[…] fu in quel momento che i Cervi diventarono eroi italiani, e non solo di partito».È un legame di affetto, ancor prima che di memoria, quello che lega l’Italia a questa famiglia; «Quando uscì il libro di memorie di papà Cervi – ricorda l’ex sindaco di Reggio Emilia Ugo Benassi – l’effetto fu quello di una bomba nel cuore della gente». Ed è in virtù di questo affetto che è ancora difficile non commuoversi davanti alle immagini, riprese dal documentario, delle oltre 200.000 persone che arrivarono a Reggio nel marzo 1970 per partecipare ai funerali di Alcide. Un uomo umile e concreto, che sui piedistalli è sempre stato a disagio: «La storia della mia famiglia non è straordinaria – scrive ne “I miei sette figli” – È la storia del popolo italiano. Combattente. E forte».
(fonte: articolo di Daniele Paletta patria indipendente 10 aprile 2011)