I Fumetti della Resistenza

Copertina
16 giovani illustratori
per 8 giovani partigiani

Prima pagina :: Storia :: Storia nazionale :: I Cattolici nella Resistenza - Pagina 5
Indice
I Cattolici nella Resistenza
Pagina 2
Pagina 3
Pagina 4
Pagina 5
Pagina 6
Pagina 7
Pagina 8
Pagina 9
Pagina 10
Bibliografia
Tutte le pagine

Nel corso dei venti mesi della lotta di Liberazione si assistette così alla diffusione di numerose preghiere partigiane. In Piemonte la più nota fu la Preghiera dei patrioti Tessera di riconoscimento unita a un’immagine sacrapiemontesi; le Fiamme Verdi adottarono come segno di riconoscimento un santino raffigurante il dipinto della pietà di Bartolomeo Montagna e riportante una preghiera patriottica d’origine risorgimentale; celeberrima fu la Preghiera del ribelle, il più alto documento spirituale della Resistenza, composta per la Pasqua del 1944 da Teresio Olivelli mentre in Valsesia fu lo stesso Cino Moscatelli, comunista d’antica data e commissario delle formazioni Verbano-Ossola-Cusio, a comporre la Preghiera del garibaldino. Si assiste quindi a un’elaborazione del sentire religioso che, contrariamente a quanto era avvenuto nel Ventennio, non era più calato dall’alto ma nasceva spontaneo dalla base della società a supporto di una scelta che era maturata in maniera autonoma rispetto alle direttive piuttosto imprecise formulate dalle massime autorità religiose. Un’altra trasformazione importante riguardò l’ambito parrocchiale, e quindi la mentalità di intere comunità, nel quale si svilupparono nuovi modelli di convivenza fondati su più marcati valori solidaristici, sull’apertura nei confronti dell’altro, sui princìpi di una convivenza basata sul pluralismo delle identità. Questi mutamenti furono dovuti in gran parte al ruolo che il clero esercitò durante il periodo resistenziale quando i suoi compiti si vennero progressivamente dilatando permettendo ai parroci di assumere un’importanza che non avevano mai conosciuto prima d’allora. Sacerdoti e coadiutori si trovarono ad operare in simbiosi con gli orientamenti delle comunità locali condividendo in prima persona gli stessi pericoli, le difficili scelte e i drammi comuni vissuti da queste ultime.

Da figura rappresentativa di una sacralità e di una funzione, il parroco mutò la sua fisionomia per divenire l’uomo di tutti, la persona della condivisione, una guida non solo pastorale, ma soprattutto etico-civile. Sul ruolo giocato dal clero per l’affermarsi della Resistenza, fra le tante citazioni possibili ecco quella tratta dalla Storia dell’Italia partigiana di Giorgio Bocca: “Senza l’aiuto del clero tre quarti della pianura padana - il Piemonte, la Lombardia, il Veneto - rimarrebbero chiusi e difficilmente accessibili alla ribellione. […] La maggioranza è amica, quasi ogni parrocchia è un possibile rifugio, un sicuro recapito”. Contrariamente alle gerarchie, costrette per la loro posizione pubblica ad assumere un atteggiamento prudente per lo meno sul piano formale, il basso clero poté intervenire nella realtà con un’azione concreta senza la necessità di rilasciare proclami od esortazioni ufficiali che lo avrebbero eccessivamente esposto alle autorità occupanti ed a quelle collaborazioniste di Salò. Un dato rilevante è rappresentato dal numero di gran lunga superiore dei preti che assunsero una posizione favorevole o in difesa dei resistenti, rispetto a coloro che ebbero un comportamento di connivenza con i fascisti. A Tullio Calcagno, fondatore della rivista Crociata Italica e apertamente schierato con il Governo di Mussolini, il vescovo di Cremona rispondeva in termini perentori: “Il clero italiano non può essere contro la maggioranza del popolo italiano che è contro il fascismo”. La spinta fondamentale a muovere il clero in direzione della Resistenza fu essenzialmente dettata dalla possibilità di assolvere il proprio ministero all’insegna della carità.

Questo tipo di scelta è ben sintetizzata dalle parole di don Andrea Ghetti, promotore e principale figura del gruppo clandestino Oscar:
“La Resistenza fu per noi un moto dello spirito: gesto di solidarietà, ricerca di giustizia nella libertà. Quasi per istinto i preti, le suore, il laicato cattolico si prodigarono nei soccorsi: assistenza agli sbandati, accompagnamento in Svizzera di ebrei e di militari alleati prigionieri evasi; rifugio ai ricercati, rifornimento di viveri ai senza tessera, fabbricazione di documenti falsi, diffusione capillare della stampa clandestina antifascista di ispirazione cattolica”.
L’impegno del clero, però, andò ben oltre i semplici e pur importantissimi comportamenti assistenziali generalmente raggruppati sotto la categoria della resistenza passiva. Le parrocchie e gli oratori non solo divennero un rifugio sicuro per i perseguitati politici e per quelli razziali, ma assunsero anche il ruolo di centri insostituibili cui la Resistenza poté appoggiarsi affinché la lotta di liberazione potesse dispiegare tutte le sue potenzialità. I luoghi religiosi furono spesso le sedi dove si tenevano le riunioni clandestine dei singoli Comitati di liberazione nazionale (Cnl) funsero da depositi d’armi, vi furono organizzate formazioni partigiane cattoliche adibite a funzioni di carattere logistico e informativo. Non è raro, inoltre, imbattersi in realtà locali in cui i sacerdoti organizzarono nelle sale parrocchiali incontri e lezioni aventi al centro i temi dell’organizzazione sociale e della democrazia preparando, in tal modo, il terreno alla sua affermazione e ampliandone contemporaneamente le basi di consenso.