I Fumetti della Resistenza

Copertina
16 giovani illustratori
per 8 giovani partigiani

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Indice
I Cattolici nella Resistenza
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Un compito pedagogico in cui furono affiancati anche dai giovani dell’Azione cattolica. Un esempio su tutti può essere rintracciato nell’operato del milanese Carlo Bianchi, Don Sisto Bighiani celebra la Messa per i partigianipresidente della Fuci (Federazione universitaria cattolica italiana) milanese, che prima di essere arrestato e poi trucidato nel campo di Fossoli si impegnò in una serie di conferenze a sfondo sociale indirizzate ai giovani laureati abbinando questo compito ad altre attività quali la diffusione della stampa clandestina, l’appoggio all’Oscar, la partecipazione alla vita politica in qualità di membro del Cnl Alta Italia. Il clero fu determinante anche in occasione della scelta compiuta dai singoli individui subito dopo l’8 settembre e successivamente in concomitanza con la promulgazione dei bandi di chiamata alle armi da parte della Repubblica sociale italiana. Se per molti la decisione di prendere la via della montagna maturò nella completa solitudine, per chi era cresciuto nell’ambito delle istituzioni cattoliche il proprio parroco fu una preziosa fonte di consiglio. Ai dubbi che venivano sollevati dai giovani, molto spesso il clero rispondeva che non si era tenuti all’obbedienza e che si poteva optare per la lotta armata. Per comprendere su quali princìpi si fondasse questo consiglio è utile rifarsi al pensiero formulato tempo addietro da don Primo Mazzolari che, nella sua famosa Risposta ad un aviatore, si era soffermato sul tema della guerra e dell’obbedienza dovuta alle autorità costituite. Nella sua risposta Mazzolari sottolineava come non tutte le guerre fossero da ritenere ingiuste argomentando che queste non potevano né si dovevano combattere perché era inaccettabile “portare sul piano cristiano quel che è immorale, ossia l’iniquità”. Le guerre giuste, invece, “per quanto dure, dolorose e deplorevoli” dovevano essere accettate e “combattute virilmente, con misura, carità, espiazione”. Ma come poteva essere riconosciuta una guerra giusta da una ingiusta? E a chi spettava il compito di procedere a tale distinzione?

Tale ruolo era affidato all’autorità costituita. Se questa, però, invece di rispondere al suo scopo, ossia il conseguimento del bene comune, si trovava ad operare contro di esso, l’individuo acquisiva “il diritto alla rivolta come verso chi usurpa un diritto”. E questa opzione era esercitabile ogni qualvolta il potere costituito portava all’oppressione dell’anima sollevando così il problema dell’azione da esercitarsi per la sua tutela. La rivolta assumeva perciò il significato di una legittima difesa che poteva essere spinta fino alla negazione della stessa autorità: “Ove comincia l’errore, o l’iniquità, cessa con la santità del dovere la sua obbligatorietà e incomincia un altro dovere: disobbedire all’uomo per rimanere fedeli a Dio”. Tali considerazioni avevano ancora maggior valore se si considera che la Repubblica di Salò, nonostante le sue insistenze, non ricevette mai il riconoscimento ufficiale della Santa Sede. Sul piano pratico tali pensieri trovarono una rispondenza assai diffusa e hanno il loro caso più emblematico nella riunione tenuta presso il seminario di Udine, fra il 10 e il 17 novembre del 1943, da una cinquantina di sacerdoti che giunsero alla conclusione della legittimità della ribellione in quanto il tedesco era da ritenersi “invasore ingiusto”. Il campo d’azione privilegiato per l’operato del clero è rappresentato soprattutto dal contado. Se per la prima volta nella storia d’Italia le classi contadine parteciparono attivamente ad una guerra civile schierandosi non dalla parte reazionaria, una spinta in tale senso, anche se non fu certamente l’unica, fu fornita dai sacerdoti e dalle loro capacità di stringere legami strettissimi con le proprie comunità orientandone con l’esempio i comportamenti. Tutti questi elementi sortirono un duplice effetto. Innanzitutto ampliarono la base popolare della Resistenza rendendo più consapevole la scelta di chi decideva di aderirvi e, in secondo luogo, favorirono il ricostituirsi dei rapporti all’interno dello stesso mondo cattolico imponendo alla Chiesa l’assunzione di un più deciso impegno politico. All’interno del clero, per concludere, non mancarono neppure scelte decisamente radicali come quella di don Vincenzo Foglia, commissario del Cln per la Val di Susa, soprannominato padre dinamite per la sua abitudine a spostarsi tra le valli con lo zaino carico d’esplosivo; o come quella di sacerdoti che ebbero un ruolo determinante nell’organizzazione di alcune formazioni partigiane o che si posero alla guida di distaccamenti sappisti.