I Fumetti della Resistenza

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per 8 giovani partigiani

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Intervista a mons. Antonio Ferraris*

 

Don Ferraris, come e in quale situazione maturò la scelta antifascista?
Non saprei dire come e quando, perché sono cresciuto così: io ero di Pettinengo, sono sempre stato in mezzo agli operai. Del resto, anche in Seminario avevamo degli insegnanti molto chiari nella politica, che si richiamavano ai grandi principi della dottrina sociale cattolica, la quale è tutta per la democrazia. Di conseguenza, per noi, il fascismo è sempre stato visto come un fenomeno che sarebbe terminato presto e non abbiamo fatto nessuno sforzo a non essere fascisti. Non eravamo neppure antifascisti nel senso di essere armati contro il fascismo, però nel nostro conversare, nella nostra mentalità, nei nostri incontri noi eravamo sempre in attesa che qualche cosa cambiasse.

Quale fu il Suo primo contatto con il movimento partigiano?
Un giorno, nella cassetta postale della casa vescovile, si è trovata una lettera che veniva dalle formazioni partigiane della 2a brigata, in cui si diceva che era stato sequestrato un parroco e si desiderava che il vescovo mandasse un suo prete per poter parlare. Il vescovo, che era Carlo Rossi, mi ha pregato di salire a Camandona, dove questo parroco doveva trovarsi; la lettera era di Walter, il commissario della 2a brigata "Garibaldi". E infatti (allora si viaggiava soprattutto in bicicletta perché mancavano altri mezzi) sono arrivato a Camandona, alla borgata Falletti, e mi sono incontrato con Walter per sentire anzitutto che cosa era avvenuto e che cosa intendevano fare. Walter è stato molto umano, molto aperto, direi anche gentile. Mi ha detto: "Noi dobbiamo fare il processo a questo prete, allora dica al vescovo che designi lui una persona a rappresentarlo e che sia presente durante il processo". Gli ho chiesto: "Posso vedere quel prete che avete preso?". "È su al Bocchetto Sessera, per cui adesso non lo può vedere, in un'altra occasione magari".

Per quale motivo era stato arrestato questo parroco?
Era stato preso perché era accusato di avere favorito i tedeschi dando loro del vitto che aveva in casa: forse era un prete un po' "bonomo", che non sapeva scegliere con chiarezza da che parte stare. Forse era un po' di qua, un po' di là. Era il parroco di Valle S. Nicolao.

E come finì questo episodio?
Allora, a un certo punto, mentre c'erano queste trattative... mi hanno dato il dossier delle accuse, che io ho fatto esaminare da un altro prete molto esperto in diritto. Nel frattempo c'è stato il rastrellamento da parte dei tedeschi in tutta la zona che va da Andorno fino a Camandona e le brigate partigiane si sono spostate in pianura. Io ho cercato, per quanto potevo, Walter per chiedergli come fosse finito quel prete e lui mi ha detto: "È con un reparto che è andato verso la pianura". Allora mi sono messo a girare, per cercare il reparto che aveva in custodia questo prete. Sono stato giù, sono passato da Mezzana, perché qualcuno diceva che l'avevano visto di là, poi sono andato giù alla Motta, poi a Salussola. A Salussola veramente c'era un drappello di partigiani che custodivano questo prete e mi ricordo che con loro, con mio grande piacere, ho visto un carissimo amico: il dottor Celesia, che aveva scelto di vivere con le brigate partigiane come medico.
Ho dimenticato di dire che Walter, molto opportunamente, mi aveva consegnato una sua lettera in cui si diceva che lasciassero libero, dietro la mia responsabilità, don Grosso, se io li avessi incontrati. E allora questo è avvenuto: l'han lasciato libero e io l'ho portato a Salussola perché dormisse e sono venuto a Biella con la mia bicicletta. Il giorno dopo sono andato a riprenderlo e l'abbiamo messo in una casa religiosa di Biella, al S. Filippo, raccomandandogli: "Guarda che devi essere molto attento, non devi uscire di qui; insomma sii contento di aver riacquistato la libertà, perché le accuse che ti fanno non sono leggere". Infatti lui è stato abbastanza ubbidiente a questa direttiva. Terminata la guerra l'hanno arrestato e l'han portato in carcere. Quando c'è stato il processo è stato condannato a quattro anni di carcere; era al Piazzo; è poi stato liberato in seguito all'amnistia voluta da Togliatti, quando era ministro della Giustizia.

Lei si occupò attivamente di scambi di prigionieri. Come avvenivano?
Erano trattative non facili. Praticamente avvenivano avvicinando i comandi partigiani dai quali partiva l'iniziativa, perché erano sempre i comandi partigiani che chiedevano questo cambio. Allora mi recavo ai comandi, ossia al[l'Albergo] "Principe", dove c'era il comando dell'esercito della Repubblica sociale, e a Villa Schneider, dove c'era invece il tenente Schuh con le Ss tedesche. Al "Principe" era più facile trattare, invece a Villa Schneider era più difficile perché [Schuh] era un uomo duro, animato da un odio feroce contro gli italiani. Allora si trattava: di regola i partigiani pretendevano un cambio a pari invece i tedeschi no, volevano un cambio non a pari ma in loro favore.

Quale è stato, per Lei, il cambio più importante?
Il cambio che mi ha più impressionato, e forse il più importante, è stato dopo il fatto di Cerrione. Qui i partigiani, mi pare sempre quelli della 2a brigata che erano discesi in pianura dopo il rastrellamento, avevano preso di mira, dall'alto della chiesa che è sopra la strada, dei camion di tedeschi che andavano verso Cerrione: nello scontro vari tedeschi erano rimasti uccisi e altri erano stati fatti prigionieri dai partigiani. Allora di lì tutte le ire: i tedeschi hanno preso posizione in Cerrione e a tutti i costi volevano che si restituissero i loro prigionieri.
È stato di nuovo interessato il vescovo Rossi. I tedeschi han detto chiaro che loro volevano la vendetta a tutti i costi. Il vescovo Rossi è andato a piedi da Cerrione a Zimone, con la neve alta, per incontrare il comando partigiano. Aveva anche un braccio rotto, soffriva assai, eppure ha fatto tutta quella strada proprio per spirito di fraternità, per cercare di risolvere la situazione.
Cerrione era nel terrore. Il primo contatto con il comando partigiano non è servito perché i tedeschi pretendevano e i partigiani non erano disposti a cedere. I tedeschi avevano già piazzato il cannone che da un piccolo spiazzo di Cerrione avrebbe bombardato la frazione di S. Sudario. Intanto una pattuglia tedesca, che io ho dovuto accompagnare, passava di casa in casa e dove non c'era nessun uomo che fosse in Germania o per lavoro o per motivi di guerra, la casa veniva segnata con una croce rossa di minio per essere bruciata in serata.
Ad un certo punto, però, è arrivato da Milano l'ordine che il colonnello, mi pare si chiamasse Bech, doveva partire ed essere sostituito da un capitano di nome Hasse. Prima che si incominciasse ad incendiare le case Hasse è arrivato e ci siamo parlati in latino perché lui non conosceva l'italiano e io non conoscevo il tedesco. Ci siamo capiti bene e alla fine mi ha guardato e mi ha detto: "Noi intenderci, noi intenderci". Subito dopo ha dato l'ordine di sospendere la minaccia di bruciare le case, è cessato anche il bombardamento e sono incominciate le trattative per il cambio, che è poi avvenuto a pari, sette con sette, in una domenica di gennaio del '45, nella casa del parroco di Mongrando.
Ci siamo trovati lì al mattino: eravamo partiti da Biella col camion dei tedeschi con la bandiera bianca; quando siamo arrivati là c'è stato l'incontro fra i nostri carissimi comandanti partigiani, tra cui Quinto, che mi era molto affezionato, e il capitano Hasse. Han discusso per ore e ore. Lentamente, però, il capitano Hasse ha capito in che posizione erano i partigiani: prima anche lui, come tutti gli altri, li chiamava "banditi", invece ha detto: "No, non siete banditi, siete ribelli, non banditi, e avete il diritto di ribellarvi se non vi piace il regime attuale". Alla fine Hasse e Quinto si sono addirittura scambiati il mitra in segno di amicizia.
Avvenuto il cambio siamo ripartiti: quando siamo arrivati a Biella, ai giardini pubblici, il capitano Hasse mi ha abbracciato e mi ha detto: "Sentire qualche cosa qui". Si era commosso, perché aveva capito che c'erano uomini anche dall'altra parte, che non era gente come veniva descritta dalla loro stampa, dalla loro propaganda, cioè gente senza valore e senza ideali. Ha capito che c'era invece un'ansia interiore, c'era un'idealità che guidava i partigiani e li teneva in montagna, ecco.

Quale fu il ruolo del clero biellese durante la Resistenza?
L'ho descritto in un opuscolo intitolato "Sacerdoti nella bufera". Noi, per fortuna, avevamo un vescovo molto chiaro e molto aperto su questi temi, che era totalmente contrario al regime. Lui stesso aveva avuto vari problemi con i tedeschi nell'esercizio del suo ministero, quando andava a visitare i paesi. Per cui, la maggior parte dei preti biellesi era favorevole alla lotta di liberazione e l'ha favorita, ciascuno a modo suo, magari ospitando feriti in casa, come il parroco di Verrone. Altri li hanno ospitati per una cena o una colazione, perché erano affamati. Un altro ha prestato il suo vestito [ad un partigiano] e l'ha vestito da prete perché potesse venire a Biella all'ospedale a trovare la sua mamma ammalata. Però devo dire che ci fu anche qualche prete che era più di là che di qua: pochi direi, ma c'erano.

Ad esempio don Vernetti...
Quella di don Vernetti, che parlava da "Radio Baita" insieme a Boggio, è la vicenda più enigmatica e ancora da chiarire bene. Però abbiamo un suo memoriale, che forse pochi conoscono, in cui dice perché ha agito così: si direbbe che abbia agito, con suo rischio e pericolo (infatti fu poi imprigionato dalle Ss tedesche), per poter ristabilire la pace. Ossia il suo progetto era quello di fondare la Repubblica Cisalpina, ossia una Repubblica del Nord Italia in cui tedeschi e partigiani avessero in mano le redini per poter così mettere fine alla guerra. Forse era più un sogno che una realtà, ma questa idea è stata portata avanti per diverso tempo e il suo memoriale la ricorda, ricorda i nomi, ricorda le date e tutto il resto.

Secondo Lei poteva essere accettabile questa proposta, questa idea di una tregua, di una zona neutra nel Biellese?
Non credo, credo che fosse una illusione, non aveva concretezza a mio parere.

Nel Biellese ci furono sacerdoti con funzioni di cappellano nelle formazioni partigiane?
Dopo l'8 settembre 1943, appena ci fu l'esodo dalla città e dai paesi per andare in montagna, allora ci fu il cappellano, don Aldo Penna (che poi diventò parroco di Pavignano) nominato da Rossi. Poi so che c'erano altri preti, mi pare due o tre, salesiani, non sacerdoti biellesi, non so neppure dire i nomi... So però che in certi luoghi il prete andava anche per amministrare i sacramenti. Per esempio a Zimone, durante il tempo pasquale, c'erano dei frati che andavano dai partigiani che lo desideravano, che avevano voglia di parlare con dei religiosi.

I sacerdoti che collaboravano in qualche modo con la Resistenza venivano favoriti o ostacolati dalla Curia biellese?
Il vescovo Rossi li ha sempre favoriti. Io stesso, ad esempio, sono stato instradato da lui, e sapeva tutto quello che facevo.

Quali motivazioni, in genere, spingevano un sacerdote a collaborare con la Resistenza: era la solidarietà, l'insegnamento cristiano o vi erano anche motivazioni di ordine politico, cioè una scelta di campo?
La scelta del campo politico era di pochi, perché in quel tempo la politica era tenuta, diciamo, in ombra. C'era una politica sola, quella fascista. Però i preti più avveduti, più tormentati per il domani, andavano in fondo alle cose... Noi per esempio, che lavoravamo nell'Azione cattolica, eravamo in diversi, e le nostre adunanze molte volte diventavano adunanze politiche. Io ricordo che quasi tutte le sere dovevo fare un viaggio sul tram per andare a Lessona ad aiutare il parroco; il mio discorrere, con un uomo molto distinto (di cui mi sfugge il nome) che incontravo era tutto su questi temi: temi di politica, temi del domani che ormai si avvicinava, preparazione di gente che fosse poi domani impegnata nella politica e cosi via.

Tra i sacerdotl biellesi vittime dei nazisti vi furono don Cabrio, parroco di Torrazzo, e don Tarabolo, parroco di Sala. Ci può ricordare questi episodi?
Quella di don Tarabolo è stata più che altro una disgrazia. Durante una battaglia molto violenta che si era scatenata tra tedeschi e partigiani, è stato colpito alla fronte da una scheggia. Don Cabrio, invece, era parroco di Torrazzo da un mese, quando si scatenò una terribile battaglia nei pressi del paese, nel punto in cui la strada che discende da Torrazzo si immette in quella che va a Zubiena e Magnano. Siccome in seguito a un rastrellamento che c'era stato nella primavera di quell'anno diversi ragazzi di Torrazzo erano stati portati a Biella e fucilati in piazza Quintino Sella egli era preoccupato che portassero di nuovo via dei giovani e per tutta la mattinata ha seguito dal campanile la battaglia che avveniva nella poco lontana pianura. Poi ha deciso di scendere lui stesso; ha preso in tasca il vasetto degli olii santi, caso mai ci fosse qualche moribondo, la stola, ed è andato giù. Lì si è incontrato con una pattuglia tedesca che aveva preso dei ragazzi. Allora si è interposto cercando di persuadere il comandante a rilasciarli ma questi si è dimostrato durissimo, non ha voluto cedere. Allora lui, tristemente si è avviato verso casa, ma una raffica di mitra lo ha colpito nella schiena.

Quali altri sacerdoti si sono distinti particolarmente per l'aiuto alla Resistenza?
Sono stati diversi. A un certo punto [dopo la Liberazione] io ho chiesto a tutti i preti che mi mandassero una relazione sul loro operato: sono relazioni molto vive, molto toccanti. Direi che sono pochi i parroci che non abbiano avuto parte in questa vicenda.

Nella diocesi di Biella vi furono anche episodi che ebbero come protagoniste suore?
Suore? Ma proprio protagoniste nel senso di essere vittime no, però...

Che aiutavano la Resistenza...
Aiutavano sì. Per esempio le suore di Masseranga aiutavano molto i partigiani quando si trovavano da quelle parti. Masseranga fu un luogo molto importante per le formazioni partigiane, perché si trova in Val Sessera, dove c'era Gemisto... Poi c'erano le suore dell'ospedale: quante volte andavo all'ospedale, al quarto piano, dove c'erano ricoverati i partigiani feriti. Lì c'era una suora molto avveduta, vorrei dire molto furba, la quale curava questi uomini cercando di fare in modo che nessuno si accorgesse che erano partigiani. Anche all'interno dell'ospedale, purtroppo, si verificavano rastrellamenti e momenti di pericolo, adesso però non ricordo più bene gli episodi.

In conclusione, come possiamo valutare il contributo dato dal clero alla Resistenza biellese?
Io direi che il clero ha fatto semplicemente il suo dovere.

Nel Biellese, salvo l'eccezione della brigata "Gl", tutte le formazioni partigiane erano garibaldine. Ciò non significava ovviamente che tutti i partigiani fossero comunisti o fossero atei. Ci furono cioè certamente anche partigiani cattolici nelle brigate garibaldine. Quali furono, secondo Lei, le motivazioni che spinsero questi giovani a partecipare alla Resistenza in questa formazione anziché cercare contatti in altre zone con brigate partigiane, diciamo così, di ispirazione cattolica?
Io credo che sia avvenuto senza una scelta. Non è che questi giovani abbiano detto: "Andiamo qui, perché qui sono così oppure siccome sono così andiamo là". Credo che nessuno abbia fatto una scelta del genere. Ossia: qui c'erano i partigiani, i partigiani erano simpatici a tutti e allora chi voleva fare il partigiano andava in queste brigate.
Naturalmente nelle brigate si faceva anche molta politica, ossia le giornate non si impegnavano certo a giocare a carte, [i partigiani] le impegnavano nelle loro necessità di vigilanza, di battaglia, di guerra e le impegnavano anche nelle loro elucubrazioni.
Poi c'erano degli episodi che andavano al di là della posizione politica... per esempio se noi alla sera ascoltavamo "Radio Libertà" era un gusto sentir parlare... credo che parlassero non soltanto gli appartenenti alle formazioni di sinistra, ma anche gli altri. E c'erano dei comandanti e uomini capaci che appartenevano anche ad altre ideologie.

Quali furono, a Suo parere, i rapporti tra la popolazione e le formazioni partigiane?
L'impressione che ho io è che le popolazioni abbiano favorito dappertutto i partigiani.

Quali ceti sociali contribuirono in misura maggiore alla Resistenza?
Direi il ceto operaio.

E gli industriali biellesi che contributo diedero alla Resistenza?
Mi porta su un argomento su cui non sono preparato. So che attraverso i comitati di liberazione anch'essi erano presenti e contribuivano per le necessità immancabili delle formazioni di montagna, però non saprei dirle con esattezza la proporzione e dove specialmente [lo abbiano fatto]. Ho l'impressione che allora tutto il Biellese fosse d'accordo con i partigiani, è una mia impressione, forse sono un po' ingenuo, ecco.

Quale ruolo, e di che importanza, ebbero, per quanto a Sua conoscenza, le donne nel movimento partigiano biellese?
Ah le donne! Io ricordo ancora... una sera discendevo da Bornasco con la mia bicicletta, ad un certo punto sento muovere e allora ho detto: "Qui ci siamo! Sono i tedeschi che arrivano". Viceversa erano le donne staffetta che arrivavano. Senza le donne staffetta credo che difficilmente si sarebbe andati avanti nella battaglia della Resistenza.

Come vissero la Liberazione Biella e i paesi del circondario?
La liberazione, nel Biellese, è avvenuta il 24 aprile. La mattina, mentre mi avviavo a celebrare messa giù al Cottolengo ho visto i posti di blocco in movimento perché i tedeschi erano partiti. Avevano bruciato tutti i loro documenti, ricordo che, tornando, ho visto le ceneri del falò davanti al "Principe", ed erano partiti. Rimaneva però, al Piazzo, il maggiore Zanotti con le formazioni della "Pontida".
Arrivato in Seminario mi han detto che mi cercavano in via Marconi dove si era radunato il Comitato di liberazione di Biella. Lì mi hanno detto che si desiderava che mi mettessi a disposizione e, innanzi tutto, mi hanno mandato al Piazzo a parlare con il maggiore Zanotti. Fin dal primo momento, Zanotti ha affermato che intendeva lasciare la città senza usare le armi, ossia andarsene, se lo avessero lasciato andare. A Cossato, invece, c'era una formazione fascista, di cui adesso non ricordo il nome1, molto agguerrita: bisognava andare a parlare col comandante.
Sono andato e la trattativa è durata tutta la mattinata, perché non volevano credere che Zanotti se ne sarebbe andato senza combattimento. Loro infatti erano decisi a resistere. E allora, cosa fare? Si è aspettato, si è telefonato. Loro han telefonato a Vercelli, io a Biella: il Comitato di liberazione stava aspettando una risposta. Cosi è passata la giornata. Mi ricordo che ho dovuto salire anche a Strona, dove si erano radunate le brigate partigiane, a trattare con loro. Erano d'accordo di non iniziare combattimenti se la formazione fascista di Cossato avesse ceduto le armi. Praticamente si è andati avanti fino al pomeriggio fin quando, poi, ho detto: "Qui dobbiamo decidere qualche cosa". Allora, sempre d'accordo (per telefono) col Comitato di Biella, siamo partiti con i comandanti di Cossato e siamo venuti su. È arrivato con me a trattare anche un dottore del Vernato, e ci siamo trovati al ponte della Maddalena.
Venendo su ho sentito l'ondata di festa da parte della gente, cui era giunta la notizia che eravamo alla fine. E allora gente sulle strade, gente che gridava, gente che applaudiva. Siamo arrivati lì e poi è avvenuta la resa. C'erano già i comandanti partigiani ben preparati, con le loro richieste, e nella serata le formazioni partigiane sono entrate in Biella, la città era un visibilio di festa, era una festa sola: dai balconi, dalle finestre, sulla strada. Ecco, non avrei mai pensato che la gente sarebbe stata così toccata dalla letizia, dalla gioia, appena fosse cessata la guerra. È vero che tutte le guerre quando cessano portano gioia; io ricordo quando è cessata la prima guerra (ero un bambino): nelle nostre case non avevamo niente ma siamo andati a cercare degli stracci per fabbricare una bandiera tricolore e metterla fuori, per far festa. Il cessare delle guerra porta sempre festa, ma 'sta volta direi che era una festa ancora più profondamente sentita.
Poi sono ancora andato a Salussola dove avevano minato il ponte, perchè lì, poi, è arrivata una formazione2 che veniva da Cigliano, da Cavaglià e aveva anche ucciso molti partigiani, perché nel Biellese il 24 i combattimenti erano cessati, ma dalle altre parti no, dalle altre parti erano ancora in guerra.
Poi abbiamo fatto un grande pellegrinaggio ad Oropa, c'erano più di trentamila persone: era una domenica di maggio, siamo andati a ringraziare la Madonna.

 

Note
* L'intervista è stata rilasciata a Piero Ambrosio a Biella il 15 dicembre 1984 nell'ambito delle riprese per il programma video "Aspetti della Resistenza in provincia di Vercelli".
1 Si trattava del battaglione "Montebello" della Guardia nazionale repubblicana.
2 Erano reparti della colonna nazifascista in ritirata da Trino che, il 29 e 30 aprile, aveva compiuto i noti eccidi di Santhia e Cavaglià.

Fonte:
Intervista a mons. Antonio Ferraris*
"l'impegno", a. V, n. 3, settembre 1985
© Istituto per la storia della Resistenza e della società contemporanea nelle province di Biella e Vercelli.

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