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In memoria del Vicequestore Vittorio Padovani
Il trentennale della riforma della Polizia
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Il Trentennale della riforma della Polizia e il Movimento dei Poliziotti Democratici

17 Dicembre 2011- 35° Anniversario dei poliziotti Vittorio Padovani e Sergio Bazzega, vittime del Terrorismo a Sesto San Giovanni
a cura di A. Iosa del Direttivo Nazionale AIVITER (1)

Il servizio di Polizia, sino alla approvazione della legge  n. 121 del 1 aprile 1981, non era l’esercizio concreto di una funzione per assicurare a tutti una quieta convivenza sociale, secondo i principi sanciti dalla Costituzione per tutelare il diritto del cittadino al “bene sicurezza”.
Tra il 1964 e il 1967 già si respirava un clima di servizi segreti deviati, che tramavano con tentativi di colpo di Stato, come è stato dimostrato  per le verità non dette del Sifar e per i retroscena del “piano Solo” e del generale Di Lorenzo, che volevano realizzare un regime autoritario in Italia. Le forze dell’ordine erano impegnate, secondo una tradizione conservatrice e repressiva, a risolvere, con manganelli e fucili, la secolare condizione umana di sfruttamento dei contadini delle campagne e degli operai delle fabbriche, che ricorrevano all’arma  dello sciopero e delle  manifestazioni di piazza, strumenti di lotta democratica  per  la conquista e  tutela dei loro diritti umani e sindacali.
Roma: 21 Dicembre 1974 all’Hotel Hilton si tenne il 1° Convegno Nazionale del Movimento Democratico dei Poliziotti

Roma: 21 Dicembre 1974 all’Hotel Hilton si tenne il 1° Convegno Nazionale del Movimento Democratico dei Poliziotti, la prima importante tappa storica allo scoperto, presieduta da Luciano Lama Segretario della CGIL.

 

Sino a tutti gli anni ’70, i Poliziotti sentivano lo sguardo sprezzante, rabbioso e carico di violenza dei dimostranti disoccupati, studenti contestatori sessantottini e operai che  urlavano slogan “ sbirri, servi del padrone; PS = SS”.
I protagonisti del terrorismo minacciavano con insulti “attenti poliziotti è arrivata la P38; più vedove più morti più sbirri morti e, negli anni seguenti 10, 100, 1000 Nassiryia o 10, 100, 1000 Raciti e, persino, Biagi boia non pedala più”.
Quanta carica di violenza organizzata hanno subito i poliziotti negli “anni di piombo” e quanto delirio di distruttiva onnipotenza hanno subito con la criminale guerriglia quotidiana degli eversori di estrema destra e di estrema sinistra!

Il terrorismo dilagante considerava i poliziotti obiettivi mirati e simboli da abbattere, in quanto le Forze dell’Ordine erano percepite come strumento di repressione a servizio del potere politico dominante.
Fu proprio agli inizi degli anni ’70 che alcuni funzionari di Polizia, quasi tutti di origine meridionale, presero coscienza che anche loro erano una categoria di lavoratori e figli del popolo. Decisero, pertanto, di fondare il “Movimento democratico dei poliziotti”.
Compito della Polizia è garantire la sicurezza e non quello di tamponare conflitti sociali irrisolti per l’incapacità di una classe politica.
Bisognava uscire dal ghetto e restituire dignità umana e professionale, quasi sempre mortificata, per la militarizzazione del corpo di polizia.
Il primo ad appoggiare i fermenti positivi, che emergevano tra i poliziotti, fu  il giornalista Franco Fedeli di Roma, direttore di “Ordine Pubblico”, che  aprì il suo giornale a una libera tribuna, che raccoglieva le idee nuove dei poliziotti, considerati “carbonari”e che scuotevano una istituzione, tradizionalmente conservatrice e repressiva, come la Polizia.
I maggiori Sindacati Italiani Cgil, Cisl e Uil, non tanto perché lo scrittore Pasolini aveva preso le difese dei poliziotti di fronte agli scontri con gli studenti romani all’Università di “Valle Giulia”, si resero conto che anche i poliziotti erano figli del popolo.
Si trattava di una categoria di lavoratori, in maggior parte,  provenienti dalle classi sociali più povere del profondo Sud del Paese  e del Veneto contadino per sfuggire alla fame e alla miseria.  
Si rese necessario avere la consapevolezza che i poliziotti erano una categoria di lavoratori ai quali riconoscere eguali diritti di libera associazione nel rispetto della Costituzione.
La rete del Movimento democratico dei poliziotti  “carbonari”, per la democratizzazione e la Riforma della Polizia, cominciò ad estendersi da Bologna a Napoli, da Messina a Milano, da Roma e Palermo, da Torino a Venezia, da Bolzano a Matera, da Genova a Bari.
Nel l’ottobre del 1971, una sessantina di “celerini” della caserma Teglia di Torino, avevano osato sfidare il codice militare, sfilando in uniforme per il centro della città, in una manifestazione silenziosa di protesta.  
Altre manifestazioni si svolsero a Milano, Palermo, Roma.  Sempre a Roma un centinaio di agenti a viso coperto si erano radunati in piazza Venezia, a Roma, ben presto inseguiti e caricati da altri poliziotti in servizio.

L’ostilità del Viminale e la dura repressione

I vertici ministeriali reagirono con ostilità, sospetto e repressione. Il Viminale considerava sovversivi e insubordinati i poliziotti democratici, che non rispettavano il codice militare.  
I poliziotti che, infatti, sfilarono a Torino, furono condannati a cinque mesi di carcere per sedizione aggravata e i promotori della marcia furono espulsi dalla Polizia.
Per soffocare sul nascere la spinta democratica delle forze dell’ordine si ricorreva anche al trasferimento dai posti di lavoro e alla schedatura dei partecipanti agli incontri per provvedimenti disciplinari e intimidazioni varie.
I poliziotti del Movimento capirono che bisognava sensibilizzare gli ambienti politici e sindacali, le istituzioni democratiche e l’opinione pubblica , proprio in un periodo storico torbido e malsano della storia del Paese, quando il terrorismo eversivo e lo stragismo minavano l’ Ordinamento costituzionale dello Stato democratico e le stesse conquiste sociali della classe lavoratrice.
A Roma, il 2 luglio 1974 si tenne la prima riunione per adempiere al dettato costituzionale “libertà di associazione sindacale anche per i poliziotti”.

Parteciparono all’incontro rappresentati dei Poliziotti democratici, dei Sindacati (con i segretari nazionali Lama, Storti e Benvenuto), delle Acli e dei maggiori partiti politici: DC, PCI, PSI, PRI, PSDI e due magistrati.
Fu un incontro clandestino, ma da esso nacque il germe di un rapporto di collaborazione, che fece crescere il Movimento sorto dal cuore dei poliziotti, che veniva politicamente criminalizzato dalla parte più retriva della Dc e degli apparati centralizzati del Ministero dell’Interno.
I poliziotti democratici venivano accusati di essere sovversivi e troppo di sinistra, anche se molti poliziotti erano moderati e compivano il loro dovere nella consapevolezza di reclamare i loro diritti.
Nell’Ottobre del 1974 la crescita democratica dei poliziotti segnò l’inizio di tappe esaltanti del processo di democratizzazione con la presentazione di un Comitato di studio per la Riforma della Polizia, composto da esponenti democristiani, comunisti, del Partito Repubblicano, del PSDI, del PLI e, per la prima volta, delle organizzazioni Sindacali CGIL, CISL, UIL e di tre magistrati.
La strada era lunga e irta di difficoltà, ma i poliziotti democratici non erano più soli ad affrontare la reazione del Viminale, avevano a loro fianco anche i lavoratori delle fabbriche.
Il Ministro dell’Interno dell’epoca (Luigi Gui) diramò una severa circolare per dare direttive al capo della Polizia, ai prefetti e ai questori per ottenere l’osservanza di quelle norme di cui i poliziotti denunciavano la non democraticità e l’anacronismo.
Il 21 dicembre 1974, il Movimento uscì allo scoperto col primo convegno nella sala congressi dello hotel Cavalieri Hilton di Roma e fu una importante tappa storica nell’evoluzione culturale e sociale del Paese.
L’assemblea, presieduta dal Segretario Generale della CGIL Luciano Lama, vide la partecipazione di ben tremila poliziotti, provenienti da molte città italiane, presenti esponenti di tutti i partiti politici dell’arco costituzionale, dei sindacati, di alcuni magistrati e  studiosi del settore.
Nasce in questo convegno il Comitato di coordinamento nazionale dei Poliziotti democratici.

La repressione del Viminale

L’assemblea dell’Hilton scatenò una più articolata repressione del Viminale, che inviò poliziotti in servizio per spiare i colleghi “carbonari o clandestini” e per denunciarli,  perché  avevano preso la parola durante l’assemblea, alla magistratura militare e accusarli di insubordinazione.
Nel 1975 decine di poliziotti furono trasferiti da un capo all’altro d’Italia, altri furono oggetto di provvedimenti disciplinari sulla base di una puntigliosa interpretazione degli articoli contestati che negavano la “libertà di associazione sindacale ai poliziotti”.
Costituiva reato parlare di una “Polizia efficiente e democratica, non soggetta al codice militare”!
Furono incriminati ufficiali, funzionari, guardie colpevoli di seminare panico tra i 70 mila poliziotti. Si boicottò anche la diffusione della rivista “Ordine Pubblico”.
In questo clima di intimidazioni e rappresaglie da parte dei falchi del Viminale sparsi in tutte le questure e nelle prefetture d’Italia, il Movimento seppe resistere e trovò la solidarietà da parte di tutte le forze democratiche, che presentarono in Parlamento i primi disegni di legge.  
Si ottenne, altresì, il pieno appoggio delle organizzazioni sindacali dei lavoratori,  di diversi magistrati e di studiosi esperti in materia.
Il 24 Maggio 1975 il Viminale cambia la strategia per svuotare il Movimento dal suo interno, con la costituzione di tre Comitati di rappresentanza: uno per i funzionari e la Polizia femminile, il secondo per gli ufficiali e il terzo per i sottufficiali, appuntati e guardie.
Tali comitati, esclusivamente consultivi e gerarchicamente controllati, rallegrarono “i falchi ministeriali”, ma non riuscirono ad imbavagliare le idee dei poliziotti democratici.
Il 17 Luglio 1975 fu organizzato il primo convegno nazionale dei quadri del Movimento e l’incontro si tenne a Roma nella sede unitaria di Cgil – Cisl - Uil in via Sicilia e vi parteciparono 140 delegati di 70 nuclei provinciali ancora clandestini, che si diedero come obiettivo di continuare la lotta per sensibilizzare anche l’opinione pubblica.
Il 18 ottobre, al Teatro delle Arti di Roma si tenne anche il primo convegno del Comitato d’intesa tra giuristi e politici. Il titolo della riunione era: “La Polizia in uno Stato democratico”.

Roma: i poliziotti democratici scendono in piazza

Roma: i poliziotti democratici scendono in piazza per reclamare la smilitarizzazione e il diritto al loro Sindacato.

Il Ministro Cossiga giunge al Viminale

Il 12 febbraio 1976, Il Ministro dell’Interno, Luigi Gui, uscì dal Viminale travolto dallo scandalo Lockeed e vi subentrò Cossiga, docente di Diritto Costituzionale, che quando divenne Presidente della Repubblica, si scoprì gladiatore, piduista,  picconatore, esternatore e custode dei misteri della Prima Repubblica nello spirito dei tempi del “Divo Andreotti” e anticipò le insolenze della seconda nello spirito del “Caimano Berlusconi”.  
Cossiga  comprese subito le ragioni del Movimento per la Riforma della Polizia: smilitarizzazione e libertà sindacale. Fu questa una svolta importante a livello istituzionale per chi si batteva non per privilegi di categoria, ma per migliori condizioni professionali nell’interesse della sicurezza dei cittadini e delle istituzioni.
Occorreva superare la diffidenza sulla libertà sindacale e il diritto di sciopero di gran parte della DC, anche se l’ala  minoritaria della sinistra democristiana,rappresentata da Fracanzani - Fontana - Bonalumi ed altri era favorevole ai lavoratori della Polizia e auspicava la smilitarizzazione e la riforma della Polizia. Tutti gli altri partiti del cosiddetto “arco costituzionale” erano favorevoli alle richieste del Movimento.
Il 15 maggio del 1976  si svolse a Roma, nella sede della Federazione dei Lavoratori Metalmeccanici, il secondo convegno nazionale dei quadri provinciali, con trecento delegati in rappresentanza di 88 città, che  elessero un Consiglio generale e che firmarono e resero pubblico un documento nel quale si sollecitavano le forze politiche per un programma unitario.  
Il Ministro Cossiga, in occasione della Festa della Polizia ai primi di luglio, auspicò la Riforma con spirito di autentica collaborazione sull’interesse esclusivo del bene comune.
Ma gli ostacoli divennero insormontabili per l’opposizione intransigente di alcuni notabili di partito e della maggioranza moderata della DC , che protestavano nel 1977 anche contro il Segretario Benigno Zaccagnini, che si era dimostrato aperturista alle richiese dei poliziotti.
Si rischiava che la DC fosse in minoranza nel Paese,  nel Parlamento e nella Commissione Interni della Camera.
Si rileva che, dal 1974 al 1981, il terrorismo programmò i più feroci e spietati attentati con obiettivi mirati, in prevalenza, rappresentati dalle Forze dell’Ordine. Ben 119 furono i caduti falcidiati tra   poliziotti, carabinieri, guardie carcerarie e altri centinaia di poliziotti caddero, come vittime del dovere,  nella lotta contro la criminalità comune
Il progetto del  Sindacato e della Riforma di Polizia andava avanti con le proteste indirizzate  contro la DC  che frenava la realizzazione.
Nel  dicembre del 1980,  il segretario della DC Flaminio Piccoli  ricevette  una delegazione di poliziotti in piazza del Gesù, promettendo la disponibilità a fare approvare il disegno di legge in Parlamento con il consenso dei deputati democristiani. La Dc aveva, finalmente, capito che sarebbe stato controproducente, sul piano politico, continuare a dimostrare la sua ostilità alla nascita del sindacato.
Nel 1980 l’iter legislativo, non più frenato da ritardi  e ostruzionismo, si avviava a vedere la luce.

La legge  n. 121/ del 1 aprile 1981

La legge n. 121 di istituzione e riordinamento della nuova Polizia di Stato, per un nuovo rapporto tra cittadini e tutori della legge, fu approvata il 1/04 del 1981. Da questo momento, quanto più il Movimento si trasformava in Sindacato, tanto più i contatti con la Segreteria Nazionale diventavano difficile, per la complessità dell’approvazione normativa delle conquiste del Movimento.
Alla fine di  aprile del 1982 nasce il Sindacato Unitario “Siulp” all’Hotel Ergive di Roma.
Si prospetta per la Polizia un cambio di rapporto fondamentale con i cittadini.
Il concetto del “bene sicurezza” viene garantito ad ogni persona attraverso strutture di formazione più professionali e  democratiche.
La legge 121 contiene il concetto civile non militare della sicurezza, l’insegnamento obbligatorio della Costituzione nelle “Scuole di Polizia”, la parità del ruolo fra uomini e donne, la rappresentanza dei diritti costituzionali  anche per i tutori dell’ordine, la formazione comune dei dirigenti. La legge, in sostanza,  dà efficienza, professionalità e democratizzazione attraverso la smilitarizzazione, il ridimensionamento del ruolo prefettizio, il coordinamento delle forze di Polizia, la rappresentanza sindacale.
Non è più tempo degli scontri tra studenti e poliziotti alla Università romana di Valle Giulia e della lotta di classe tra poliziotti “poveri” e studenti manifestanti “ricchi” di cui parlava Pasolini negli anni’70.
La nascita del Sindacato Unitario del 1982 durò fino all’ inizio degli anni’90, poi nacque la sua frantumazione. Quanti di questi obiettivi contenuti nella legge 121, a distanza di 30 anni  dalla sua entrata in vigore, siano tuttora attuali e come mai oggi la diaspora tra i Sindacati di Polizia ha assunto aspetti patologici, non tocca a me dirlo.
Non possiamo dimenticare le spinte e gli episodi involutivi di contrasto che abbiamo vissuto in alcuni scontri recenti di Napoli e in quelli più tragici dei G8 di Genova. Rimane, però, incontrovertibile che il patrimonio democratico delle Forze dell’Ordine è ormai acquisito nella coscienza civile del popolo italiano e non saranno certamente i Black Bloc, o gli anarchici insurrezionalisti, o frange arrabbiate dei centri sociali massimalisti, o altri gruppi professionisti della violenza ad annullare le conquiste dei “Poliziotti democratici e di tutte le Forze dell’Ordine”, che garantiscono la sicurezza e danno fiducia  ai cittadini.
Questo grande valore  della “Polizia a servizio dei Cittadini” lo dobbiamo, a  distanza di 35 anni e anche qui Sesto San Giovanni, al sacrificio del Maresciallo Sergio Bazzega, un friulano di Gemona e del Vice-Questore Vittorio Padovani, un emiliano di Modena che, con coraggio e lealtà, hanno lottato assieme ai  colleghi meridionali per la smilitarizzazione e la democratizzazione delle Forze di Polizia e raggiunto la libertà sindacale e il diritto di sciopero.

(1) Si ringrazia Ennio Di Francesco, già ufficiale dei carabinieri e funzionario di pubblica sicurezza   per la collaborazione alla stesura della riflessione e per il suo volume di testimonianza storica “Un poliziotto scomodo”.