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Hetty Hillesum. Diario e lettere
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Etty Hillesum

Esther Hillesum, detta Etty (Middelburg 15 gennaio 1914 – Auschwitz 30 novembre 1943), è stata una scrittrice olandese di origine ebraica, vittima dell'Olocausto

Ci ha lasciato un Diario e una raccolta di lettere. Un personaggio da conoscere e dei testi da leggere...
(Alberto Farina)

 

Etty Hillesum, Diario, Lettere “Se tutto questo dolore non allarga i nostri orizzonti e non ci rende più umani, liberandoci dalle piccolezze e dalle cose superflue di questa vita, è stato inutile”. Questa frase sintetizza la grande lezione che l’ebrea olandese Etty Hillesum ci ha lasciato attraverso il suo diario e le sue lettere, scritti fra il 1941 e il 1943, prima che la donna venisse deportata insieme alla famiglia nel campo di sterminio di Auschwitz, dove morì il 30 novembre 1943, dopo poco meno di tre mesi di internamento. Etty Hillesum nacque il 15 gennaio 1914 da genitori ebrei non osservanti: il padre, docente di latino e greco, divenne preside del liceo della cittadina di Deventer; la madre, di origine russa, era arrivata in Olanda nel 1907 a seguito di un pogrom. Laureatasi in Giurisprudenza all’Università di Amsterdam, Etty mostrò tuttavia interessi soprattutto in campo letterario, prediligendo in particolare le letterature slave e apprendendo la lingua russa. Giovane brillante e aperta, sperimentò tuttavia fastidiosi malesseri, che oggi definiremmo psicosomatici, le cui cause risiedevano nel difficile rapporto con la madre e, probabilmente, in una tara familiare, visto che anche i due fratelli Jaap e Mischa soffrirono saltuariamente di disturbi psichici. L’occupazione tedesca dell’Olanda comportò per Etty le progressive restrizioni delle libertà personali che il regime nazista imponeva agli ebrei; ma nei suoi scritti tutto ciò, pur nella sua profonda drammaticità, fa da sfondo alle risonanze interiori che la giovane olandese registra con una straordinaria capacità di lettura della propria intimità personale. Il diario della Hillesum, che consta di undici quaderni, fu iniziato dopo un incontro che segnò in modo indelebile la sua vita: nel gennaio del 1941 in modo casuale ella conobbe Julius Spier, ebreo e fondatore della psicochirologia, che aveva intrapreso ad Amsterdam la carriera di terapeuta su consiglio di Karl Jung. Dotato di una personalità carismatica e di acute capacità intuitive, Spier divenne per Etty, più che un semplice terapeuta, un vero e proprio maestro di vita che, nonostante le non poche ambiguità che costellarono il loro rapporto, aprì alla giovane nuovi orizzonti, facendole approfondire la psicologia junghiana e conoscere opere religiose come la Bibbia e le Confessioni di Sant’Agostino. Attraverso il legame con Spier, Etty riuscì a sciogliere quella che lei chiamava la propria “costipazione spirituale” e a dare alla sua esistenza, non senza quegli alti e bassi che sono normali in un itinerario spirituale, un respiro del tutto nuovo. Oltre che ad una maggiore conoscenza di sé e delle proprie dinamiche interiori, Spier la condusse ad una progressiva apertura verso la trascendenza: Etty dice di lui che “ha disseppellito Dio in me”. La frequentazione di Spier porta la sua paziente a ricercare, sul modello di sant’Agostino, Dio dentro di sé e a riconoscerlo presente in ogni essere umano: “Ti cerco in tutti gli uomini e spesso trovo in loro qualcosa di te. E cerco di disseppellirti dal loro cuore, mio Dio”. Il frutto più evidente di questa nuova condizione interiore della giovane fu la scelta di risiedere in qualità di assistente nel campo di transito di Westerbork, dove venivano temporaneamente internati gli ebrei olandesi prima di essere deportati nei lager dell’Europa orientale. La decisione di Etty risulta davvero sorprendente se si tiene conto di due elementi: nel luglio del 1942 aveva trovato impiego, per interessamento di alcuni conoscenti, presso il Consiglio Ebraico, ai cui membri era garantita l’esenzione dall’internamento; inoltre alcuni amici, consapevoli del contributo che la sua intelligenza avrebbe potuto fornire, le avevano chiesto di entrare nella resistenza antinazista. La ragione più profonda di questa scelta, come si evince dagli scritti di Etty, si colloca nella sua volontà di condividere fino in fondo la sorte di sofferenza del suo popolo, con la quale aveva una forte familiarità a causa del pogrom di cui era stata vittima la madre Rebecca all’età di 17 anni. Il periodo trascorso nel campo di Westerbork, “un ambiente a metà tra l’inferno e un manicomio”, fu per la Hillesum l’occasione per assistere dal punto di vista materiale e morale gli internati con cui entrava in contatto. Le condizioni di vita del campo erano caratterizzate da enormi difficoltà pratiche e materiali, dovute al sempre maggiore numero di reclusi (passarono per il campo circa 100.000 ebrei), e soprattutto dal terrore che coglieva i prigionieri al pensiero di essere inseriti nella lista di coloro che dovevano partire sui convogli diretti ogni martedì ai campi di sterminio. Di fronte a tanto degrado materiale e morale, che provocò una media di quattro suicidi alla settimana, il proposito di Etty è quello di “essere il cuore pensante della baracca”: questa espressione indica la volontà di non lasciarsi piegare dalla sofferenza, ma di affrontare una quotidianità così estrema e difficile con uno spirito di fiducia nella vita e nei rapporti umani. Tanto il diario quanto le lettere contengono passi in cui le riflessioni sulla condizione umana sono condotte sul filo di uno struggente affidamento alla vita e a Dio, quali che siano le situazioni materiali in cui la scrivente si trova: “Vorrei guarire presto, ma dalle tue mani accetto tutto come viene, mio Dio. So che è sempre un bene. Ho imparato che un peso può essere convertito in bene se lo si sa sopportare”. A ciò fa da contrappunto la fiducia nel prossimo che tocca vertici sublimi nel momento in cui viene espressa la necessità di opporre ai crimini dei carcerieri nazisti “un nuovo pezzetto di amore e di bontà che avremo conquistato in noi stessi”. Il periodo trascorso a Westerbork fu per Etty Hillesum anche l’occasione per ridefinire il rapporto con i propri genitori. Anch’essi, infatti, furono internati nel campo e la loro figlia poté sia accudirli nelle necessità materiali sia offrire loro un aiuto morale, potendo così apprezzare il coraggio e la fermezza con cui gli anziani padre e madre affrontavano la durezza della vita nel campo. Ai primi di settembre del 1943 la famiglia Hillesum fu inserita nella lista dei deportati che dovevano partire per la Polonia. Louis e Rebecca Hillesum morirono all’arrivo ad Auschwitz in una camera a gas. Etty morì il 30 novembre, il fratello Mischa il 31 marzo dell’anno dopo. L’altro fratello, Jaap, morirà nell’aprile del 1945 nel campo di Bergen Belsen. Durante il viaggio in treno verso la Polonia Etty poté scrivere un biglietto postale ad un’amica; esso, gettato fuori dal treno, fu trovato da qualcuno che lo spedì alla sua destinazione. In esso si legge fra l’altro: “Christien, apro a caso la Bibbia e trovo questo: «Il Signore è il mio alto ricetto»… La partenza è giunta piuttosto inaspettata… Abbiamo lasciato il campo cantando, papà e mamma molto forti e calmi, e così Mischa…” Dopo la morte della loro autrice i testi di Etty Hillesum caddero nell’oblio. Solo nel 1981 vennero pubblicati per la prima volta in Olanda; negli anni successivi furono tradotti in diverse lingue. La pubblicazione del Diario in lingua italiana avvenne nel 1986, mentre quella delle Lettere nel 1990. La figura di Etty Hillesum costituisce uno degli esempi più fulgidi di quella che potremmo chiamare la resistenza morale al nazifascismo. Attraverso la sua profondità d’animo e la consapevolezza della continua presenza di Dio, anche nelle situazioni più difficile e tragiche, Etty è riuscita a trasformare il dolore in forza e l’odio in indignazione e addirittura in compassione. L’annientamento fisico che subì rende ancora più significativa la testimonianza che ci è stata trasmessa dai suoi scritti. 

(scritto di Alberto Farina)