I Fumetti della Resistenza

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16 giovani illustratori
per 8 giovani partigiani

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Indice
Gasparotto Leopoldo (Poldo)
Motivazione Medaglia d'Oro
Ritratto di Poldo eseguito da Maltagliati
Hanno detto di lui
Diario di Fossoli
Tutte le pagine

Dal Diario di Luigi Gasparotto (padre di Poldo)
3 Agosto, 1944

Riprendo la penna che sta per arrugginire.
Mio figlio è stato assassinato. Arrestato a Milano, ai primi di dicembre dell’anno scorso, dietro un attentato fascista, dai tedeschi delle SS; tradotto dapprima nelle caserme di porta nuova e qui seviziato a calci di fucile in volto, non ha voluto parlare. Non ha fatto nessun nome di amico o compagno. Trascinato da carcere in carcere, da giudice a giudice, per rispondere ad interrogatori sempre più stringenti e crudeli, si è rifiutato di fare nomi. Non ha dato solo un indizio, non è sceso a concessioni. L’avvocato Greppi, che lo ha incontrato un giorno nel corridoio del carcere di San Vittore mentre tornava da uno dei tanti interrogatori, lo ha visto col viso coperto di bende, ma col sorriso sulle labbra. L’infermiere del carcere che, tra un interrogatorio e l’altro, gli curava le ferite, lo vedeva di giorno in giorno sempre più sereno e deciso. Davanti ai giudici di Milano e Verona, si è dichiarato fieramente avverso al fascismo e al nazismo. Ma non una parola di più. Non ha avuto il coraggio di portarli alla pubblica udienza perché non ripetesse la protesta contro i nemici della sua Patria. Hanno preferito assassinarlo. A San Vittore tutti parlavano di lui, di Poldo, anche quelli che non lo conoscevano e non lo avevano mai veduto, perché era quello che sotto il calcio dei fucili si era rifiutato di parlare. Vi era, più che della fermezza, della celeste serenità nel suo contegno. Così mi hanno fatto sapere. Cosi ha ripetuto l’infermiere che gli medicava le ferite: cosi mi ha mandato a dire Indro Montanelli, arrestato dopo di lui.

Il console generale tedesco di Milano, avendo avvicinato un mio amico, il comm. E.G., gli ebbe a dire: «Abbiamo trovato in lui un nemico degno di noi.» Tutta Milano interpretò queste parole come un atto di lealismo militare da parte dei tedeschi. A un certo momento mi sono io stesso lasciato lusingare un poco. Ma per poco. Mi fu raccomandato da amici, mi fu comandato poi da voci disperatamente affettuose e insistenti che arrivarono fin qui superando il confine, che non mi muovessi, che non mettessi in vista la mia persona, che mi sottraessi ad ogni pubblica curiosità per non dare luogo a rappresaglie su di lui. E mi sono ridotto a vivere nella più stretta solitudine, nella romita campagna di Gudo, per potermi macerare in silenzio, e affogare la mia anima nella più cupa e umiliante impotenza. E allora gli hanno fatto credere che fossi morto. Ed egli non ebbe pace finché non riuscì a commuovere il meno feroce dei suoi custodi e farmi pervenire l’invito a farmi vivo con una parola, una mia parola soltanto e una data scritta di mio pugno, senza firma. Sono riuscito a fargli arrivare un talloncino di carta con il mio saluto e una firma. Sono riuscito a fargli arrivare un talloncino di carta con il mio saluto e la data, cioè egli aveva voluto, perché sapesse che suo padre soffriva ma viveva, che lo aspettava. «Ti bacio e ti aspetto». Ecco tutto. Ebbe il conforto di morire sapendomi vivo, ma non ebbe il conforto di sapere che, un’altra creatura, da pochi giorni, era venuta al mondo a portare per la seconda volta il suo nome. Nel mese di aprile fece sapere alla moglie che sarebbe partito per la Germania. Il biglietto diceva (cfr. in biografia): «Non mi spaventa l’avvenire. Ritorneremo da questa prova purificati. In alto i cuori!». Ma egli non è tornato; è morto, purificato.
Da quel giorno, abbiamo atteso trepidanti sue notizie. Si seppe finalmente che era stato portato al campo di concentramento di Fossoli, presso Carpi. Colà teneva accesa presso i suoi compagni la fiaccola della speranza. Ci fu detto che persino i guardiani gli volevano bene; che anch’essi lo chiamavano Poldo. Ma egli non poteva essere perdonato perché mio figlio; no, perché era lui, perché era la protesta vivente contro i fascisti e i tedeschi.
Perciò gliel’hanno giurata. Lo aspettavano al varco. I fascisti lo hanno denunciato ai tedeschi. I tedeschi lo hanno preso, e ucciso a tradimento. I fascisti non potevano perdonargli di aver rifiutato dal regime qualsiasi ufficio, di aver respinto ogni loro blandizia, di aver rinunciato a promozioni di grado nell’esercito per non umiliare la sua volontà tedeschi non potevano perdonargli di non essere riusciti a piegarlo. Era vissuto, tra studio e casa, fratello più che padre al suo piccolo Pier Luigi, innamorati l’uno dell’altro; nelle ore di ozio sempre insieme, in casa, nelle strade, negli uffici, persino in tribunale, in montagna, sui passi impervi della Grigna: la piccola creatura aggrappata alle spalle del padre gagliardo.
Era educato a tutti gli ardimenti (…)
Poi, quando le notizie si fecero più fosche, ci venne proposto un piano di evasione. Lo abbiamo accettato. Occorreva una somma enorme, il patrimonio di tutta una famiglia, al di la di ogni mia forza. Fu trovata la persona amica e onesta, qui del Ticino, che ce la ha prestata, senza porre condizioni, purché non si facesse il suo nome. Attendemmo per un mese con il cuore in ansia l’esito dell’impresa disperata. Si seppe, infine – come già prevedevo – che egli aveva respinto l’offerta. Rifiutava la salvezza, disse, per evitare rappresaglie sui suoi compagni; soltanto insieme a loro e per loro, avrebbe aderito all’idea di fuga. Ha voluto mantenere la parola che aveva dato a sua moglie quando l’aveva accompagnata col piccolo Pier Luigi alla rete del confine. «Non abbandonerò i miei compagni.».
Non li ha abbandonati nemmeno allora; li ha abbandonati per morire.


 


 «Avanti!», edizione romana del 28 luglio 1944

POLDO GASPAROTTO

Viene confermata la notizia dell’assassinio dell’Avv. Leopoldo Gasparotto, Poldo per gli amici, figlio di Luigi Gasparotto, ex ministro della guerra ed ex presidente, nominato da Badoglio, della Associazione Italiana Combattenti, e spentosi in esilio, in Svizzera. (Notizia tra l’altro inesatta, poiché Luigi Gasparotto, che in vita fu anche deputato radicale dal 1913 e presidente della Fiera Campionaria di Milano, nonché Ministro della difesa nei primi governi De Gasperi, riparò si in Svizzera, dove tenne contatti, finché gli fu possibile, col figlio Poldo e con altri partigiani, ma morì in provincia di Varese nel 1954, dopo aver appunto ricoperto i citati incarichi di governo, ndr.) I fatti si sarebbero cosi svolti. Dopo alcuni mesi di detenzione a San Vittore, mesi contrassegnati da inaudite torture, Poldo Gasparotto, come tanti altri compagni ed amici, era stato mandato al campo di concentramento di Fossoli, vicino a Carpi. E’ qui che nelle prime ore del pomeriggio del 22 giugno u.s., lo prelevò, dopo averlo fatto ammanettare, il capitano delle SS Rubanzed. Condotto sulla strada per Carpi in automobile, ad un certo punto fu fatto discendere e camminare e quindi ucciso alle spalle con una raffica di mitragliatore. La sua salma, che riposa in un piccolo cimitero di campagna, è costantemente ricoperta da fiori. Poldo Gasparotto onora con il suo martirio il partito per il quale militava e l’Italia per la quale combatteva.


«l’Unità» edizione romana del 25 luglio 1944

Salviamo i prigionieri politici

Nel campo di Fossoli, i nazisti hanno concentrato a migliaia i migliori italiani: operai d’avanguardia, contadini ed intellettuali, che nella lotta hanno affrontato l’occupante. Accanto ad essi, centinaia e centinaia di ebrei, vittime innocenti del cieco furore razziale nazista. Terribili le condizioni di vita: la fame, la completa separazione da ogni contatto col mondo, le quotidiane umiliazioni morali inflitte dai bruti delle SS. Ma i Tedeschi non vogliono abbandonare le loro vittime e nell’imminenza della ritirata si preparano a portarle in Germania. Hanno cominciato col massacrare orrendamente Leopoldo Gasparotto, militante del Partito d’azione, hanno quindi assassinato 67 prigionieri sventagliando su di loro, dopo averli incatenati nella piazza del paese, raffiche di mitragliatrici. Ci giunge notizia del massacro di altre 70 persone (…). Noi dobbiamo impedire la morte dei nostri compagni. Dobbiamo seguire l’esempio dei Patrioti di Cesena, Fossano, Saluzzo, Como: con ardita azione partigiana essi hanno liberato i detenuti, salvando preziose energie alla lotta e alla ricostruzione.


Da una lettera di Indro Montanelli, inviata da Lugano a Luigi Gasparotto, datata 22 agosto 1944.

Ci incontravamo quasi ogni giorno, quando scendevamo a Milano, ed io non mi stancavo di ammirarlo per la sua indomabile energia e per il suo temerario coraggio. Lo ammiravo trepidando e azzardando qualche timido consiglio di prudenza, ma inutilmente. E d’altra parte egli aveva ragione di dire che «chi non rischia di persona nulla ottiene». Quando fu arrestato, seppi da Martinelli che Poldo aveva taciuto il mio nome, insieme a quello di tanti altri, nonostante le torture a cui era stato sottoposto. Quando poi fu arrestato, seppi o meglio compresi, che egli aveva taciuto, negli interrogatori, il mio nome. E a questo silenzio, a questo difficile coraggioso silenzio di Poldo, devo la vita.


Testimonianza di Elia Mondelli

Elia Mondelli ha trascorso la propria infanzia ad Ospitaletto di Cormano, fino a quando, nel 1943, si è unito alla Formazione partigiana Cinque Giornate, operante nella zona di San Martino, in provincia di Varese. Dopo la battaglia (si tratta della prima battaglia sostenuta dai partigiani in Lombardia), fugge in Svizzera, dove lavora per alcuni mesi, prima di rientrare in Italia; arrestato a seguito di una delazione, è condotto alle carceri di San Vittore. Nell’aprile del 44 viene trasferito a Fossoli, e di li prima a Mathausen e poi a Gusen I. Rientra in Italia nel giugno del 1945. Elia Mondelli conobbe Poldo Gasparotto perché incarcerato con lui a Fossoli nell’area destinata ai prigionieri politici.

«Vorrei incominciare da San Vittore, dove venni incarcerato il 2 aprile del 1944. Venni assegnato al VI Raggio. Quando venni arrestato, i compagni di prigionia, anch’essi arrestati per motivi politici, mi ordinarono di non dire nulla ai tedeschi: "non dire niente, non sai niente, anche se ti interrogano, te le daranno comunque, sia che parli, sia che non parli."

Alla vigilia di Pasqua, il giorno 8 di aprile, il Cardinale Schuster venne in carcere per celebrare la Messa, e ci rassicurò di aver parlato col comando nazista, e di avere avuto rassicurazioni che non si sarebbero più verificati pestaggi e torture nei confronti dei prigionieri politici.

Per tutta risposta al messaggio del Cardinale, il martedì dopo Pasqua, l’11 aprile, i tedeschi mi chiamarono per interrogarmi.

Condotto in un ufficio vi trovai tre uomini, i quali mi chiesero le mie generalità, dove lavoravo e quando ero arrivato al san Martino: io negai, respinsi qualsiasi accusa. Poco dopo arrivò il terribile Franz, una SS che aveva il soprannome di "porcaro". Varcò la porta, mentre mi distesero su un tavolaccio, ancora vestito, a pancia in giù. Franz ordinò che mi venissero bloccate le mani, e iniziò a picchiarmi sulla schiena con un frustino gommoso. Il sudore gli nascondeva quasi i lineamenti. Avrò preso almeno una ventina di stilettate, poi mi fecero alzare. Ci riuscii a fatica; barcollando mi accorsi che uno dei tre aveva preso una sedia e si stava avvicinando pericolosamente, brandendola come una clava.

Scappai verso l’angolo della stanza, per istinto cercai di proteggere la testa con le braccia. Il colpo mi raggiunse violentemente, ma per mia fortuna fu notevolmente attutito dalle pareti che convergevano in quel punto. La sedia si ruppe io rimasi impaurito e stordito; la giacca marrone chiaro che indossavo iniziava a macchiarsi col sangue che mi scendeva dalla fronte. Oggi so di avere accusato in quel pestaggio uno schiacciamento del cranio (che ha causato malori improvvisi nel corso di tutta la sua vita e che gli ha sempre impedito di guidare, ndr.). Mi strattonarono afferrandomi i capelli fino a farmi sedere e continuarono insistentemente a fare altre domande.
Avevo sete. Non se ne curarono.
Mi riportarono in cella. Una volta disteso sul letto qualcuno provvide a medicarmi. Le stesse guardie che dovevano sorvegliarmi, forse per pietà, mi aiutarono dedicandosi al mio recupero fisico. Quando mi picchiarono non ero a dorso nudo, ma con giacca e camicia in maniera che soffrissi di più in quanto la stoffa entrava nella carne.

Mi curavano a letto. Sono stato in quelle condizioni per quindici giorni, fino al 26 aprile. Con quel riposo forzato recuperai i sensi e una discreta condizione fisica, giusto in tempo per essere trasferito a Fossoli.
E’ qui che la mia strada si incrocia quella di Poldo Gasparotto.
Non vorrei usare molti giri di parole, la faccio breve: per noi era un mito.
Quando sono stato internato, mi hanno assegnato alla baracca detta degli Intellettuali, la numero 18. In questa erano presenti personalità molto importanti, e di riferimento per noi, come il generale Robolotti, l’Avv. Malagodi, l’Avv. Steiner, L’arch. Belgioioso (del gruppo dei Bpr, pionieri dell’architettura milanese, di cui anche Gianluigi Banfi fu tradotto a Fossoli e che poi perì a Mathausen).
Afferrai quasi subito di non essere un prigioniero soggetto alle normative internazionali. Mi immatricolarono. Ebbi il numero 231.

Più passava il tempo e più soffrivo di fortissimi attacchi di mal di testa. Poldo Gasparotto era un uomo molto umano: ricordo tra i tanti episodi che vivemmo insieme, che spesso veniva a farmi visita nella baracca dove riposavo gran parte della giornata, per confortarmi, per rasserenarmi sul nostro futuro. Non ci negava mai la speranza. Al tempo stesso era anche una persona semplice e dolce. Frequentemente, oltre al conforto della speranza che ci dava, non si negava mai per favori anche più pratici. Ricordo che non di rado era lui a venire a prendere la benda che avevo sulla testa per alleviare le mie emicranie, a riportarla inumidita e a rimettermela sul capo.

Gasparotto nonostante fosse una vera e propria autorità, era innanzitutto un prigioniero, come tutti noi. Ma rispetto a tutti noi aveva un’altra cultura. Aveva degli ideali più sviluppati; era stato tra i fondatori del Partito D’Azione. Non era solo un partigiano, non era solo antifascista. Lo vedevamo come un filosofo: si vedeva che aveva progetti più grandi, più ampi: di questi parlava solo con pochi amici fidati, non perché credesse che noi altri non fossimo degni di ascoltarlo, ma perché essi erano estremamente segreti. Ma in generale aveva sempre una parola per tutti. Parlavamo del più e del meno, della vita del campo; non ci negava mai il conforto. La nostra prigionia scorreva così. Ho letto in alcuni testi di un suo possibile tentativo di fuga, che egli rifiutò per non abbandonare i suoi compagni. Devo dire che non ne seppi nulla.

Un giorno ci disse che lo avrebbero portato a Verona, dove i fascisti volevano interrogarlo. Passarono due o tre giorni e lo caricarono su un camioncino. Da quel momento nessuno lo ha più rivisto.

Non potevamo sapere che Gasparotto sarebbe stato ucciso. A noi aveva detto che sarebbe andato a Verona. E non potevamo immaginare che lo avrebbero fucilato a poche centinaia di metri dal campo. Quando lo hanno fucilato il nostro campo era nel pieno delle sue attività, e a nessuno fu possibile accorgersi di cosa era accaduto.

Eravamo ancora incoscienti di quanto era successo, e un giorno i fascisti chiamarono un certo Carlini. Questo Carlini era prigioniero come tutti noi, ma aveva un ruolo superiore al nostro. Veniva infatti spesso chiamato dai fascisti per svolgere dei sevizi, ovvero per sbrigare certe faccende che potevano andare dal trasporto di alcuni materiali allo scarico di merce, e cosi via. Aveva un moto-furgoncino Gilera, a tre tempi. Quando faceva queste operazioni poteva anche uscire dal campo, sempre scortato da un paio di guardie. Un giorno lo chiamarono per un servizio diverso: lo incaricarono, infatti, di spostare e nascondere il corpo di Gasparotto dal luogo dove era stato ucciso. Lui eseguì l’ordine mettendo il suo cadavere in un punto isolato del campo ricoprendolo con un telo (il corpo venne in seguito consegnato ai tedeschi senza dichiararne le vere generalità, vedi documento allegato, ndr.).

Successe un’altra cosa strana: da quel giorno non fecero più parlare Carlini con noi. Fu un altro prigioniero, che, insospettito da alcune macchie di sangue vicino a quel famoso telone, a rischio della propria vita lo scoperse e riconobbe Poldo. Per lui e per noi fu un colpo durissimo. Oltre che un grande uomo ci aveva lasciato un simbolo e una guida per tutti noi.

Il racconto di Elia prosegue…

«Accadde pochi giorni dopo l’esecuzione di Leopoldo che, per rappresaglia, uccisero sessantasette uomini. Tutti noi volevamo partire, anche per la Germania, pur di lasciare Fossoli. Da qui infatti venivano spesso scelti alcuni prigionieri da uccidere in caso di rappresaglia. E così successe. In risposta ad una azione partigiana, i nazifascisti sorteggiarono alcuni numeri di matricola interni al campo da uccidere, li sollevarono dicendo che sarebbero partiti per la Germania, li caricarono su dei camion. Io ero stato immatricolato con il numero 230. Sorteggiarono il 229 e il 231. In primo luogo pensavo di essere stato sfortunato. Qualche tempo dopo scoprimmo che erano stati uccisi. Sono riuscito a recuperare nel campo i documenti in cui quei 68 venivano schedati con nomi e cognomi. Tra di loro c’erano Carlini, e anche il Generale Della Rovere, a cui Montanelli ha dedicato un libro e un film interpretato da De Sica. Quest’ultimo, considerato traditore, campeggiava nell’elenco sotto falso nome, ma un asterisco in fondo alla pagina ne rivelava la vera identità.»


Testimonianza di Luigi Meda

«Il morale di Poldo era sempre rimasto altissimo, Vidi Gasparotto l’ultima volta pochi minuti prima della mia scarcerazione. La sera sarebbe partito per Fossoli. Dopo cinque mesi di isolamento il potere ritornare tra i compagni gli era motivo di grande consolazione. Ci abbracciammo e il nostro saluto fu un affettuoso arrivederci. Povero Poldo. Lo avrei rivisto nel maggio del 45 cadavere già in decomposizione, quando la sua salma venne esumata dal cimitero di Carpi, dove era stata sepolta dopo il vile assassinio da parte delle SS tedesche.»


Testimonianza di Leo Valiani

«Poldo Gasparotto, il primo comandante delle nostre bande di Lombardia che aveva stoicamente sopportato le più atroci sevizie, è stato abbattuto.»


Testimonianza di Paolo Liggeri

Oggi alle due, hanno chiamato Gasparotto al comando. Quando lo hanno chiamato, dormiva sdraiato sul pagliericcio; non gli hanno dato nemmeno il tempo di vestirsi. "subito, subito" Ha quindi dovuto presentarsi al comando a torso nudo, in pantaloncini e sandali. Appena giunto al comando è stato ammanettato e fatto salire su una lussuosa macchina che recava la targa di Verona e che era arrivata da pochi minuti al campo. Tutti ci siamo chiesti dove lo avrebbero portato, mezzo nudo com’era, e il perché di tanta fretta. Dopo una decina di minuti la macchina è ripartita. Gasparotto non c’era… E’ uscito però dal campo anche un camioncino guidato da un sottotenente delle SS, ed è ritornato ben presto accuratamente coperto con del tendone impermeabile. Nel pomeriggio assolato quel tendone era così anacronistico, che avrebbe destato la curiosità di chiunque. Subito alcuni compagni che per ragioni di lavoro potevano circolare attorno alla autorimessa hanno messo in giuoco tutte le manovre possibili per sollevare un lembo di quel tendone… ed hanno confermato quello che era ormai nel presentimento di tutti: Gasparotto è stato ucciso!» 

 

Fonte: Liceo Berchet di Milano.