I Fumetti della Resistenza

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16 giovani illustratori
per 8 giovani partigiani

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Indice
Gasparotto Leopoldo (Poldo)
Motivazione Medaglia d'Oro
Ritratto di Poldo eseguito da Maltagliati
Hanno detto di lui
Diario di Fossoli
Tutte le pagine

Gasparotto Leopoldo (Poldo)Leopoldo Gasparotto nasce a Milano il 13 dicembre 1902, il padre Luigi è un parlamentare del partito radicale, e da Maria Biglia, entrambi di origine friulana. Milita fin da giovane nelle file democratiche e con Vittorio Albasini Scrosati fonda un circolo repubblicano tra i liceali milanesi, in particolare quelli del liceo Berchet dove studia.

La carriera scolastica inferiore di Gasparotto è quanto meno atipica. Svolge le attuali medie e il liceo tra il Berchet e un altro istituto, ritirandosi prima in seconda media (quando passa all’altro istituto) e dopo il ritorno al Berchet, in seconda liceo. Questo secondo ritiro è curioso. Alla fine del primo trimestre, molto brillante, decide di provare il colpaccio: preparare l’anno in corso e la terza liceo da solo, per poter dare, a giugno dello stesso anno, la maturità e ottenere la licenza classica. L’impresa gli riesce a metà. Promosso in tutte le materie ad ottobre, ottiene la licenza limitata e deve frequentare la terza liceo solo per latino e greco, materie che supererà poi a Giugno.

Terminato il Liceo, si iscrive alla facoltà di Giurisprudenza all’Università statale di Milano dove si laurea.

Già celebre avvocato, rifiuta l’iscrizione al Sindacato Avvocati di Milano, in effetti diretto da gerarchi del regime al potere, così come da studente aveva rifiutato l’iscrizione alla Gioventù universitaria fascista (Guf), che richiedeva una dichiarazione in cui si accettava l’ideologia del regime.

Prima di partecipare attivamente alla Guerra di liberazione, è istruttore d’alpinismo presso la Scuola militare di Aosta, poiché esperto scalatore e accademico del Club Alpino Italiano. Nonostante i suoi superiori avanzino periodicamente proposte di avanzamento di grado, esse vengono regolarmente rifiutate dall'autorità fascista.

Il suo essere antifascista si rinnova con lo scoppio della guerra e le relative tragedie che affliggono la popolazione.

Dopo l’8 settembre 1943, a Milano, si organizza la Resistenza e Poldo partecipa alle fasi organizzative sin dall'inizio, provvedendo a reclutamenti e contrattando con l'esercito per la fornitura di armi: tutto ciò che ottiene sono 1000 fucili, che vengono però forniti solamente con 10 cartucce a testa.

Il 27 agosto, in seguito ad una retata venti militanti sono arrestati: sono quasi tutti avvocati, amici di Poldo, tra cui anche Ferruccio Parri. Proprio Poldo il giorno successivo ottiene la loro scarcerazione, intervenendo presso l'autorità militare.

Giuliano Pischel, nel suo testo «Cos’è il Partito D’Azione», datato 1945, così descrive l'inizio della Resistenza milanese. «E infine c’era l’organigramma militare. Parri si era assunto il compito difficilissimo di creare lo schema organizzativo dei vari uffici e il compito politico di mantenere unità d’azione, al di sopra delle possibili differenziazioni politiche, dirimendo ogni possibilità di compromesso, anche locale, con le forze tedesche o con le rinascenti forze armate fasciste, impiegate in bassi scopi polizieschi.

Ma a serbare invece il diretto e subordinato collegamento con i vari gruppi che, nella Lombardia, costituivano più degli sbandati, spesso in pietose condizioni di armamento e rifornimenti, che delle vere e proprie forze armate, occorrevano altri uomini.

Poldo Gasparotto, validamente appoggiato dall’inseparabile Mario Martinelli, fu l’elemento veramente indispensabile per questa bisogna, pronto, sempre, con superbo sprezzo del pericolo, a fare la spola fra le città ed i vari gruppi sulle montagne, per rincuorarli, istruirli, indirizzarli, per scegliere i centri di resistenza, e in città, per procurare armi, viveri e curarne personalmente il trasporto.

Accanto a lui l’avvocato Giovanni Barni aveva trasformato il suo studio in un vero e proprio centro di raccolta, affollatissimo, e di smistamento di tutti gli elementi – e ormai si operava al di fuori dell’orbita di partito – che affluivano, specie a seguito dei primi bandi militari neofascisti, per unirsi alle bande. Questi collaboravano con Gasparotto e con Barni, sia alla organizzazione di un ufficio informazioni, sia per l’inquadramento delle squadre d’azione cittadine, sia infine per l’azione coordinata con gli altri partiti.»

L’8 settembre 1943, fonda la Guardia Nazionale, con sede presso il garage della sua casa, già distrutta dai bombardamenti, di Via Donizetti 32. Il 10, è col padre al Comando del corpo d’Armata di Milano per cercare di convincere i comandi dei presidi a preparare schieramenti difensivi efficaci contro i tedeschi. Due giorni dopo accompagna la moglie e il figlio al confine svizzero per poi organizzare le prime formazioni partigiane sul Pian del Tivano, in Val Codera e in Val Brembo. Prima di essere arrestato partecipa alle più pericolose azioni di guerra.

Nonostante fascisti e tedeschi inizino a dargli la caccia, egli continua a frequentare il Palazzo di Giustizia di Milano, non nascondendosi, ma limitandosi a cambiare domicilio ogni notte. Agli amici che lo implorano di fuggire risponde «bisogna pure che uno arrischi per tutti».

L’11 dicembre 1943, alle 17, viene arrestato con alcuni compagni in Piazza Castello: l’imboscata tesa loro dai fascisti con la complicità di un farmacista e del figlio, già conosciuti da Gasparotto, raggiunge l’obbiettivo di arrestare uno dei nemici più pericolosi del nazi-fascismo. Il farmacista traditore, nell’agosto del 1944, sarà catturato e ucciso dagli amici di Poldo.

Gaetano De Martino nel suo «Dal Carcere di San Vittore ai lager tedeschi», descrive l’arrivo di Gasparotto nel carcere. «Ai primi di dicembre arrivò un gruppo d’eccezione:vicino al castello sforzesco erano stati arrestati una decina di partigiani, quasi tutti dirigenti. […]. Quel giorno nel rientrare in cella vidi nel corridoio l’alta figura dell’amico Poldo Gasparotto, aveva l’impermeabile macchiato di sangue, a forza di nerbate gli avevano spaccato la testa. Potei avvicinarlo e scambiare con lui alcune parole, potei anche porgergli un pò del cibo che avevo ricevuto nel pacco. Egli era calmo e parlava sorridendo. Nessun lamento per quel che gli era capitato, e solo un vago accenno alle valige che temeva sequestrate (le tre valige infatti contenevano i piani della Linea gotica).»

E’ condotto a San Vittore, infine a Verona. Nonostante le torture cui viene sottoposto, non rivela nulla riguardo alla sua attività antifascista.

Tradotto nel campo di Fossoli, nuovamente sottoposto a torture, non fa nomi.

Da Fossoli potrebbe scappare: un cittadino svizzero di Bellinzona, deposita presso una banca di Lugano un’ingente somma per favorire la sua fuga. Quando l’uomo incaricato di farlo fuggire – che cadrà vittima di un’imboscata dei tedeschi – gli si presentò, Poldo rispose: «Da qui non uscirò per mercato, ma colle mie forze e i miei compagni».

Michele Vaina, nel suo «Il crollo di un regime», descrive quei giorni. «Malgrado la rigorosa sorveglianza, era riuscito a mantenere i rapporti con i partigiani emiliani, anche allo scopo di organizzare la fuga collettiva dal campo, ma il comando tedesco, venuto a conoscenza di questo suo disegno, ne ordinò la soppressione. […].»

Il 25 aprile, avendo ricevuto l’ordine di prepararsi a partire per un campo di concentramento in Germania, riesce ad inviare alla moglie un pezzo di carta, lungo cinque centimetri e di tre centimetri di altezza. con queste parole: «L’incubo è cessato; parto per un c.c. in Germania. Spero sarete anche voi contenti. Il morale come sempre è altissimo, e non mi spaventa ora l’avvenire. Ritorneremo, e presto, purificati da questa prova. A voi tutti il mio abbraccio più affettuoso, ora più che mai. Arrivederci; il mio pensiero è sempre con te. Baci a papà, P.A.T. ecc. P.L. (il figlio, ndr), poi, è inutile dirlo! E che non mi dimentichi. In alto i cuori! Secol si rinnova…».

Stele sul luogo della fucilazione di Poldo Gasparotto (Fossoli - Carpi)Il 22 giugno 1944 è fatto uscire dal campo, salire su un camioncino, e, dopo un chilometro di strada, fatto scendere e ucciso da una raffica di mitragliatore.

La salma fu riportata al campo e sepolta al cimitero di Carpi nella fossa 551 col segno "SCONOSCIUTO".

Sulle ultime ore di Poldo Gasparotto, il Procuratore Militare della Repubblica, Magg. Gen. Raffaele Del Rio, redige un rapporto per la Procura generale militare presso il Tribunale militare supremo, in data 20 febbraio 1947.

«Gasparotto Leopoldo, internato nel campo di concentramento di Fossoli ad opera dei tedeschi dopo l’otto settembre del 1943, venne trucidato dai tedeschi stessi il giorno 22 giugno 1944, verso le 13 e 30, in località prossima al campo cennato.

Il Gasparotto era membro del Comitato militare clandestino "Alta Italia" e si teneva a contatto con elementi partigiani.

Secondo dichiarazione in atti il Gasparotto, oltre a tenersi a contatto con i membri del CLNAI, stava organizzando, nel campo, una rivolta ed una fuga. Sempre, a dire del teste, il Gasparotto, il giorno precedente avrebbe avuto un lungo colloquio con una donna russa internata, Kira Niguiski, ed avrebbe tentato di fare uscire fuori dal campo una lettera, che sarebbe poi stata sequestrata dai tedeschi.

Altro teste poi, Sealtiel Giorgio, accenna ad un colloquio di circa un’ora che il G. avrebbe avuto il giorno 22 stesso con una persona sconosciuta, -attraverso il reticolato e conferma il proposito di fuga del Gasparotto, il quale disponeva di una rivoltella e di arnesi atti alla fuga. Lo stesso esprime dubbio che qualcuno nel campo ne abbia il giorno prima riferito al comando tedesco, giacché parte degli arnesi sarebbero stati in una perquisizione rinvenuti e sequestrati.

L’ordine di uccidere Gasparotto sarebbe venuto dal comando tedesco di Verona, e , secondo lo stesso teste, responsabile, sia dell’eccidio di Fossoli che dell’uccisione di Gasparotto, sarebbe certo Bosshammer, comandante delle SS di Verona.

Gli esecutori materiali, secondo il teste Treves Leone, sarebbe certo Rikoff e secondo il teste Magnani Bruno, che lo avrebbe appreso dall’interprete del campo Fritz, sarebbero il tenete Tito, il maresciallo Hanse Haage, e certo Goenig.

Tali affermazioni non sono però suffragate da altri elementi.

Le indagini in merito hanno fondatamente accertato che il Gasparotto, poco dopo mezzogiorno del 22 giugno, venne prelevato dalla baracca, dove si trovava, dal sottufficiale Haage, consegnato alla porta del campo a due militari delle SS, fatto salire su un automobile, che lo portò via. Dopo mezz’ora i militari predetti si sarebbero presentati al Ten Tito, comandante del campo, dicendo: "L’ordine è stato eseguito."

Alle ore 13 e 30 circa un motofurgoncino (cfr. Testimonianza di Elia Mondelli), rientrava nel campo di Fossoli con a bordo il cadavere del povero Gasparotto. Pare che ad accompagnare fuori dal campo con l’automezzo il Gasparotto sia stato certo Franz, che si ritiene essere un graduato delle SS.

Trasferitosi questo ufficio a Fossoli, anche per conoscere l’ubicazione del campo e il punto preciso in cui Gasparotto venne passato per le armi e sentire le famiglie abitanti nelle zone più vicine, ha potuto stabilire con certezza:

1- La vettura che trasportava Gasparotto dal campo al luogo dell’uccisione marciava a forte velocità e si fermo’ sulla strada, nei pressi di un ponticello, per un guasto ad una gomma.

2- Dalla vettura scesero due militari tedeschi, armati di mitra, e successivamente il povero Gasparotto in camicia bianca a mezze maniche ed in calzoncini corti.

3- A pochi passi dalla strada, in un prato adiacente, il Gasparotto venne ucciso con una scarica di mitra.

4- I due militari, per uno dei quali si hanno i connotati (alto, bruno, quasi moro, con macchie scure sulla faccia) subito dopo, non potendo fare uso della macchina, bussarono alla porta di certa Manfredini Vittoria, abitante a circa 50 metri dal luogo dell’esecuzione, e chiesero in prestito due biciclette per restituirsi al campo, adducendo che la loro macchina si era guastata e che occorreva loro rilevare un meccanico. Uno dei due poi –quello moro che balbettava qualche parola in italiano- nel mentre prometteva la restituzione delle due biciclette ingiungeva la donna di non uscire e di non avvicinarsi alla macchina perché pericoloso.

5- Dopo mezz’ora i due militari, riportando le biciclette, ritornarono sul posto, seguiti da un moto furgoncino, sul quale venne caricato il corpo di Gasparotto, coperto da un telo (cfr, Elia Mondelli, ndr)

6- L’autovettura poi, quando già il motofurgoncino era andato via, fu rimessa in funzione dai due soldati, con il cambio della ruota guasta con quella di scorta, e proseguì la strada nella direzione opposta al campo.

L’istruttoria, d’altronde, può considerarsi completa, e, quando saranno messi a disposizione di questo ufficio gli imputati su indicati, potrà chiudersi in brevissimo tempo.

medaglia-oro-valor militare«Avversario d’antica data del regime fascista, già prima dell’armistizio dell’8 settembre 1943 organizzava il movimento partigiano nella Lombardia. Nominato successivamente comandante militare delle formazioni lombarde "Giustizia e Libertà" dava impulso all’iniziativa, esempio a tutti per freddo e sereno coraggio dimostrato nei momenti più difficili della lotta. Caduto in agguato tesogli per vile delazione, sopportava il carcere di San Vittore subendo con superbo stoicismo le più atroci sevizie che non valsero a strappargli alcuna rivelazione. Trasportato nel campo di concentramento di Fossoli per essere deportato in Germania, proseguiva imperterrito a lottare per la causa e tentava di organizzare la fuga e l’attacco ad una tradotta tedesca per salvare i deportati avviati al freddo esilio e alla lenta morte. Sospettato per la sua nobile attività veniva vilmente trucidato dalla ferocia nazista.» 

Lombardia, settembre 1943 – Fossoli, 21 giugno 1944


Ritratto di Poldo Gasparotto eseguito da Maltagliati nel campo di Fossoli il 2.5.1944

 

 

 

POLDO GASPAROTTO - ritratto eseguito da Maltagliati, compagno di prigionia, nel campo di Fossoli il 2.5.1944, matita su carta, 24x16,5 cm.
Matricola 205 – Fossoli 2.5.1944

Leopoldo (per tutti Poldo) Gasparotto, nato a Milano il 30 dicembre 1902.
Avvocato, era uno dei capi militari della Resistenza a Milano, dove venne arrestato l’11 dicembre 1944.
Detenuto nel carcere di San vittore, matricola 864 cella 12 raggio 6, fu pesantemente torturato.
Deportato a Fossoli il 27 aprile 1944 dove gli viene assegnata la matricola 205 e il triangolo rosso.
Fucilato  nei pressi del campo di Fossoli il 22 giugno 1944.
Nel campo tenne un diario che è stato pubblicato nel 2007 e che rappresenta uno dei documenti più importanti sul lager nazista emiliano.

Nel 1945, a Roma, una copia di questo disegno venne consegnata dal cognato di Maltagliati al padre di Poldo.



 

Da «Volti nei lager». Ritratti eseguiti nel 1944 a Fossoli e Bolzano da Armando Maltagliati e Lodovico Belgiojoso. Mostra organizzata da ANED in occasione de il Giorno della Memoria 27.01.2019 presso la Casa della Memoria - Milano.

 

 

 

Manifesto Volti nei lager

 


Dal Diario di Luigi Gasparotto (padre di Poldo)
3 Agosto, 1944

Riprendo la penna che sta per arrugginire.
Mio figlio è stato assassinato. Arrestato a Milano, ai primi di dicembre dell’anno scorso, dietro un attentato fascista, dai tedeschi delle SS; tradotto dapprima nelle caserme di porta nuova e qui seviziato a calci di fucile in volto, non ha voluto parlare. Non ha fatto nessun nome di amico o compagno. Trascinato da carcere in carcere, da giudice a giudice, per rispondere ad interrogatori sempre più stringenti e crudeli, si è rifiutato di fare nomi. Non ha dato solo un indizio, non è sceso a concessioni. L’avvocato Greppi, che lo ha incontrato un giorno nel corridoio del carcere di San Vittore mentre tornava da uno dei tanti interrogatori, lo ha visto col viso coperto di bende, ma col sorriso sulle labbra. L’infermiere del carcere che, tra un interrogatorio e l’altro, gli curava le ferite, lo vedeva di giorno in giorno sempre più sereno e deciso. Davanti ai giudici di Milano e Verona, si è dichiarato fieramente avverso al fascismo e al nazismo. Ma non una parola di più. Non ha avuto il coraggio di portarli alla pubblica udienza perché non ripetesse la protesta contro i nemici della sua Patria. Hanno preferito assassinarlo. A San Vittore tutti parlavano di lui, di Poldo, anche quelli che non lo conoscevano e non lo avevano mai veduto, perché era quello che sotto il calcio dei fucili si era rifiutato di parlare. Vi era, più che della fermezza, della celeste serenità nel suo contegno. Così mi hanno fatto sapere. Cosi ha ripetuto l’infermiere che gli medicava le ferite: cosi mi ha mandato a dire Indro Montanelli, arrestato dopo di lui.

Il console generale tedesco di Milano, avendo avvicinato un mio amico, il comm. E.G., gli ebbe a dire: «Abbiamo trovato in lui un nemico degno di noi.» Tutta Milano interpretò queste parole come un atto di lealismo militare da parte dei tedeschi. A un certo momento mi sono io stesso lasciato lusingare un poco. Ma per poco. Mi fu raccomandato da amici, mi fu comandato poi da voci disperatamente affettuose e insistenti che arrivarono fin qui superando il confine, che non mi muovessi, che non mettessi in vista la mia persona, che mi sottraessi ad ogni pubblica curiosità per non dare luogo a rappresaglie su di lui. E mi sono ridotto a vivere nella più stretta solitudine, nella romita campagna di Gudo, per potermi macerare in silenzio, e affogare la mia anima nella più cupa e umiliante impotenza. E allora gli hanno fatto credere che fossi morto. Ed egli non ebbe pace finché non riuscì a commuovere il meno feroce dei suoi custodi e farmi pervenire l’invito a farmi vivo con una parola, una mia parola soltanto e una data scritta di mio pugno, senza firma. Sono riuscito a fargli arrivare un talloncino di carta con il mio saluto e una firma. Sono riuscito a fargli arrivare un talloncino di carta con il mio saluto e la data, cioè egli aveva voluto, perché sapesse che suo padre soffriva ma viveva, che lo aspettava. «Ti bacio e ti aspetto». Ecco tutto. Ebbe il conforto di morire sapendomi vivo, ma non ebbe il conforto di sapere che, un’altra creatura, da pochi giorni, era venuta al mondo a portare per la seconda volta il suo nome. Nel mese di aprile fece sapere alla moglie che sarebbe partito per la Germania. Il biglietto diceva (cfr. in biografia): «Non mi spaventa l’avvenire. Ritorneremo da questa prova purificati. In alto i cuori!». Ma egli non è tornato; è morto, purificato.
Da quel giorno, abbiamo atteso trepidanti sue notizie. Si seppe finalmente che era stato portato al campo di concentramento di Fossoli, presso Carpi. Colà teneva accesa presso i suoi compagni la fiaccola della speranza. Ci fu detto che persino i guardiani gli volevano bene; che anch’essi lo chiamavano Poldo. Ma egli non poteva essere perdonato perché mio figlio; no, perché era lui, perché era la protesta vivente contro i fascisti e i tedeschi.
Perciò gliel’hanno giurata. Lo aspettavano al varco. I fascisti lo hanno denunciato ai tedeschi. I tedeschi lo hanno preso, e ucciso a tradimento. I fascisti non potevano perdonargli di aver rifiutato dal regime qualsiasi ufficio, di aver respinto ogni loro blandizia, di aver rinunciato a promozioni di grado nell’esercito per non umiliare la sua volontà tedeschi non potevano perdonargli di non essere riusciti a piegarlo. Era vissuto, tra studio e casa, fratello più che padre al suo piccolo Pier Luigi, innamorati l’uno dell’altro; nelle ore di ozio sempre insieme, in casa, nelle strade, negli uffici, persino in tribunale, in montagna, sui passi impervi della Grigna: la piccola creatura aggrappata alle spalle del padre gagliardo.
Era educato a tutti gli ardimenti (…)
Poi, quando le notizie si fecero più fosche, ci venne proposto un piano di evasione. Lo abbiamo accettato. Occorreva una somma enorme, il patrimonio di tutta una famiglia, al di la di ogni mia forza. Fu trovata la persona amica e onesta, qui del Ticino, che ce la ha prestata, senza porre condizioni, purché non si facesse il suo nome. Attendemmo per un mese con il cuore in ansia l’esito dell’impresa disperata. Si seppe, infine – come già prevedevo – che egli aveva respinto l’offerta. Rifiutava la salvezza, disse, per evitare rappresaglie sui suoi compagni; soltanto insieme a loro e per loro, avrebbe aderito all’idea di fuga. Ha voluto mantenere la parola che aveva dato a sua moglie quando l’aveva accompagnata col piccolo Pier Luigi alla rete del confine. «Non abbandonerò i miei compagni.».
Non li ha abbandonati nemmeno allora; li ha abbandonati per morire.


 


 «Avanti!», edizione romana del 28 luglio 1944

POLDO GASPAROTTO

Viene confermata la notizia dell’assassinio dell’Avv. Leopoldo Gasparotto, Poldo per gli amici, figlio di Luigi Gasparotto, ex ministro della guerra ed ex presidente, nominato da Badoglio, della Associazione Italiana Combattenti, e spentosi in esilio, in Svizzera. (Notizia tra l’altro inesatta, poiché Luigi Gasparotto, che in vita fu anche deputato radicale dal 1913 e presidente della Fiera Campionaria di Milano, nonché Ministro della difesa nei primi governi De Gasperi, riparò si in Svizzera, dove tenne contatti, finché gli fu possibile, col figlio Poldo e con altri partigiani, ma morì in provincia di Varese nel 1954, dopo aver appunto ricoperto i citati incarichi di governo, ndr.) I fatti si sarebbero cosi svolti. Dopo alcuni mesi di detenzione a San Vittore, mesi contrassegnati da inaudite torture, Poldo Gasparotto, come tanti altri compagni ed amici, era stato mandato al campo di concentramento di Fossoli, vicino a Carpi. E’ qui che nelle prime ore del pomeriggio del 22 giugno u.s., lo prelevò, dopo averlo fatto ammanettare, il capitano delle SS Rubanzed. Condotto sulla strada per Carpi in automobile, ad un certo punto fu fatto discendere e camminare e quindi ucciso alle spalle con una raffica di mitragliatore. La sua salma, che riposa in un piccolo cimitero di campagna, è costantemente ricoperta da fiori. Poldo Gasparotto onora con il suo martirio il partito per il quale militava e l’Italia per la quale combatteva.


«l’Unità» edizione romana del 25 luglio 1944

Salviamo i prigionieri politici

Nel campo di Fossoli, i nazisti hanno concentrato a migliaia i migliori italiani: operai d’avanguardia, contadini ed intellettuali, che nella lotta hanno affrontato l’occupante. Accanto ad essi, centinaia e centinaia di ebrei, vittime innocenti del cieco furore razziale nazista. Terribili le condizioni di vita: la fame, la completa separazione da ogni contatto col mondo, le quotidiane umiliazioni morali inflitte dai bruti delle SS. Ma i Tedeschi non vogliono abbandonare le loro vittime e nell’imminenza della ritirata si preparano a portarle in Germania. Hanno cominciato col massacrare orrendamente Leopoldo Gasparotto, militante del Partito d’azione, hanno quindi assassinato 67 prigionieri sventagliando su di loro, dopo averli incatenati nella piazza del paese, raffiche di mitragliatrici. Ci giunge notizia del massacro di altre 70 persone (…). Noi dobbiamo impedire la morte dei nostri compagni. Dobbiamo seguire l’esempio dei Patrioti di Cesena, Fossano, Saluzzo, Como: con ardita azione partigiana essi hanno liberato i detenuti, salvando preziose energie alla lotta e alla ricostruzione.


Da una lettera di Indro Montanelli, inviata da Lugano a Luigi Gasparotto, datata 22 agosto 1944.

Ci incontravamo quasi ogni giorno, quando scendevamo a Milano, ed io non mi stancavo di ammirarlo per la sua indomabile energia e per il suo temerario coraggio. Lo ammiravo trepidando e azzardando qualche timido consiglio di prudenza, ma inutilmente. E d’altra parte egli aveva ragione di dire che «chi non rischia di persona nulla ottiene». Quando fu arrestato, seppi da Martinelli che Poldo aveva taciuto il mio nome, insieme a quello di tanti altri, nonostante le torture a cui era stato sottoposto. Quando poi fu arrestato, seppi o meglio compresi, che egli aveva taciuto, negli interrogatori, il mio nome. E a questo silenzio, a questo difficile coraggioso silenzio di Poldo, devo la vita.


Testimonianza di Elia Mondelli

Elia Mondelli ha trascorso la propria infanzia ad Ospitaletto di Cormano, fino a quando, nel 1943, si è unito alla Formazione partigiana Cinque Giornate, operante nella zona di San Martino, in provincia di Varese. Dopo la battaglia (si tratta della prima battaglia sostenuta dai partigiani in Lombardia), fugge in Svizzera, dove lavora per alcuni mesi, prima di rientrare in Italia; arrestato a seguito di una delazione, è condotto alle carceri di San Vittore. Nell’aprile del 44 viene trasferito a Fossoli, e di li prima a Mathausen e poi a Gusen I. Rientra in Italia nel giugno del 1945. Elia Mondelli conobbe Poldo Gasparotto perché incarcerato con lui a Fossoli nell’area destinata ai prigionieri politici.

«Vorrei incominciare da San Vittore, dove venni incarcerato il 2 aprile del 1944. Venni assegnato al VI Raggio. Quando venni arrestato, i compagni di prigionia, anch’essi arrestati per motivi politici, mi ordinarono di non dire nulla ai tedeschi: "non dire niente, non sai niente, anche se ti interrogano, te le daranno comunque, sia che parli, sia che non parli."

Alla vigilia di Pasqua, il giorno 8 di aprile, il Cardinale Schuster venne in carcere per celebrare la Messa, e ci rassicurò di aver parlato col comando nazista, e di avere avuto rassicurazioni che non si sarebbero più verificati pestaggi e torture nei confronti dei prigionieri politici.

Per tutta risposta al messaggio del Cardinale, il martedì dopo Pasqua, l’11 aprile, i tedeschi mi chiamarono per interrogarmi.

Condotto in un ufficio vi trovai tre uomini, i quali mi chiesero le mie generalità, dove lavoravo e quando ero arrivato al san Martino: io negai, respinsi qualsiasi accusa. Poco dopo arrivò il terribile Franz, una SS che aveva il soprannome di "porcaro". Varcò la porta, mentre mi distesero su un tavolaccio, ancora vestito, a pancia in giù. Franz ordinò che mi venissero bloccate le mani, e iniziò a picchiarmi sulla schiena con un frustino gommoso. Il sudore gli nascondeva quasi i lineamenti. Avrò preso almeno una ventina di stilettate, poi mi fecero alzare. Ci riuscii a fatica; barcollando mi accorsi che uno dei tre aveva preso una sedia e si stava avvicinando pericolosamente, brandendola come una clava.

Scappai verso l’angolo della stanza, per istinto cercai di proteggere la testa con le braccia. Il colpo mi raggiunse violentemente, ma per mia fortuna fu notevolmente attutito dalle pareti che convergevano in quel punto. La sedia si ruppe io rimasi impaurito e stordito; la giacca marrone chiaro che indossavo iniziava a macchiarsi col sangue che mi scendeva dalla fronte. Oggi so di avere accusato in quel pestaggio uno schiacciamento del cranio (che ha causato malori improvvisi nel corso di tutta la sua vita e che gli ha sempre impedito di guidare, ndr.). Mi strattonarono afferrandomi i capelli fino a farmi sedere e continuarono insistentemente a fare altre domande.
Avevo sete. Non se ne curarono.
Mi riportarono in cella. Una volta disteso sul letto qualcuno provvide a medicarmi. Le stesse guardie che dovevano sorvegliarmi, forse per pietà, mi aiutarono dedicandosi al mio recupero fisico. Quando mi picchiarono non ero a dorso nudo, ma con giacca e camicia in maniera che soffrissi di più in quanto la stoffa entrava nella carne.

Mi curavano a letto. Sono stato in quelle condizioni per quindici giorni, fino al 26 aprile. Con quel riposo forzato recuperai i sensi e una discreta condizione fisica, giusto in tempo per essere trasferito a Fossoli.
E’ qui che la mia strada si incrocia quella di Poldo Gasparotto.
Non vorrei usare molti giri di parole, la faccio breve: per noi era un mito.
Quando sono stato internato, mi hanno assegnato alla baracca detta degli Intellettuali, la numero 18. In questa erano presenti personalità molto importanti, e di riferimento per noi, come il generale Robolotti, l’Avv. Malagodi, l’Avv. Steiner, L’arch. Belgioioso (del gruppo dei Bpr, pionieri dell’architettura milanese, di cui anche Gianluigi Banfi fu tradotto a Fossoli e che poi perì a Mathausen).
Afferrai quasi subito di non essere un prigioniero soggetto alle normative internazionali. Mi immatricolarono. Ebbi il numero 231.

Più passava il tempo e più soffrivo di fortissimi attacchi di mal di testa. Poldo Gasparotto era un uomo molto umano: ricordo tra i tanti episodi che vivemmo insieme, che spesso veniva a farmi visita nella baracca dove riposavo gran parte della giornata, per confortarmi, per rasserenarmi sul nostro futuro. Non ci negava mai la speranza. Al tempo stesso era anche una persona semplice e dolce. Frequentemente, oltre al conforto della speranza che ci dava, non si negava mai per favori anche più pratici. Ricordo che non di rado era lui a venire a prendere la benda che avevo sulla testa per alleviare le mie emicranie, a riportarla inumidita e a rimettermela sul capo.

Gasparotto nonostante fosse una vera e propria autorità, era innanzitutto un prigioniero, come tutti noi. Ma rispetto a tutti noi aveva un’altra cultura. Aveva degli ideali più sviluppati; era stato tra i fondatori del Partito D’Azione. Non era solo un partigiano, non era solo antifascista. Lo vedevamo come un filosofo: si vedeva che aveva progetti più grandi, più ampi: di questi parlava solo con pochi amici fidati, non perché credesse che noi altri non fossimo degni di ascoltarlo, ma perché essi erano estremamente segreti. Ma in generale aveva sempre una parola per tutti. Parlavamo del più e del meno, della vita del campo; non ci negava mai il conforto. La nostra prigionia scorreva così. Ho letto in alcuni testi di un suo possibile tentativo di fuga, che egli rifiutò per non abbandonare i suoi compagni. Devo dire che non ne seppi nulla.

Un giorno ci disse che lo avrebbero portato a Verona, dove i fascisti volevano interrogarlo. Passarono due o tre giorni e lo caricarono su un camioncino. Da quel momento nessuno lo ha più rivisto.

Non potevamo sapere che Gasparotto sarebbe stato ucciso. A noi aveva detto che sarebbe andato a Verona. E non potevamo immaginare che lo avrebbero fucilato a poche centinaia di metri dal campo. Quando lo hanno fucilato il nostro campo era nel pieno delle sue attività, e a nessuno fu possibile accorgersi di cosa era accaduto.

Eravamo ancora incoscienti di quanto era successo, e un giorno i fascisti chiamarono un certo Carlini. Questo Carlini era prigioniero come tutti noi, ma aveva un ruolo superiore al nostro. Veniva infatti spesso chiamato dai fascisti per svolgere dei sevizi, ovvero per sbrigare certe faccende che potevano andare dal trasporto di alcuni materiali allo scarico di merce, e cosi via. Aveva un moto-furgoncino Gilera, a tre tempi. Quando faceva queste operazioni poteva anche uscire dal campo, sempre scortato da un paio di guardie. Un giorno lo chiamarono per un servizio diverso: lo incaricarono, infatti, di spostare e nascondere il corpo di Gasparotto dal luogo dove era stato ucciso. Lui eseguì l’ordine mettendo il suo cadavere in un punto isolato del campo ricoprendolo con un telo (il corpo venne in seguito consegnato ai tedeschi senza dichiararne le vere generalità, vedi documento allegato, ndr.).

Successe un’altra cosa strana: da quel giorno non fecero più parlare Carlini con noi. Fu un altro prigioniero, che, insospettito da alcune macchie di sangue vicino a quel famoso telone, a rischio della propria vita lo scoperse e riconobbe Poldo. Per lui e per noi fu un colpo durissimo. Oltre che un grande uomo ci aveva lasciato un simbolo e una guida per tutti noi.

Il racconto di Elia prosegue…

«Accadde pochi giorni dopo l’esecuzione di Leopoldo che, per rappresaglia, uccisero sessantasette uomini. Tutti noi volevamo partire, anche per la Germania, pur di lasciare Fossoli. Da qui infatti venivano spesso scelti alcuni prigionieri da uccidere in caso di rappresaglia. E così successe. In risposta ad una azione partigiana, i nazifascisti sorteggiarono alcuni numeri di matricola interni al campo da uccidere, li sollevarono dicendo che sarebbero partiti per la Germania, li caricarono su dei camion. Io ero stato immatricolato con il numero 230. Sorteggiarono il 229 e il 231. In primo luogo pensavo di essere stato sfortunato. Qualche tempo dopo scoprimmo che erano stati uccisi. Sono riuscito a recuperare nel campo i documenti in cui quei 68 venivano schedati con nomi e cognomi. Tra di loro c’erano Carlini, e anche il Generale Della Rovere, a cui Montanelli ha dedicato un libro e un film interpretato da De Sica. Quest’ultimo, considerato traditore, campeggiava nell’elenco sotto falso nome, ma un asterisco in fondo alla pagina ne rivelava la vera identità.»


Testimonianza di Luigi Meda

«Il morale di Poldo era sempre rimasto altissimo, Vidi Gasparotto l’ultima volta pochi minuti prima della mia scarcerazione. La sera sarebbe partito per Fossoli. Dopo cinque mesi di isolamento il potere ritornare tra i compagni gli era motivo di grande consolazione. Ci abbracciammo e il nostro saluto fu un affettuoso arrivederci. Povero Poldo. Lo avrei rivisto nel maggio del 45 cadavere già in decomposizione, quando la sua salma venne esumata dal cimitero di Carpi, dove era stata sepolta dopo il vile assassinio da parte delle SS tedesche.»


Testimonianza di Leo Valiani

«Poldo Gasparotto, il primo comandante delle nostre bande di Lombardia che aveva stoicamente sopportato le più atroci sevizie, è stato abbattuto.»


Testimonianza di Paolo Liggeri

Oggi alle due, hanno chiamato Gasparotto al comando. Quando lo hanno chiamato, dormiva sdraiato sul pagliericcio; non gli hanno dato nemmeno il tempo di vestirsi. "subito, subito" Ha quindi dovuto presentarsi al comando a torso nudo, in pantaloncini e sandali. Appena giunto al comando è stato ammanettato e fatto salire su una lussuosa macchina che recava la targa di Verona e che era arrivata da pochi minuti al campo. Tutti ci siamo chiesti dove lo avrebbero portato, mezzo nudo com’era, e il perché di tanta fretta. Dopo una decina di minuti la macchina è ripartita. Gasparotto non c’era… E’ uscito però dal campo anche un camioncino guidato da un sottotenente delle SS, ed è ritornato ben presto accuratamente coperto con del tendone impermeabile. Nel pomeriggio assolato quel tendone era così anacronistico, che avrebbe destato la curiosità di chiunque. Subito alcuni compagni che per ragioni di lavoro potevano circolare attorno alla autorimessa hanno messo in giuoco tutte le manovre possibili per sollevare un lembo di quel tendone… ed hanno confermato quello che era ormai nel presentimento di tutti: Gasparotto è stato ucciso!» 

 

Fonte: Liceo Berchet di Milano.

 


Copertina del libro Diario di Fossoli di Leopoldo GasparottoLeopoldo Gasparotto, Diario di Fossoli, a cura di Mimmo Franzinelli, Bollati Boringhieri, Torino 2007, pp. 174.

 

E' un documento davvero eccezionale, un piccolo, prezioso libro, quello proposto da Bollati Boringhieri per le cure attente di Mimmo Franzinelli: il diario (inedito e custodito nell'archivio di famiglia, cui era avventurosamente pervenuto) della prigionia di Leopoldo Gasparotto, comandante militare della Resistenza a Milano, nel campo di concentramento di Fossoli, dal 27 aprile 1944 (data del suo trasferimento dal carcere di San Vittore, dove era stato torturato dai nazisti) fino al 21 giugno dello stesso anno: l'indomani verrà prelevato dal campo e fucilato dalle SS. Molti dei suoi duemila compagni di prigionia moriranno più tardi nei lager tedeschi. E' un diario "intimo" ("Cinque mesi di isolamento mi hanno abituato, come molti cani tenuti troppo a
lungo alla catena, a non sentirmi me stesso se non sono isolato, nella mia cuccia", scrive il 18 maggio) più che "politico" (la liberazione di Roma e lo sbarco in Normandia sono registrati quasi cronachisticamente; ma, contemporaneamente, non manca di segnare una data simbolo come quella dell'assassinio di Matteotti), anche per l'evidente timore di essere scoperto: ma è anche, grazie alle brevi annotazioni e ai riferimenti che vi sono contenuti, un atto di accusa contro ogni forma di revisionismo, nella descrizione, limpida ed oggettiva, della sudditanza dei fascisti repubblichini agli ordini nazisti, cui spettava (p. 21) la giurisdizione sui prigionieri politici e razziali del campo. Uno degli aspetti che colpisce maggiormente, in queste
brevi note, Ë il passaggio, talvolta rapidissimo, dalla descrizione delle vicende di vita quasi quotidiana del campo (accolta con sollievo, dopo la permanenza a San Vittore) alla tragedia (30 aprile: "Il grosso soldato tedesco ha ucciso un ebreo con una rivoltellata per errore"). La percezione della morte Ë sempre incombente (e lo diventa ancora di pi˘, con le prime partenze degli ebrei per i campi di concentramento in Germania), nonostante tutti i tentativi per allontanarla (anche attraverso il ricordo delle escursioni in montagna: Gasparotto era un provetto alpinista), e finisce quasi per stridere con la routine dell'universo concentrazionario oggetto dell'analisi di Gasparotto, nei suoi aspetti di tentativi di ritorno ad una vita normale (le canzoni, le riunioni collettive) e in quelli meno nobili (i furti, i litigi, le miserie, cui si tenta di porre rimedio con una sorta di regolamento di disciplina amministrato dagli stessi internati), che l'esponente del Partito d'azione milanese descrive, senza retorica alcuna: "Effettivamente la vita in un campo di concentramento rivela soprattutto le qualità negative degli uomini: sorgono continuamente questioni inutili, discussioni oziose, gelosie, invidie. Moltissimi dimenticano facilmente che i prigionieri siamo noi e non i tedeschi", p. 36). Nella postfazione, Franzinelli ricostruisce, con un'attenzione ancora più meritevole per aver lavorato sui pochi documenti a disposizione, il contesto storico e politico dell'attività cospirativa di Gasparotto: figlio di Luigi, deputato e ministro radical-giolittiano, Leopoldo Gasparotto, nato a Milano nel 1902, cresce educato ai valori mazziniani della patria e della democrazia, iscrivendosi al partito repubblicano e dedicandosi, dopo l'instaurazione della dittatura, alla professione di avvocato. Ritorna alla politica nel 1942, aderendo al Partito d'Azione e progettando, dopo l'armistizio, la formazione di una Guardia nazionale. Fallita questa ipotesi, per la defezione dei comandi militari, Gasparotto entra in clandestinità (con il nome di battaglia di Rey), assumendo la guida della struttura militare lombarda del Partito d'Azione e divenendo, di fatto, il vice di Parri nel Comitato militare del CLN. Organizza i primi gruppi partigiani, in città e nella valli, ma viene arrestato, a causa del tradimento di una spia, dopo solo tre mesi di attività clandestina, l'11 dicembre 1943, nel corso di una retata in Piazza Castello.
Come scriverà  un suo compagno di lotta, Mario Boneschi: "Per creare dal nulla un esercito di fuorilegge, occorreva che qualcuno si buttasse per primo allo sbaraglio. Poldo e qualcun altro furono dei temerari per calcolo tattico". Viene rinchiuso nel carcere di San Vittore e da lÏ a Fossoli, da cui Parri tenterà invano di farlo fuggire. Il 22 giugno Gasparotto viene ucciso da due ufficiali delle SS, probabilmente perchè era diventato un punto di riferimento anche per gli altri internati del campo (tre settimane dopo ne verranno fucilati 67) e per i suoi contatti con il CLN. A Poldo Gasparotto, "esempio a tutti per freddo e sereno coraggio dimostrato nei momenti più difficili della lotta", è stata concessa la medaglia d'oro al valor militare alla memoria.

Pagina del diario di Leopoldo Gasparotto
Descrizione

Iniziato il 26 aprile 1944 a San Vittore, nell'imminenza della partenza, il diario, inedito, prosegue con la descrizione del viaggio e dell'immatricolazione a Fossoli. Dell'internamento nel campo Gasparotto fornisce una crona caminuziosa sulla base di note quotidiane: organizzazione logistica, rapporti tra carcerieri e carcerati, tentativi di fuga, punizioni corporali, visite dei parenti, bombardamenti aerei alleati, arrivi di prigionieri, ma anche giudizi e riflessioni su situazioni e individui, trascrizione di canti, sogni. L'ultima annotazione è del 21 giugno 1944, vigilia dell'uccisione. Il diario è corredato da fitte note biografiche e da un ampio saggio, nel quale per la prima volta si ricostruiscono la nascita del movimento resistenziale milanese e la sua organizzazione dal settembre al dicembre 1943, attraverso una ricca documentazione, anch'essa inedita, tratta soprattutto dall'Archivio familiare Gasparotto(sinora chiuso alla consultazione), da materiale d'epoca e da relazioni redatte nell'immediato dopoguerra da collaboratori e amici di Gasparotto.