I Fumetti della Resistenza

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16 giovani illustratori
per 8 giovani partigiani

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Indice
Gasparotto Leopoldo (Poldo)
Motivazione Medaglia d'Oro
Ritratto di Poldo eseguito da Maltagliati
Hanno detto di lui
Diario di Fossoli
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Gasparotto Leopoldo (Poldo)Leopoldo Gasparotto nasce a Milano il 13 dicembre 1902, il padre Luigi è un parlamentare del partito radicale, e da Maria Biglia, entrambi di origine friulana. Milita fin da giovane nelle file democratiche e con Vittorio Albasini Scrosati fonda un circolo repubblicano tra i liceali milanesi, in particolare quelli del liceo Berchet dove studia.

La carriera scolastica inferiore di Gasparotto è quanto meno atipica. Svolge le attuali medie e il liceo tra il Berchet e un altro istituto, ritirandosi prima in seconda media (quando passa all’altro istituto) e dopo il ritorno al Berchet, in seconda liceo. Questo secondo ritiro è curioso. Alla fine del primo trimestre, molto brillante, decide di provare il colpaccio: preparare l’anno in corso e la terza liceo da solo, per poter dare, a giugno dello stesso anno, la maturità e ottenere la licenza classica. L’impresa gli riesce a metà. Promosso in tutte le materie ad ottobre, ottiene la licenza limitata e deve frequentare la terza liceo solo per latino e greco, materie che supererà poi a Giugno.

Terminato il Liceo, si iscrive alla facoltà di Giurisprudenza all’Università statale di Milano dove si laurea.

Già celebre avvocato, rifiuta l’iscrizione al Sindacato Avvocati di Milano, in effetti diretto da gerarchi del regime al potere, così come da studente aveva rifiutato l’iscrizione alla Gioventù universitaria fascista (Guf), che richiedeva una dichiarazione in cui si accettava l’ideologia del regime.

Prima di partecipare attivamente alla Guerra di liberazione, è istruttore d’alpinismo presso la Scuola militare di Aosta, poiché esperto scalatore e accademico del Club Alpino Italiano. Nonostante i suoi superiori avanzino periodicamente proposte di avanzamento di grado, esse vengono regolarmente rifiutate dall'autorità fascista.

Il suo essere antifascista si rinnova con lo scoppio della guerra e le relative tragedie che affliggono la popolazione.

Dopo l’8 settembre 1943, a Milano, si organizza la Resistenza e Poldo partecipa alle fasi organizzative sin dall'inizio, provvedendo a reclutamenti e contrattando con l'esercito per la fornitura di armi: tutto ciò che ottiene sono 1000 fucili, che vengono però forniti solamente con 10 cartucce a testa.

Il 27 agosto, in seguito ad una retata venti militanti sono arrestati: sono quasi tutti avvocati, amici di Poldo, tra cui anche Ferruccio Parri. Proprio Poldo il giorno successivo ottiene la loro scarcerazione, intervenendo presso l'autorità militare.

Giuliano Pischel, nel suo testo «Cos’è il Partito D’Azione», datato 1945, così descrive l'inizio della Resistenza milanese. «E infine c’era l’organigramma militare. Parri si era assunto il compito difficilissimo di creare lo schema organizzativo dei vari uffici e il compito politico di mantenere unità d’azione, al di sopra delle possibili differenziazioni politiche, dirimendo ogni possibilità di compromesso, anche locale, con le forze tedesche o con le rinascenti forze armate fasciste, impiegate in bassi scopi polizieschi.

Ma a serbare invece il diretto e subordinato collegamento con i vari gruppi che, nella Lombardia, costituivano più degli sbandati, spesso in pietose condizioni di armamento e rifornimenti, che delle vere e proprie forze armate, occorrevano altri uomini.

Poldo Gasparotto, validamente appoggiato dall’inseparabile Mario Martinelli, fu l’elemento veramente indispensabile per questa bisogna, pronto, sempre, con superbo sprezzo del pericolo, a fare la spola fra le città ed i vari gruppi sulle montagne, per rincuorarli, istruirli, indirizzarli, per scegliere i centri di resistenza, e in città, per procurare armi, viveri e curarne personalmente il trasporto.

Accanto a lui l’avvocato Giovanni Barni aveva trasformato il suo studio in un vero e proprio centro di raccolta, affollatissimo, e di smistamento di tutti gli elementi – e ormai si operava al di fuori dell’orbita di partito – che affluivano, specie a seguito dei primi bandi militari neofascisti, per unirsi alle bande. Questi collaboravano con Gasparotto e con Barni, sia alla organizzazione di un ufficio informazioni, sia per l’inquadramento delle squadre d’azione cittadine, sia infine per l’azione coordinata con gli altri partiti.»

L’8 settembre 1943, fonda la Guardia Nazionale, con sede presso il garage della sua casa, già distrutta dai bombardamenti, di Via Donizetti 32. Il 10, è col padre al Comando del corpo d’Armata di Milano per cercare di convincere i comandi dei presidi a preparare schieramenti difensivi efficaci contro i tedeschi. Due giorni dopo accompagna la moglie e il figlio al confine svizzero per poi organizzare le prime formazioni partigiane sul Pian del Tivano, in Val Codera e in Val Brembo. Prima di essere arrestato partecipa alle più pericolose azioni di guerra.

Nonostante fascisti e tedeschi inizino a dargli la caccia, egli continua a frequentare il Palazzo di Giustizia di Milano, non nascondendosi, ma limitandosi a cambiare domicilio ogni notte. Agli amici che lo implorano di fuggire risponde «bisogna pure che uno arrischi per tutti».

L’11 dicembre 1943, alle 17, viene arrestato con alcuni compagni in Piazza Castello: l’imboscata tesa loro dai fascisti con la complicità di un farmacista e del figlio, già conosciuti da Gasparotto, raggiunge l’obbiettivo di arrestare uno dei nemici più pericolosi del nazi-fascismo. Il farmacista traditore, nell’agosto del 1944, sarà catturato e ucciso dagli amici di Poldo.

Gaetano De Martino nel suo «Dal Carcere di San Vittore ai lager tedeschi», descrive l’arrivo di Gasparotto nel carcere. «Ai primi di dicembre arrivò un gruppo d’eccezione:vicino al castello sforzesco erano stati arrestati una decina di partigiani, quasi tutti dirigenti. […]. Quel giorno nel rientrare in cella vidi nel corridoio l’alta figura dell’amico Poldo Gasparotto, aveva l’impermeabile macchiato di sangue, a forza di nerbate gli avevano spaccato la testa. Potei avvicinarlo e scambiare con lui alcune parole, potei anche porgergli un pò del cibo che avevo ricevuto nel pacco. Egli era calmo e parlava sorridendo. Nessun lamento per quel che gli era capitato, e solo un vago accenno alle valige che temeva sequestrate (le tre valige infatti contenevano i piani della Linea gotica).»

E’ condotto a San Vittore, infine a Verona. Nonostante le torture cui viene sottoposto, non rivela nulla riguardo alla sua attività antifascista.

Tradotto nel campo di Fossoli, nuovamente sottoposto a torture, non fa nomi.

Da Fossoli potrebbe scappare: un cittadino svizzero di Bellinzona, deposita presso una banca di Lugano un’ingente somma per favorire la sua fuga. Quando l’uomo incaricato di farlo fuggire – che cadrà vittima di un’imboscata dei tedeschi – gli si presentò, Poldo rispose: «Da qui non uscirò per mercato, ma colle mie forze e i miei compagni».

Michele Vaina, nel suo «Il crollo di un regime», descrive quei giorni. «Malgrado la rigorosa sorveglianza, era riuscito a mantenere i rapporti con i partigiani emiliani, anche allo scopo di organizzare la fuga collettiva dal campo, ma il comando tedesco, venuto a conoscenza di questo suo disegno, ne ordinò la soppressione. […].»

Il 25 aprile, avendo ricevuto l’ordine di prepararsi a partire per un campo di concentramento in Germania, riesce ad inviare alla moglie un pezzo di carta, lungo cinque centimetri e di tre centimetri di altezza. con queste parole: «L’incubo è cessato; parto per un c.c. in Germania. Spero sarete anche voi contenti. Il morale come sempre è altissimo, e non mi spaventa ora l’avvenire. Ritorneremo, e presto, purificati da questa prova. A voi tutti il mio abbraccio più affettuoso, ora più che mai. Arrivederci; il mio pensiero è sempre con te. Baci a papà, P.A.T. ecc. P.L. (il figlio, ndr), poi, è inutile dirlo! E che non mi dimentichi. In alto i cuori! Secol si rinnova…».

Stele sul luogo della fucilazione di Poldo Gasparotto (Fossoli - Carpi)Il 22 giugno 1944 è fatto uscire dal campo, salire su un camioncino, e, dopo un chilometro di strada, fatto scendere e ucciso da una raffica di mitragliatore.

La salma fu riportata al campo e sepolta al cimitero di Carpi nella fossa 551 col segno "SCONOSCIUTO".

Sulle ultime ore di Poldo Gasparotto, il Procuratore Militare della Repubblica, Magg. Gen. Raffaele Del Rio, redige un rapporto per la Procura generale militare presso il Tribunale militare supremo, in data 20 febbraio 1947.

«Gasparotto Leopoldo, internato nel campo di concentramento di Fossoli ad opera dei tedeschi dopo l’otto settembre del 1943, venne trucidato dai tedeschi stessi il giorno 22 giugno 1944, verso le 13 e 30, in località prossima al campo cennato.

Il Gasparotto era membro del Comitato militare clandestino "Alta Italia" e si teneva a contatto con elementi partigiani.

Secondo dichiarazione in atti il Gasparotto, oltre a tenersi a contatto con i membri del CLNAI, stava organizzando, nel campo, una rivolta ed una fuga. Sempre, a dire del teste, il Gasparotto, il giorno precedente avrebbe avuto un lungo colloquio con una donna russa internata, Kira Niguiski, ed avrebbe tentato di fare uscire fuori dal campo una lettera, che sarebbe poi stata sequestrata dai tedeschi.

Altro teste poi, Sealtiel Giorgio, accenna ad un colloquio di circa un’ora che il G. avrebbe avuto il giorno 22 stesso con una persona sconosciuta, -attraverso il reticolato e conferma il proposito di fuga del Gasparotto, il quale disponeva di una rivoltella e di arnesi atti alla fuga. Lo stesso esprime dubbio che qualcuno nel campo ne abbia il giorno prima riferito al comando tedesco, giacché parte degli arnesi sarebbero stati in una perquisizione rinvenuti e sequestrati.

L’ordine di uccidere Gasparotto sarebbe venuto dal comando tedesco di Verona, e , secondo lo stesso teste, responsabile, sia dell’eccidio di Fossoli che dell’uccisione di Gasparotto, sarebbe certo Bosshammer, comandante delle SS di Verona.

Gli esecutori materiali, secondo il teste Treves Leone, sarebbe certo Rikoff e secondo il teste Magnani Bruno, che lo avrebbe appreso dall’interprete del campo Fritz, sarebbero il tenete Tito, il maresciallo Hanse Haage, e certo Goenig.

Tali affermazioni non sono però suffragate da altri elementi.

Le indagini in merito hanno fondatamente accertato che il Gasparotto, poco dopo mezzogiorno del 22 giugno, venne prelevato dalla baracca, dove si trovava, dal sottufficiale Haage, consegnato alla porta del campo a due militari delle SS, fatto salire su un automobile, che lo portò via. Dopo mezz’ora i militari predetti si sarebbero presentati al Ten Tito, comandante del campo, dicendo: "L’ordine è stato eseguito."

Alle ore 13 e 30 circa un motofurgoncino (cfr. Testimonianza di Elia Mondelli), rientrava nel campo di Fossoli con a bordo il cadavere del povero Gasparotto. Pare che ad accompagnare fuori dal campo con l’automezzo il Gasparotto sia stato certo Franz, che si ritiene essere un graduato delle SS.

Trasferitosi questo ufficio a Fossoli, anche per conoscere l’ubicazione del campo e il punto preciso in cui Gasparotto venne passato per le armi e sentire le famiglie abitanti nelle zone più vicine, ha potuto stabilire con certezza:

1- La vettura che trasportava Gasparotto dal campo al luogo dell’uccisione marciava a forte velocità e si fermo’ sulla strada, nei pressi di un ponticello, per un guasto ad una gomma.

2- Dalla vettura scesero due militari tedeschi, armati di mitra, e successivamente il povero Gasparotto in camicia bianca a mezze maniche ed in calzoncini corti.

3- A pochi passi dalla strada, in un prato adiacente, il Gasparotto venne ucciso con una scarica di mitra.

4- I due militari, per uno dei quali si hanno i connotati (alto, bruno, quasi moro, con macchie scure sulla faccia) subito dopo, non potendo fare uso della macchina, bussarono alla porta di certa Manfredini Vittoria, abitante a circa 50 metri dal luogo dell’esecuzione, e chiesero in prestito due biciclette per restituirsi al campo, adducendo che la loro macchina si era guastata e che occorreva loro rilevare un meccanico. Uno dei due poi –quello moro che balbettava qualche parola in italiano- nel mentre prometteva la restituzione delle due biciclette ingiungeva la donna di non uscire e di non avvicinarsi alla macchina perché pericoloso.

5- Dopo mezz’ora i due militari, riportando le biciclette, ritornarono sul posto, seguiti da un moto furgoncino, sul quale venne caricato il corpo di Gasparotto, coperto da un telo (cfr, Elia Mondelli, ndr)

6- L’autovettura poi, quando già il motofurgoncino era andato via, fu rimessa in funzione dai due soldati, con il cambio della ruota guasta con quella di scorta, e proseguì la strada nella direzione opposta al campo.

L’istruttoria, d’altronde, può considerarsi completa, e, quando saranno messi a disposizione di questo ufficio gli imputati su indicati, potrà chiudersi in brevissimo tempo.