I Fumetti della Resistenza

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per 8 giovani partigiani

Prima pagina :: Ricorrenze :: Ricorrenze a Milano :: 10 marzo 1944: deportati a Mauthausen 15 lavoratori dell'Innocenti di Lambrate

Lo sciopero generale proclamato l'1 marzo 1944 all'Innocenti di Lambrate costò la deportazione di 15 lavoratori nei lager nazisti, 12 dei quali non fecero ritorno. “Il 10 marzo 1944, di mattina, - racconta l'operaio dell'Innocenti Adamo Sordini - sono entrate nello stabilimento le SS e hanno cominciato a sparare. Ci hanno radunati tutti in cortile e ci hanno detto, o meglio intimato, di andare su in Direzione. Siamo saliti, ci hanno preso e hanno arrestato: Banfi Giacomo, Colombo Luigi, Corno Agostino, De Silvestri Vincenzo, Dolfi Giovanni, Mantica Agostino, Poloni Giovanni, Pozzi Alfredo, Previtali Battista, Radice Luigi, Villa Dante; Marzagalli Luigi era stato arrestato ancora prima degli scioperi. Questi non sono più tornati. Inoltre c'erano Arrisari Giuseppe, Costa Giacomo e Sordini Adamo che sono tornati. Arrisari e Costa sono morti poco dopo. Sono l'unico rimasto. La sera del 10 marzo 1944 e ci hanno portato subito a San Vittore, dove siamo rimasti cinque giorni. Poi ci hanno portato a Bergamo alla caserma 68° fanteria, in Borgo Santa Caterina. Hanno radunato tutti i lombardi, i liguri e i piemontesi. Eravamo circa 650-660 e il 17 marzo siamo partiti da Bergamo, alle ore 13,30, sfilando per le vie della città, con a fianco i parenti, dal binario 1 della stazione ferroviaria e, dentro a vagoni piombati, siamo arrivati a Mauthausen il 20 marzo 1944.Ci hanno rasato, depilato e ci hanno fatto fare la doccia. Ad un tratto vedo che qualcuno ha una croce blu sul petto o sulla schiena come il mio compagno di lavoro Pozzi. Poi ho capito. Tutte le persone affette da disabilità avevano quella croce. Quando abbiamo finito di fare la doccia e siamo usciti tutti dall'altra parte, loro sono stati messi da un'altra parte; avranno aperto il gas e li avranno uccisi tutti.” Adamo Sordini viene trasferito in diversi sottocampi di Mauthausen finchè finisce a Gusen. “A Gusen – continua la sua testimonianza – un giorno vediamo entrare un carro armato: noi pensiamo che sia tedesco. Poi guardiamo la divisa e il cappello e un russo mi fa: “Italiena, guarda, guarda, America”. Poi guarda l'orologio (all'interno del campo, all'entrata, c'era un grande orologio) e dice: “Vedi, sono le cinque meno cinque, del mese cinque maggio del 1945”. Io ho risposto: “Hai ragione” e per me il numero cinque è sempre stato nella mia mente; infatti abito al numero cinque di via Carozzi a Milano." Particolarmente tragico fu il destino di Giacomino Banfi che la mattina del 10 marzo 1944 si era recato all'Innocenti a ritirare lo stipendio, pur non essendo di turno. Era un ottimo operaio specializzato e non era sindacalmente attivo. Quella decisione gli fu fatale. Giacomino sopravvive alla deportazione e il 12 maggio 1945 scrive alla moglie che presto l'avrebbe rivista e con lei la neonata Febea. “Gli hai insegnato a chiamare papà? Fa le bizze? Ho una voglia di baciarla sugli occhi che tu non credi” confida alla moglie.Cinque giorni dopo, il 17 maggio, Giacomino muore per dissenteria.Il suo stomaco non era più abituato a mangiare .

Roberto Cenati - Presidente Anpi Provinciale di Milano