La storia del Corriere della sera dal 1943 al 1945, del periodo - terribile - della Repubblica sociale italiana (di Salò) voluta dai nazisti e dalla parte peggiore dei fascisti, mi è stata raccontata da alcuni dei protagonisti di quegli anni. 
Sono entrato al “Corriere” alla fine degli anni ‘50. Ho conosciuto così Panigada, Zacchetti, Pane, Malmesi ecc. 
Allora si usava, tra compagni, passare qualche serata in un osteria di via Palermo (che chiamavamo Scoccimarro), dove esisteva la sezione comunista "Garibaldi" (poi diventata Togliatti). Nel corso di quelle serate, piano piano, venni a conoscenza di una serie incredibile di episodi accaduti al giornale. Molte di quelle cose sono poi state raccolte e raccontate molto bene nella "Storia del Corriere della Sera" del professor Glauco Licata (prima collega alla biblioteca del giornale, poi giornalista professionista), e che utilizzo in questi ricordi, "virgolettati". 
Quando scoppiò la guerra, nel 1940, c'era al giornale una presenza di comunisti, di socialisti e di democristiani, tra gli operai; anche nei giornalisti c'erano presenze politiche di opposizione al fascismo, e tra alcuni si sapeva anche la conoscenza della loro appartenenza politica.

Ma fu con l'arresto di Mussolini, il 25 luglio, che si cominciò a chiarire il quadro politico.
Ecco cosa scrive Glauco Licata: "Verso sera uno stenografo avvertì che non si riusciva assolutamente a comunicare con Bologna. Poco dopo un altro stenografo accorse per annunciare che era impossibile parlare con Roma. Ma alle 21,00 nessun sospetto era stato avanzato in redazione sul motivo di quell'isolamento. Si pensava, al massimo, che fosse in corso a Roma un bombardamento e che fossero interrotte le comunicazioni. 
Alle 22,45 arrivò trafelato uno stenografo gridando: “Venite, venite!” La radio stava trasmettendo il proclama di Badoglio che annunciava le dimissioni di Benito Mussolini. Improvvisamente tutti ammutolirono. Alcuni apparivano sgomenti e avviliti, altri sbalorditi e felici: ma per qualche minuto nessuno fiatò ..... ruppe l'incanto il bibliotecario che staccò dalla parete e fracassò sul pavimento i ritratti di Mussolini e di Vittorio Emanuele III".

In quell'occasione uscirono allo scoperto i giornalisti che, da tempo, avevano fatto le loro scelte antifasciste. Da Corrado De Vita comunista a Gaetano Afeltra, Benso Fini, Francesco Francavilla, Filippo Sacchi, Carlo Zanicotti e Amilcare Morigi. 
"II 26 luglio fu una grande giornata per il “Corriere”. Un immensa folle accorse in via Solferino. Dal balcone del giornale, dove sventolava la bandiera d'Italia, Luigi Gasparotto, attorniato da un folto gruppo di redattori, tenne un comizio, esortando la popolazione a mantenerne la calma. Prese la parola anche Gaetano Afeltra". 
Il direttore del “Corriere”, Borelli Aldo, era assente, ma annunciò il suo ritorno il 29 luglio. "Arrivato al Corriere, Borelli convocò i redattori nel suo ufficio.
Così racconta l'episodio Francesco Francavilla, giornalista: "Subito notammo che, nei movimenti, non aveva più l'agilità e la sicurezza di pochi giorni prima (Borelli); sembrava appesantito e quando cominciò a parlare, anche la voce aveva un non che di vecchio e di patetico insieme".

Il giornalista Bruno Fallaci tagliò corto: "La redazione ha deciso di affidare la direzione a Filippo Sacchi". 
Borelli ripartì il giorno dopo per Roma e, per evitare che gli succedesse qualche incidente, fu scortato fino alla stazione dal comunista De Vita, da Afeltra e Montanelli.
Nel periodo che va dal 25 luglio al1'8 settembre fu assunta anche Camilla Cederna, che scrisse un solo articolo dal titolo La Moda Nera che le valse, dopo 1'8 settembre, due mesi di carcere.
Nel mese di agosto ci furono ben quattro bombardamenti aerei su Milano, soprattutto sul centro storico. Fu colpito anche il “Corriere” il giorno 8; era la seconda volta che la sede del giornale veniva colpita e i danni furono notevoli. 
Nei bombardamenti di agosto periranno anche un impiegato e quattro tipografi, con le loro famiglie, nelle loro abitazioni colpite dalle bombe. Le speranze di libertà finiranno la mattina dell’11 settembre quando i tedeschi arrivarono al giornale. "Un ufficiale della Wehrmacht, con scorta armata, si presenta al capo dei servizi di cronaca Arturo Lanocita e gli consegna un comunicato da pubblicarsi all'indomani. I nazisti invitano la cittadinanza milanese a riprendere il lavoro e a non commettere atti ostili verso i tedeschi. Uscito l'ufficiale, Lanocita depose con cura il foglio nazista nel cestino dei rifiuti e cominciò a distruggere quanto di compromettente agli occhi dei nazisti e dei fascisti poteva trovarsi nei cassetti della scrivania." 
La tensione al giornale era molto forte. Nello stanzone della cronaca il decano dei cronisti Simonazzi, piangeva. 
"Cominciavano le fughe dal giornale. Vi fu chi si diede alla latitanza, chi tentò la strada della malattia.
Fuggì Afeltra che si era compromesso tenendo i contatti con il comitato antifascista.
Scappò Corrado De Vita, che ha costituito con Ugo Zacchetti la cellula del PCI. De Vita, con Zacchetti e altri, avevano organizzato la composizione e la stampa, all'interno del “Corriere”, dell' “Unità” clandestina uscita il 9 settembre che aveva per titolo 
“ L'Armistizio è stato firmato”. Ne stamparono 50.000 copie all'insaputa del direttore amministrativo Palazzi, di Janni e Sacchi e di gran parte degli stessi tipografi.
Sempre De Vita, aveva fatto comporre dalle linotypes del “Corriere” un altro numero dell'”Unità”, con l'aiuto di due tipografi, fra cui il proto Giordano Lodi e aveva poi portato il piombo a Elio Vittorini che lavorava alla Bompiani e che, insieme a Gillo Pontecorvo e a Pietro Ingrao, provvedevano a far stampare l' “Unità” in tipografie diverse." 
L'intenzione di Palazzi, d'accordo con i proprietari Crespi, era di sospendere la pubblicazione del “Corriere”, in attesa degli americani, ma ricevette l'ordine dalla prefettura e dal comando tedesco di fare uscire il giornale. Richiamò in sede i redattori e, molti, risposero alla chiamata. 
Non si presentarono i redattori che avevano scelto di unirsi alla resistenza o comunque in pericolo. E fino al 5 ottobre il giornale uscì senza la firma di un direttore.

"Jenni e Sacchi, ufficialmente sollevati dal mandato direttoriale, non ebbero problemi, e ripararono subito in Svizzera, dove organizzarono, con Balzan, un servizio di assistenza ai rifugiati politici”.
Si rese irreperibile anche Giulio Alonzi, che divenne luogotenente di Ferruccio Parri e vice comandante delle formazioni partigiane di “Giustizia e Libertà”, mentre De Vita organizzava, per il PCI la resistenza a Milano. Tra gli operai, solo il comunista Primo Panigada, abbandonò il giornale per partecipare alla guerra partigiana dove prese il nome di comandante Ivan. Ma ormai la cellula comunista, il nucleo socialista ecc. organizzarono la resistenza all'interno del giornale, rischiando la vita dei militanti.
Gli stessi proprietari del “Corriere”, i fratelli Mario, Aldo e Vittorio Crespi, che furono fascisti convinti, ma che non avevano ricavato ricchezza da esso, cominciarono a prenderne le distanze. E fu così che i nazifascisti cominciarono a dubitare della loro lealtà e condannarono agli arresti domiciliari, nella sua villa di Cernobbio, il senatore Mario Crespi, che rappresentava la famiglia.
Mario Crespi aveva come segretario Enzo Grazzini, antifascista da sempre e simpatizzante socialista, che si rivelò "infaticabile staffetta, in perigliosi viaggi, per mantenere i contatti fra i Crespi e gli uomini della clandestinità. Trasportò documenti e fogli di propaganda compromettenti, si incaricò di consegnare somme di denaro; tenne i contatti tra la cellula comunista del “Corriere” e il senatore, accompagnando due volte alla settimana nella villa di Mario Crespi l'operaio comunista Pio Malmesi, incaricato dal partito per i rapporti con gli editori.
In occasione di tali incontri l'incaricato della cellula esponeva i bisogni dell'organizzazione: materiale, finanziamenti ecc. Grazzini si accordò anche, qualche volta, a mettere a disposizione la villa di Cernobbio per ospitare regolari riunioni della cellula comunista e del nucleo socialista del “Corriere”. In questa sua attività Grazzini fu fortunato: riuscì a farla franca fino al giorno della liberazione. E mai si vantò, in seguito, di ciò che aveva fatto.
I Crespi sapevano che Aldo Palazzi aiutava e copriva i resistenti del “Corriere”; ma si avvalsero pochissimo di lui, preferendogli Enzo Grazzini e, qualche volta Mario Mapelli".

La cellula comunista, il nucleo socialista e anche giornalisti antifascisti avevano rapporti con il direttore generale Palazzi. Nella sua casa in piazza Clotilde (vicino al “Corriere”) si tennero riunioni politiche. I resistenti intanto stampavano fogli di propaganda che venivano poi spediti con gli automezzi del giornale. E la sede del “Corriere” divenne il centro di smistamento delle armi da distribuire alle fabbriche.
Palazzi sapeva ma fingeva di non vedere. Trovato a dormire il compagno Ugo Zacchetti, fu licenziato. Palazzi revocò il licenziamento facendogli promettere che non si sarebbe più interessato di politica. Da tempo memorabile Zacchetti era considerato "sovversivo", ma Palazzi non sapeva che Ugo era uno dei capi del movimento clandestino all'interno del giornale.
Un giorno doveva ricevere un dirigente del movimento clandestino che si sarebbe fatto riconoscere con una parola d'ordine: ”Io sono il lupo”. 
Zacchetti incontrò Palazzi e, durante un colloquio, inserì la parola convenuta. Cominciarono allora le trattative. Gran parte dei giornalisti antifascisti lasciarono il giornale dopo 1'8 settembre. Ma alcuni rimasero: Poch, Frisoni, Fiorio, Fini, Miniaci.
Ma al “Corriere” c'erano anche tante spie: telefonisti, operai, impiegati. Mario Miniaci, vittima di una spiata, fu arrestato e internato. Ritornò a liberazione avvenuta, così come Torquato Spadi.

"Più consistente fu l'attività clandestina di un gruppo di impiegati antifascisti. Vincenzo Gibelli, Rosario Agnati, Guido Serra. Dopo la Liberazione divennero redattori.

Gibelli entrò nel Partito comunista, organizzò riunioni clandestine nella sua casa di via Pontaccio, svolse opera di proselitismo e rivelò capacità organizzative. Gibelli portò nella cellula una ventata di entusiasmo, un desiderio di azione. Ma il suo contributo maggiore fu quello di chiarire i connotati politici della lotta, in chiave marxista. A Gibelli fu data la responsabilità del CLN aziendale ma, dopo la liberazione, entrò in una penosa polemica, prima con la cellula e poi col PCI che abbandonò.

Un altro impiegato attivissimo antifascista fu il correttore di bozze Guido Serra, responsabile del nucleo socialista. Gibelli, Serra e Poch tennero i contatti con l'esterno, con Guido Mazzali e Corrado Bonfantini, che divenne responsabile di tutte le formazioni socialiste dell’ Italia del Nord. 

Altri socialisti furono Rosario Agnati e il direttore tecnico della tipografia, Giovanni Barbini. Grazie e Barbini fu possibile utilizzare piombo e macchine per stampare i giornali clandestini. 
Barbini, conoscendoli bene, riuscì a neutralizzare le molte spie presenti, assicurando una preziosa copertura ai tipografi.
Tra gli uomini che Barbini salvò ci fu l'operaio comunista Primo Panigada, che tradito da una spia stava per essere arrestato. Panigada si unì alle formazioni partigiane dell'Oltrepo, poi il partito lo mandò a Milano ad organizzare i GAP, come luogotenente di Pesce. Divenne poi comandante di una divisione garibaldina col nome di comandante Ivan, col grado riconosciuto di colonnello e, dal 23 aprile 1945, comandante della piazza di Milano e presidente del tribunale di epurazione. Tenne sempre i contatti con la cellula “Corsera” attraverso il compagno Pizzoli, che aveva il ruolo di comandante militare al “Corriere”, pur dipendendo da Gibelli, presidente del CLN aziendale.
Fra gli operai antifascisti che più rischiarano ci furono il democristiano Genchi; i comunisti Malmesi, Dalmaso, Zacchetti, Mori, Giuseppe Carcano, Pierino De Laude, Acquaviva, Ranzinì, Camillo Pane, capo del reparto spedizione e Giuseppe Baroni; i socialisti Guido Croce (proto) e gli operai Fraschini e Gatti, del reparto macchine e Mario Corrada, impressore. L'organizzazione del PCI affidò alla cellula del “Corriere” il compito di salvaguardare gli impianti da eventuali trafugamenti o sabotaggi da parte dei tedeschi o dei fascisti, di tutelare la sicurezza fisica dei lavoratori, di raccogliere e smistare le armi e le munizioni fornite alla resistenza dagli operai della Brown Boveri.
La gestione delle armi venne affidata a Zacchetti, che però nel febbraio del 1945 venne arrestato e deportato. Tornò a liberazione avvenuta. L'arresto di Zacchetti avvenne per la delazione da parte di un linotipista e di due speditori, individuati e processati, dopo la Liberazione." 
Qualcuna delle spie morì di morte violenta, tra aprile e maggio del 1945. Il PCI diede anche incarichi della massima fiducia ai compagni. La sicurezza fisica di alcuni dei massimi dirigenti del partito.
L'operaio Caravatti ospitò in casa sua Luigi Longo. Il capo reparto Luigi Tacchini ospitò Pietro Secchia; Tacchini, insieme a Ferdinando De Capitani, Otello Ghirardelli e Dionigi Parietti, furono deportati e morirono a Mauthausen. 
Dopo qualche anno Secchia sposò la vedova di Tacchini.
Per quanto riguarda gli scioperi del marzo 1944, la spia Castellani, impiegato, intercettò le telefonate preparatorie dell'evento e informò la questura. E' da questa spiata che un gruppo di operai e impiegati del giornale finirono nei campi di sterminio dove in quattro non fecero ritorno. Essi sono ricordati con una lapide, voluta dall'ANPI aziendale, nell'atrio di via Solferino 26. 
Oggi c'è anche un bronzo che ricorda il giornalista Walter Tobagi, assassinato da terroristi in tempi più recenti.

Lo sciopero iniziò alle ore 10 del 1° marzo 1944. Il “Corriere” fu circondato da un elevato numero di brigatisti neri; apparve anche un carro armato tedesco. Palazzi cercò di mediare offrendo a tutti i lavoratori una gratifica di 500 lire. 
Una parte di lavoratori fu costretta ad entrate (paura?) dalle armi e dalla pressione psicologica. Circa 300 non entrarono. Il giornale del 2 marzo non era in edicola. 
E il 2 marzo erano ferme le grandi fabbriche, i tram. Milano diceva “basta alla guerra, al fascismo, ai tedeschi”. E i fascisti e i tedeschi ebbero la certezza che per loro era finita. Gli scioperi del marzo ‘44 diedero nuovo impulso alla Resistenza all'interno del giornale.
Palazzi versava, mensilmente, contributi alla cellula comunista e ai socialisti. La cellula comunista teneva un libro contabile dove, in bella grafia, si amministravano i soldi raccolti; quelli di Palazzi, ma anche quelli di sottoscrizioni o di omaggi da parte di compagni o di antifascisti non iscritti al PCI (classificati come omaggi, mentre i contributi dei compagni erano sotto la voce sottoscrizione). 
La cellula provvedeva a fare avere alle moglie del deportati l'equivalente del mancato stipendio del marito. 
Nelle uscite del libro contabile figurano anche: contributo al partito, acquisto armi ecc.
Arriviamo al 1945. Manca poco alle giornate della Liberazione. Ma i fascisti e i nazisti, consapevoli della fine, diventano più cattivi. Ci sono ancora scioperi, meno importanti di quelli del marzo ‘44.
Inizia l'ora dei "comizi volanti' che si tengono nelle fabbriche, ma anche in strada.
Al “Corriere” il comizio si tenne il 12 aprile 1945, a pochi giorni dall'insurrezione. Ecco come il direttore del corriere Amicucci relaziona al ministro della Repubblica sociale Mezzasoma. "Oggi verso le 12,00 una trentina di partigiani, vestiti con la tuta da operai, sono giunti in bicicletta all'ingresso riservato agli operai del “Corriere della Sera” in via San Marco 21. Essi hanno accantonato le biciclette dinanzi all'ingresso lasciando a custodirle 5 o 6 di loro. Gli altri si sono presentati al custode dello stabilimento con le rivoltelle spianate ingiungendo di non muoversi; poi hanno bloccato il telefono della portineria e sono saliti al primo piano, nel locale della mensa aziendale, dove erano riuniti più di 200 operai per la colazione. Sempre con le rivoltelle in pugno i partigiani hanno bloccato i telefoni della mensa e degli uffici adiacenti e hanno invitato i presenti a non muoversi; poi hanno rastrellato dai locali vicini impiegati e operai. Quindi una donna sulla cinquantina è salita in piedi su uno sgabello ed ha fatto una concione ai presenti, dicendo che la vittoria è prossima, che bisogna essere preparati a insorgere, che intanto bisogna reclamare sia per i salari che sono insufficienti, sia per il vitto che è scarso e soprattutto per il pane che è immangiabile e che bisogna impedire che il grano destinato alla popolazione sia sottratto dai tedeschi e trasportato in Germania.
 Nessuno dei presenti ha interrotto l'oratrice e alla fine in molti hanno applaudito. Alla fine del comizio i partigiani sono usciti dalla mensa, hanno infilato le scale, hanno ripreso le biciclette lasciate in portineria e si sono allontanati immediatamente”.

L'azione era stata preparata da Primo Panigada con elementi della 110a brigata GAP. Erano al corrente solo i componenti la cellula comunista del “Corriere” che, nell'imminenza dell'azione informarono i compagni socialisti. 
I due gruppi politici, all'interno della fabbrica, organizzarono un discreto quanto efficace servizio d'ordine armato. 
E la donna che parlò non aveva ancora 40 anni ed era la sorella di Pio Malmesi, Amalia. Del gruppo faceva parte anche Pina Re, che in seguito sarebbe diventata deputata del PCI ed è tuttora vivente (febbraio 2005).
Il 19 aprile apparve il manifesto "Arrendersi o Perire" che fu la parola d'ordine per l'insurrezione. Il 23 sciopero generale dei ferrovieri. Il 25 l'ordine: insurrezione. Mussolini e i suoi banditi scappano.
Al “Corriere”, blindato da operai, impiegati, giornalisti armati e agli ordini del CLN aziendale, si prepara il giornale del 26 aprile. Firmato da Mario Borsa, riporta il comunicato del CLN del “Corriere della Sera”, "emanazione e strumento del CLNAI”. La testata è stata ribattezzata: “Il Nuovo Corriere”.

In seguito oltre alla cellula comunista (diventato Sezione Emilio Sereni, negli anni ‘70) e al nucleo aziendale socialista, si formò il gruppo democratico cristiano, l'ANPI, il circolo cattolico Puecher.

Il direttore del primo “Corriere”, dopo la caduta del fascismo, Mario Borsa, che si adoperò per far prevalere la Repubblica al referendum, scontrandosi con la famiglia Crespi, monarchici, fu costretto alle dimissioni il 5 agosto 1946. Subentrò Guglielmo Emanuel e il “Corriere” cambiò rotta, schierandosi nuovamente col potere.
Gibelli intanto lasciò il PCI e non ebbe più rapporti con la cellula. 

Panigada, probabilmente d'accordo con i carabinieri, fece uscire l'ingente quantitativo di armi depositate nei sotterranei del giornale, con un camion e subito dopo ritrovate dai carabinieri stessi. Poi avvenne una rottura con il partito e il mitico colonnello Ivan passò con il partito socialista italiano.

I motivi della rottura? Un operaio, Aristide De Vita, che si è comportato da fascista fino al 25 aprile del ’45, entra nella cellula comunista con un ruolo dirigente. Panigada si oppose e ci fu una animata discussione nel direttivo .... che diede ragione a De Vita e radiò Primo Panigada.
Negli anni successivi alcuni protagonisti di quegli avvenimenti, sottovoce, ammisero le ragioni di Panigada, ma confermarono anche che esso era diventato arrogante, che si sentiva ancora "il comandante Ivan" e che non voleva discutere; che aveva sempre ragione. Forse i motivi della sua radiazione non furono solo politici. ... La storia parla sempre di dirigenti, di giornalisti, (le guerre le vincono i re e le perdono i soldati!) della proprietà del “Corriere”, negli anni terribili che vanno dal 1940 al 1945.
Ma un ruolo determinante per la salvezza del “Corriere”, con grandi sacrifici e, per alcuni col sacrificio della vita, fu di un gruppo di operai pronti a tutto per l'affermazione di ideali quali la libertà e la democrazia.

Angelo Frigerio