• Roberto Rossellini, Roma città aperta, 1945
    Roma città apertaNella Roma occupata dai nazisti, si intrecciano le vicende umane e politiche di alcuni personaggi: la popolana Pina ed il suo uomo, il partigiano Francesco, il comunista Giorgio Manfredi e la sua ex amante, e don Pietro Pellegrini, eroico parroco che si prodiga per i partigiani esercitando la carità cristiana. Si potrebbe male interpretare oggi la pellicola "Roma città aperta", diretta da Roberto Rossellini, tacciandola di populismo oppure di retorica partigiana, e questa mala interpretazione è spesso troppo diffusa. Invero bisogna considerare il ventennio e gli anni della guerra, durante i quali il paese reale veniva descritto fantascientificamente da una retorica di guerra, che badava all'esaltazione della razza superiore tedesca ed alla giustificazione dell'occupazione nazista, da loro intesa come "liberazione", in base a tale asserzione. In contrapposizione a tutto questo, e lo si nota in un dialogo tra il funzionario nazista inquisitore ed un suo "collega", si pone l'eroica resistenza alla tortura, la continua tensione alla lotta delle "razze inferiori", gli italiani, i francesi, che fanno vacillare le convinzioni delle SS.
    Siamo ancora nel 1945, a guerra appena finita, quando Rossellini, con pellicole scadute ed un set di fortuna, gira questo capolavoro del neorealismo italiano. Si ispira alla vera vicenda del parroco Don Luigi Morosini, e si avvale della collaborazione nella sceneggiatura di maestri come Sergio Amidei, Federico Fellini e Celeste Negarville. E' il momento storico a spingere Rossellini a superare le numerose difficoltà contingenti per mettere insieme un'opera che è divenuta immortale negli anni, sebbene all'inizio sia stata accolta freddamente in Italia, per le "troppe concessioni" al melodramma popolare. Eppure già nel 1946, a Cannes, "Roma città aperta" vince la Palma d'Oro, suscitando ammirazione nella critica, che sente di trovarsi di fronte ad un capolavoro epocale. Otto Preminger afferma: "La storia del cinema si divide in due ere, una prima ed una dopo "Roma città aperta"". Rossellini gira un film semplice e lineare, che si nutre dell'esperienza popolare e partigiana, reagendo agli anni dell'insopportabile retorica fascista in maniera commovente. La povertà dei mezzi viene ad essere scavalcata dalla genialità di alcuni degli episodi che sono rimasti celebri nella storia del cinema, come la corsa di Pina verso il camion nel quale si trova Francesco, il suo uomo. Celebri ed ineguagliate rimangono inoltre le interpretazioni di Anna Magnani e di Aldo Fabrizi. Il titolo del film fa riferimento alla designazione che si dava in tempo di guerra alle città che non potevano essere bombardate, per conservare il patrimonio artistico monumentale in esse contenuto.
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  • Alessandro Blasetti, Un giorno nella vita, 1946
    Alessandro Blasetti, Un giorno nella vita, 1946Per sfuggire ai tedeschi, un gruppo di partigiani si rifugia in un convento di suore. Uno di loro, ferito, viene curato. Quando se ne sono andati, sopravviene un reparto della Wehrmacht che per rappresaglia fucila le suore. Ritornano i partigiani, hanno la meglio sui tedeschi, vogliono passare per le armi i superstiti, ma rinunciano. Prodotto dalla Orbis, con l'Universalia una delle due società di produzione cattoliche costituite nel dopoguerra a Roma, sceneggiato come Roma città aperta da una squadra "ciellenistica" (Cesare Zavattini a sinistra, Diego Fabbri cattolico, A. Blasetti ex fascista, Majano e Mario Chiari liberali laici), ha poco o nulla da spartire col cinema neorealista nelle forme e nei contenuti. E un melodramma psicologico risolto in un generico e metastorico appello contro ogni violenza.
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  • Roberto Rossellini, Paisà, 1946
    Roberto Rossellini, Paisà, 1946I episodio - Sicilia
    Luglio 1943: le forze anglo-americane approdano in Sicilia per iniziare la conquista dell'isola. Un gruppo di militari americani, impegnato a setacciare un'impervia zona in cerca nel nemico tedesco, giunge sino ad una chiesa dove sono rifugiate decine di abitanti al riparo dai bombardamenti. Fra questi, una ragazza in cerca dei parenti, Carmela (Carmela Sazio), si offre in aiuto del plotone per guidarli in direzione dei tedeschi evitando i campi minati. Direttisi verso nord, trovano un castello incustodito e vi si stabiliscono. Qualche ora dopo giungono però dei soldati tedeschi che prima uccidono un soldato americano, quindi s'impossessano del castello ed infine trovano Carmela. Prima che questi possano abusare di lei, la ragazza imbraccia il fucile del soldato colpito ed uccide uno di loro: la stessa sorte capiterà poco dopo a lei, vittima della vendetta degli altri commilitoni.
    II episodio - Napoli
    Uno scugnizzo fa la conoscenza di un militare di colore americano, Joe (Dots Johnson). Dopo avergli raccontanto i propri sogni di gloria una volta tornato a casa, il soldato s'addormenta ed il ragazzo ne approfitta per rubargli le scarpe. Qualche giorno dopo il milite ritrova per caso il piccolo ladro e lo costringe ad accompagnarlo nella sua casa per riprendere il maltolto. Qui, però, l'americano fa i conti con le impressionanti immagini della miseria in cui vive il giovane orfano e si convince a desistere dal suo intento.
    III episodio - Roma
    Febbraio-marzo 1944: lo sbarco alleato ad Anzio provoca l'inizio della ritirata tedesca dall'Italia centrale ma è solo in giugno che gli anglo-americani accedono alla capitale totalmente liberata. Sei mesi dopo, per le strade di Roma, una prostituta (Maria Michi) adesca un soldato americano ubriaco di nome Fred (Gar Moore) e lo porta con sè nella propria stanza. Qui, l'uomo inizia a raccontare del proprio incontro con una ragazza italiana, Francesca, avvenuto il giorno dell'arrivo alleato a Roma. La prostituta realizza di essere proprio lei la ragazza incontrata mesi prima e poi perduta di vista, nella disperazione causata dalla guerra. Nonostante cerchi di rivederlo il giorno successivo per rivelarsi come "quella" Francesca, il soldato Fred riparte senza presentarsi all'appuntamento, ignorando così per sempre la vera identità di quell'anonima donna di strada.
    IV episodio - Firenze
    La ritirata dei nazi-fascisti prosegue risalendo la penisola, prima attraverso il Lazio, poi l'Umbria, quindi la Toscana, dove gli alleati liberano la parte di Firenze a sud dell'Arno. Fondamentale è il contributo dato dai partigiani nella lotta casa per casa. È proprio fra questi che la giovane infermiera inglese Harriet, in servizio in quelle zone, cerca disperatamente l'uomo che ama e che ha perso di vista: Guido Lombardi, capo partigiano. La ragazza cerca così di entrare nella Firenze sotto assedio per ritrovarlo, con l'aiuto dei partigiani e di un uomo in cerca della sua famiglia dispersa. L'avventura di Harriet termina però nel modo più doloroso, quando viene a sapere della morte di Guido da un suo compagno partigiano.
    V episodio - Emilia-Romagna
    L'avanzata anglo-americana deve fare i conti con la linea Gotica. In quelle zone, in un piccolo convento sull'Appennino emiliano, avviene l'incontro tra una comunità di frati francescani e tre cappellani militari americani. Un motivo di turbamento che sconvolge l'armonia e la pace del posto si ha quando uno dei frati scopre la fede protestante ed ebraica di due dei cappellani, considerati per ciò anime perdute per le quali invocare la conversione al Cattolicesimo.
    VI episodio - Polesine
    Inverno del 1944: oltre la linea Gotica, lungo la foce del Po, la lotta vede in primo piano i partigiani insieme a truppe di paracadutisti americani. Nella dura battaglia combattuta fra le paludi del Polesine, non mancano le violente rappresaglie dei nazi-fascisti, anche sui civili inermi e sugli stessi eroi partigiani. Saranno le ultime barbarie di una tragica guerra che si appresta ad aver fine di lì a pochi mesi più tardi.

  • Aldo Vergano, Il sole sorge ancora, 1946
    Aldo Vergano, Il sole sorge ancora, 1946Film neorealista sulla Resistenza, incentrato sulle vicende di un soldatino che alla fine, dopo alcune avventure sentimentali, s'arruolerà tra i partigiani. Si ricorda soprattutto la scena in cui un sacerdote, condotto alla fucilazione dai tedeschi, riesce a far ribellare i contadini recitando le litanie. Il prete è interpretato da Carlo Lizzani. Dopo l'8 settembre 1943 i soldati abbandonano i loro reparti e se ne tornano a casa. Nel periodo che segue c'è chi ha occasione di unirsi ai partigiani e chi pensa di avere interessi da salvaguardare e se la vede brutta. Prodotto dall'Associazione Nazionale Partigiani d'Italia, è uno dei pochi film (e uno dei primi) che abbia tentato un'indagine della composizione sociale e classista dell'Italia occupata. È giustamente famosa la scena finale in cui C. Lizzani, nella parte di un prete, va con un compagno verso la fucilazione intonando la litania dell'"Ora pro nobis" con la folla che gli risponde in crescendo. Compaiono nel film alcuni intellettuali (A. Gatto, R. Jacobbi, G. Viazzi, G. Aristarco) e 2 giovani che sarebbero diventati registi (G. De Santis e G. Pontecorvo).
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  • Carlo Lizzani, Achtung! banditi!, 1951
    Carlo Lizzani, Achtung, banditi!, 1951La guerra sta per finire e a Genova un gruppo di partigiani è incaricato di una pericolosa missione: impedire che i nazisti portino con loro in Germania i macchinari di una fabbrica d'armi. L'azione è difficile, ma essi ottengono la solidarietà degli operai che difendono così anche il proprio posto di lavoro. Quando tutto sembra perduto, l'intervento decisivo di un battaglione di alpini porta il gruppo alla vittoria.
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  • Carlo Lizzani, Cronache di poveri amanti, 1954
     Carlo Lizzani, Cronache di poveri amanti, 1954Tratto dall'omonimo romanzo di Vasco Pratolini.
    Il film fu presentato in concorso al 7º Festival di Cannes, dove ricevette il Prix International. Vinse inoltre due Nastri d'argento, per la miglior musica e la migliore scenografia.
    Firenze, primavera del 1925. Il giovane tipografo Mario si trasferisce nel quartiere di Santa Croce, in via del Corno, per stare più vicino alla sua innamorata, Bianca, diventando così a sua volta un "cornacchiaio" e ritrovandosi a condividere le vicende quotidiane degli abitanti di quel piccolo mondo popolare negli anni foschi dell'ascesa del fascismo. Il suo padrone di casa è il maniscalco Corrado, detto Maciste, noto antifascista ed ex Ardito del Popolo come il suo amico Ugo, venditore ambulante di frutta e verdure, un tempo a sua volta fortemente impegnato in politica, ma ora dedito soprattutto a donne e divertimenti. La piccola via ospita anche un paio di convinti fascisti: il ragioniere Carlino Bencini, legionario fiumano, impiegato delle assicurazioni, e il suo collega, amico e coinquilino Osvaldo. Fra gli altri vicini: il ciabattino Staderini, Ristori, proprietario dell'alberghetto che ospita alcune prostitute, fra cui Elisa, amante di Nanni, l'"ammonito", Clara, amica di Bianca costantemente tormentata dal fidanzato perché acconsenta a sposarlo, Alfredo Campolmi, proprietario della pizzicheria e fresco sposo di Milena. Immobile a letto ma costantemente informata di quanto accade nella via grazie alla servetta Gesuina, la Signora tesse una fitta rete di relazioni e lega tutti a sé attraverso i prestiti che concede.
    La quieta convivenza in via del Corno è drammaticamente spezzata quando Alfredo, appena sposato e deciso a far prosperare la sua attività, rifiuta di dare il contributo alla sezione locale del Partito Fascista e subisce un brutale pestaggio, che lo lascia così pesantemente segnato nel corpo da doversi ricoverare in sanatorio e cedere la pizzicheria.
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  • Carlo Lizzani, Il gobbo, 1960
    Carlo Lizzani, Il gobbo, 1960Il film si ispira alla vera storia di Giuseppe Albano (nel film Alvaro Cosenza), detto il "gobbo del Quarticciolo", un giovane partigiano immigrato del sud che nella Roma occupata dai tedeschi prende le armi contro di loro e successivamente, dopo la liberazione e dopo varie peripezie che gli costeranno la fama di pericoloso bandito, morirà assieme all'amante Nina in uno scontro a fuoco con i carabinieri. Il suo principale nemico è Moretti, un commissario fascista, ma questi è anche il padre della donna che egli ama e che lo seguirà nella fuga finale e nel tragico epilogo del film.
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  • Francesco Maselli, Gli sbandati, 1955
    Francesco Maselli, Gli sbandati, 1955Nell'estate del 1943 la contessa Luisa (Isa Miranda) e il figlio Andrea (Jean-Pierre Mocky) lasciano Milano per sfuggire ai bombardamenti e si ritirano nella loro villa di campagna, dove ospitano due coetanei di Andrea, il cugino Carlo, figlio di un gerarca fascista fuggito in Svizzera, e l'amico Ferruccio, figlio di un ufficiale dell'esercito, impegnato in guerra. I tre giovani passano il tempo nel dolce far niente, prendendo il sole lungo il fiume, solo vagamente consapevoli del conflitto in corso, grazie alle trasmissioni di Radio Londra. Cominciano a prendere coscienza della gravità della situazione quando giungono degli sfollati dalla città ed Andrea, per debolezza e non per solidarietà, è costretto ad accettare di ospitarne alcuni nella villa, con la contrarietà di sua madre. Fra gli sfollati c'è la giovane operaia Lucia (Lucia Bosé), di cui Andrea si innamora e grazie alla quale finalmente esce dal suo mondo dorato per affrontare la tragica realtà che li circonda e prendersi delle responsabilità. In assenza della madre, a cui è legato da un rapporto morboso e verso la quale è in completa soggezione, sembra maturare e, quando in paese giungono dei soldati italiani, sfuggiti ad un convoglio tedesco che li stava portando ai campi di lavoro, trova il coraggio di nasconderli nella villa, appoggiato da Carlo e Lucia. Ma Ferruccio racconta quanto sta succedendo alle vecchie autorità fasciste del paese, che informano i tedeschi. Scoperta la delazione del ragazzo, i soldati fuggiaschi fuggono in camion verso le montagne ed i partigiani. Lucia, Carlo e Andrea dovrebbero andare con loro, ma l'arrivo della contessa, accompagnata da un ufficiale tedesco, spegne tutta l'intraprendenza dell'ultimo, che accetta di rimanere con lei ed abbandonare i compagni al loro destino. Mentre si allontana in auto, al sicuro, Andrea vede i soldati tedeschi perquisire la villa e poi quando sente dei colpi di arma da fuoco capisce, con disperazione, che Lucia è stata uccisa.
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  • Roberto Rossellini, Il generale Della Rovere, 1959
    Roberto Rossellini, Il generale Della Rovere, 1959Tratto dall'omonimo romanzo di Indro Montanelli.
    Genova, 1943. Emanuele Bardone, un truffatore, amante del gioco e delle donne, millanta conoscenze influenti presso le autorità nazifasciste coi familiari dei detenuti politici, al fine di estorcere loro denaro, con la complicità di un sottufficiale tedesco; il suo inganno si basa sulle false promesse d'interessamento per una favorevole soluzione dei loro casi. Con tale ignobile attività si procura il denaro con il quale mantiene Valeria, una ballerina che vive con lui, e per il gioco d'azzardo, che lo divora.
    La sua attività lo porta ad aver rapporti con il colonnello Müller, da lui conosciuto casualmente qualche giorno prima, con il quale sembra stringere un'amicizia che però cessa nel momento in cui una donna, a cui il Bardone ha chiesto denaro per intercedere a favore del marito, viene a conoscenza che il marito è già stato fucilato e lo denuncia alle autorità. Bardone, una volta arrestato, per alleggerire la sua grave posizione accetta di collaborare con Müller, che gli propone, riscontrata la sua abilità nell'ingannare le persone, di assumere l'identità del generale Giovanni Braccioforte della Rovere, un importante ufficiale badogliano, ucciso per errore dai soldati tedeschi che, non avendolo riconosciuto, non hanno rispettato la consegna di catturarlo vivo. Egli sarà internato a Milano, nel braccio politico del carcere di San Vittore, con l'incarico di assumere informazioni e di scoprire la vera identità di "Fabrizio", il capo della Resistenza a cui la Gestapo non è ancora riuscita a dare un nome.
    La realtà carceraria, e della stessa Resistenza, con cui il truffatore viene a contatto, lo porta lentamente a riconsiderare i valori della dignità, del coraggio e del patriottismo. Egli rimane profondamente colpito dalla morte di Aristide Banchelli, un partigiano che, piuttosto che rivelare il poco di cui è a conoscenza, preferisce subire la tortura che il suo fisico anziano non è in grado di sopportare, arrivando poi a suicidarsi per il timore di parlare. Una notte infine, dopo la cattura di alcuni partigiani, il falso generale viene mandato a passare la notte nella stanza dove si trovano una ventina di uomini in attesa di esser fucilati per rappresaglia, a seguito dell'uccisione del federale di Milano, ed i nazisti sanno con certezza che tra loro c'è anche "Fabrizio".
    "Fabrizio" si presenta infatti a colui che crede il generale Della Rovere: ora Bardone dispone dell'informazione che gli garantirebbe, secondo le promesse del colonnello Müller, la libertà, oltre a un premio in denaro ed a un salvacondotto per la Svizzera. Ma, quando Müller gli chiede di rivelargli il suo nome, egli rinuncia a ciò per cui ha sempre lavorato, preferendo condividere la sorte degli uomini che stanno andando a morire piuttosto che tradire colui che, a rischio della vita, combatte nobilmente per la libertà di tutti. Riscattando in questo modo una vita fatta di umana miseria, Bardone si presenta con dignità al plotone d'esecuzione e muore insieme con altri dieci uomini, tra cui alcuni ebrei, dopo aver pregato Müller di far pervenire a sua moglie, ossia la moglie del generale, un biglietto di commiato, e, dopo aver rivolto ai suoi compagni un'esortazione a rivolgere i loro estremi pensieri alle loro famiglie ed alla patria, cade dopo avere gridato "Viva l'Italia!", e solo in quel momento il colonnello Müller riconosce di avere sbagliato nel giudicarlo.
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  • Roberto Rossellini, Era notte a Roma, 1960
    Era notte a RomaNel novembre 1943, mentre gli anglo-americani si battono contro i tedeschi a Cassino, tre prigionieri di guerra riescono a evadere da un campo di concentramento e cercano di fuggire verso il Sud dell'Italia, già nelle mani degli Alleati. Così, il maggiore Michel Pemberton dell'armata inglese, il sottotenente Peter Bradley dell'aviazione americana e il sergente Feodor Nazukov dell'esercito sovietico si ritrovano a doversi affidare a un gruppo di suore che hanno promesso di condurli a Roma. Nella capitale i tre scoprono che le suore sono in realtà donne travestite per vendere i loro prodotti al mercato nere. Una di loro, Esperia, decide di ospitarli in casa ma dopo qualche tempo, i tre soldati, stanchi di vivere rinchiusi, prendono contatti con i partigiani. Una sera, però, a causa di una soffiata, la polizia tedesca fa irruzione nella casa e arresta Esperia e il suo fidanzato. Feodor viene ucciso mentre tenta la fuga, invece Michel e Peter si rifugiano in casa del principe Antoniani. Dopo la strage delle Fosse Ardeatine, Peter e il principe decidono di raggiungere le linee alleate, mentre Michel, solo, ritrova Esperia e scopre la vera identità dell'uomo che li ha traditi. Dovrà decidere cosa fare. La liberazione, però è alle porte.
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  • Gillo Pontecorvo, Kapò, 1960
    Gillo Pontecorvo, Kapò, 1960In un campo di concentramento, una giovanissima ebrea si schiera per paura dalla parte dei nemici e diventa guardiana delle proprie compagne di sventura. Le sue azioni sono guidate dall'istinto di sopravvivenza, ma un prigioniero russo giunto al campo dopo qualche tempo, la fa innamorare. La ragazza si sacrifica per permettere a lui e ad altri di fuggire.
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  • Florestano Vancini, La lunga notte del '43, 1960
    Florestano Vancini, La lunga notte del '43, 1960In una Ferrara avvolta in un clima freddo, reso ancor più tetro dal fantasma di una guerra ormai persa, nel novembre del 1943 dalla finestra della sua abitazione, il dottor Pino Barilari, titolare dell'omonima farmacia sottostante, presso la quale ha per anni lavorato prima che una malattia venerea lo consumasse riducendolo all'invalidità, scruta la monotona vita cittadina facendosi beffa di chiunque passi sotto il suo sguardo. La bella e giovane Anna, moglie di Barilari, incontra per caso Franco, suo spasimante prima dell'infelice matrimonio che la costringe ad una vita da reclusa. La fiamma tra i due si riaccende e Franco, scappato dopo l'8 settembre e costantemente a rischio di cadere nelle maglie del rastrellamento, pare sinceramente interessato alla conturbante signora Barilari. Sul corso principale di Ferrara, sotto gli occhi vigili di Barilari, si consuma una tragedia: l'inquietante e diabolico Carlo Aretusi, detto "Sciagura", ambisce a sostituire il federale fascista di Ferrara, Console Bolognesi, da lui ritenuto un imbelle burocrate. Attraverso un'imboscata ordita da Aretusi e portata a termine dal fido Vincenzi, Bolognesi viene eliminato. Subito a Ferrara accorrono le squadre fasciste da altre città, inviate direttamente da Verona, dove si sta svolgendo il congresso costitutivo del Partito Fascista Repubblicano. Su indicazione di Aretusi vengono arrestati, come capri espiatori, alcuni antifascisti ferraresi e tra questi l'avvocato Villani, padre di Franco. Gli antifascisti vengono fucilati nella notte resa fredda e deserta dal clima rigido, il coprifuoco ed il terrore, proprio davanti al muretto del Castello Estense e sotto gli occhi di Barilari, sveglio e davanti alla sua finestra, che assiste impotente prima al massacro e poi al ritorno di Anna, reduce da una notte passata con Franco. Anna, consapevole che Barilari ha visto tutto, gli chiede di denunciare l'accaduto gridandogli in faccia il suo disprezzo e la sua felicità ritrovata nella nuova relazione; fugge poi da Franco per raccontargli che esiste un testimone dell'assassinio di suo padre ma Franco prima la tratta con freddezza poi, davanti alla prospettiva di conoscere la verità, la scaccia. Anna torna a casa sconvolta, giusto in tempo per scorgere che Aretusi ha fatto visita a suo marito. L'intento di "Sciagura" è di sapere se Barilari ha visto l'accaduto ma, forse per proteggere la moglie, l'ex farmacista nega. Anna, inconsapevole del drammatico colloquio fra i due, nota solo un cenno che Aretusi fa dalla strada a Barilari e, ritenendolo uno squallido gesto d'intesa, rifiuta di salire e cambia direzione. Solamente il farmacista che lavora con lei, e che da sempre ne è segretamente innamorato, tenta di dissuaderla dall'abbandonare la sua casa ma inutilmente e la bella signora Barilari se ne va per sempre sentendosi delusa da tutti e sconfitta. Anni dopo Franco, fuggito e poi sposatosi all'estero, torna a Ferrara e, preso atto della morte di Barilari sin da prima della fine della guerra, cerca invano Anna della quale nessuno sa più nulla. Incontra casualmente Aretusi proprio di fronte alla lapide che ricorda il sacrificio di suo padre e, davanti ai modi gentili dell'ex gerarca, risponde con altrettanta gentilezza stringendogli la mano. Quando la moglie gli chiede chi fosse quell'anziano, Franco risponde che era un capo del fascio locale ma che riteneva "...non avesse mai fatto nulla di male". Franco continua a scegliere quindi di non sapere, rimanendo indifferente anche di fronte alla sua tragedia familiare e fugge, ancora una volta e forse per sempre, da Ferrara.
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  • Luigi Comencini, Tutti a casa, 1960
    Luigi Comencini, Tutti a casa, 1960Coste del Veneto, 8 settembre 1943. Nella cucina della caserma del Regio Esercito italiano, la radio diffonde il famoso comunicato con cui si annuncia l'armistizio chiesto dal maresciallo Pietro Badoglio alle potenze anglo-americane. L'entusiasmo scoppia rapidamente e sulle bocche dei militi risuona l'urlo "La guerra è finita, tutti a casa!". La realtà è ben presto, però, drammaticamente diversa. Gli alleati tedeschi sono improvvisamente diventati nemici, il Re e Badoglio sono fuggiti, le truppe senza ordini precisi sono allo sbando. Il sottotenente Alberto Innocenzi (Alberto Sordi) ed i suoi soldati apprendono tardi la notizia dell'armistizio, finendo così sotto il fuoco dei nuovi nemici tedeschi. Innocenzi, estremamente ligio al dovere, attende ordini e cerca un comando cui presentarsi, ma il reggimento si sfalda. Molti, stanchi della guerra, disertano e pensano solo a tornare a casa dalle proprie famiglie; gli altri, non sanno cosa fare. Assieme al geniere Ceccarelli (Serge Reggiani) e al sergente Fornaciari (Martin Balsam), unici soldati rimasti nella truppa, anche Innocenzi comincia il suo difficile ritorno a casa, abbandonando a poco a poco il linguaggio ed il piglio militaresco per adattarsi al tragico momento. Indossati abiti borghesi con l'aiuto di alcuni civili, i tre si rimettono in viaggio, conoscono un gruppo di partigiani, ma non vi si uniscono, decisi a restare lontani da quella guerra che ormai vogliono solo lasciarsi alle spalle. Finiscono poi per separarsi nel loro tragitto lungo la penisola, ma il destino li fa ritrovare ed assistere impotenti alla morte di un loro commilitone, ucciso dai tedeschi per aver fatto fuggire una ragazza ebrea ed al fine raggiungono la casa di Fornaciari. Sembra fatta, ma la quiete è di breve durata: Fornaciari la notte stessa viene arrestato dai fascisti perché durante la sua assenza la sua famiglia aveva dato asilo ad un soldato americano. Innocenzi e Ceccarelli riescono a scappare e continuano il loro tormentato viaggio della speranza. Innocenzi finalmente giunge a casa; qui trova il padre (Eduardo De Filippo) che, per soldi e per un malinteso "Onor di patria", vorrebbe farlo arruolare nell'esercito della neonata Repubblica Sociale. A questo punto Innocenzi preferisce lasciare la sua casa e seguire Ceccarelli verso sud. In una Napoli in stato d'assedio, i due vengono però arrestati dai repubblichini e messi a lavorare per l'Organizzazione Todt nei giorni in cui scoppia la rivolta popolare. Mentre cercano di fuggire, Ceccarelli viene ucciso a pochi metri dalla sua abitazione, che aveva rivisto poco prima in lontananza durante la traduzione forzata ai lavori: la morte del generoso uomo, divenuto in quelle peripezie amico fraterno, scuote l'animo di Innocenzi che comprende di non poter più stare a guardare, decidendo così di unirsi alla lotta per la liberazione. È il 28 settembre '43, Napoli e il sud stanno per essere liberati.
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  • Dino Risi, Una vita difficile, 1961
    Dino Risi, Una vita difficile, 1961Zona del lago di Como, inverno 1944. Silvio Magnozzi, partigiano romano, sul punto di essere ucciso da un tedesco, viene salvato da Elena, figlia della proprietaria di un albergo. Silvio si nasconde per qualche tempo in un mulino abbandonato, Elena gli porta da mangiare, nasce una relazione. Una notte l'uomo sparisce e lo ritroviamo a Roma dopo la Liberazione. Lavora in un giornale comunista e un giorno viene incaricato di fare un servizio sull'oro di Dongo, che è molto vicino al paese di Elena. Silvio telefona, Elena lo insulta, ma poi si presenta all'appuntamento e i due vanno a Roma insieme. Panoramica su vent'anni di vita italiana attraverso le vicende di un ex partigiano giornalista che si inserisce nella borghesia reazionaria. Una delle più felici interpretazioni di Sordi in un personaggio per lui insolito, scritto su misura dalla sua eminenza grigia R. Sonego. Nonostante la contraddizione di fondo non risolta – essere commedia satirica o far posto alla tirannia di un mattatore – il film pullula di sequenze eccellenti e ha un momento di poesia: Sordi ubriaco all'alba in un vialone di Viareggio. Mangano, Gassman e Blasetti nella parte di loro stessi.
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  • Sergio Corbucci, I due marescialli, 1961
    Sergio Corbucci, I due marescialli, 1961L'8 settembre 1943 (giorno dell'armistizio di Cassibile), nella stazione ferroviaria di Scalitto, il maresciallo dei Carabinieri Cotone (Vittorio De Sica) sorprende il ladruncolo Antonio Capurro (Totò) che, travestito da prete, aveva appena rubato una valigia ad un viaggiatore. Ma mentre il maresciallo sta per catturare Capurro, un bombardamento distrugge la stazione e fa sì che, tra la confusione e i feriti, Capurro si appropri della divisa del maresciallo e scappi. Non senza aver fatto prima indossare al povero Cotone, ancora svenuto, l'abito talare. I due si ritroveranno poi nello stesso paesello di campagna, Scalitto: l'uno, Capurro, nei panni del falso maresciallo, a presidiare il paese al servizio dei tedeschi e del podestà fascista; mentre l'altro, Cotone, nei panni del falso prete si ritrova rifugiato in una chiesa insieme ad una ebrea, un partigiano e un americano, intento a capeggiare la resistenza locale guidata proprio dal "nemico" Capurro. Il prete Cotone riesce a convincere Capurro a fare il doppiogioco, continuando a fingersi un maresciallo disposto a collaborare con i tedeschi. Non mancano situazioni comiche e paradossali, dovute al fatto che Cotone non sa comportarsi da vero prete, così come il ladro Capurro deve improvvisarsi carabiniere. A complicare le cose c'è anche l'arrivo in paese di Immacolata, la fidanzata di Cotone: per salvare le apparenze, i nostri eroi sono costretti ad inscenare un falso matrimonio fra la donna ed il finto maresciallo, celebrato dal finto prete Cotone, che però è il vero fidanzato di Immacolata. Ma proprio nell'imminenza della Liberazione del paese da parte degli Alleati, il partigiano e l'americano vengono catturati e rinchiusi in cella. Di fronte alla prospettiva che degli innocenti vengano fucilati, Capurro ha un soprassalto di dignità e, conscio di dover onorare la divisa che indossa, utilizza la dinamite in suo possesso per liberare i due, pur sapendo che con ciò verrà scoperto dai tedeschi. Capurro viene così avviato all'esecuzione, nonostante Cotone si sia inutilmente affannato a dichiarare che il vero maresciallo fosse lui.
    Vent'anni dopo, il maresciallo e la sua famiglia si trovano nuovamente nella stazione ferroviaria di Scalitto. Il povero Cotone, ormai a riposo, per anni ha cercato notizie di Capurro senza averne più trovato traccia, ma restando convinto comunque che alla fine la divisa da carabiniere avesse redento il ladro. Ma proprio sul marciapiede della stazione si vede sfilare da sotto il naso la propria valigia da un ladro vestito da frate domenicano, che altri non è che il vecchio amico/nemico Capurro, ancora vivo e operante.

  • Nanni Loy, Un giorno da leoni, 1961
    Nanni Loy, Un giorno da leoni, 1961L'otto settembre 1943, a Roma, cambia il corso di molte esistenze: lo studente universitario Danilo cerca di fuggire all'arruolamento, mentre il suo amico Michele, un mite ragioniere avviato verso il Nord col personale del ministero in cui lavora, riesce a tornare a Roma dove ha lasciato Ida, la ragazza che ama. Ma a Roma è sopraffatto dal timore e si unisce a Danilo in un improbabile tentativo di superare la linea gotica. Sul tram dei Castelli essi conoscono un giovane popolano, Gino, che si unisce a loro nella fuga quando il tram viene fermato dai tedeschi. I tre riescono a porsi in salvo in una cantina che serve come rifugio ad un gruppo di militari datisi alla macchia, guidati da Orlando. Più tardi i militari (che hanno ormai assorbito i tre fuggiaschi) vengono raggiunti da Edoardo, un vecchio fuoriuscito divenuto partigiano, e apprendono che il loro compito consiste nel far saltare un ponte sul quale passa la linea ferroviaria che fornisce le truppe tedesche. Il gruppo, che è riuscito a procurarsi l'esplosivo, si disperde quando Edoardo viene arrestato dai tedeschi. Tornati a Roma, Michele, Danilo e Gino apprendono che Edoardo è morto raccomandando agli ex compagni il compimento dell'opera di sabotaggio. I tre, dopo aver subito una trasformazione che li ha maturati, si riuniscono ad Orlando e preparano il sabotaggio del ponte. L'azione riesce, malgrado le difficoltà; ma nell'impresa Michele perde la vita, riscattando la propria inettitudine fisica con un atto eroico. Il sabotaggio è riuscito così bene che il comando tedesco lo attribuisce a paracadutisti americani. Nessuno saprà mai che un gruppo di uomini comuni ha saputo vivere il suo "giorno da leoni".
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  • Giuliano Montaldo, Tiro al piccione, 1961
    Giuliano Montaldo, Tiro al piccione, 1961Settembre 1943. Il giovane Marco Laudato si arruola nelle forze armate della repubblica sociale italiana. Insieme ai commilitoni partecipa ad un’operazione bellica nel corso della quale rimane ferito. Trattato come un eroe, trascorre un periodo di convalescenza in ospedale, dove conosce Anna, una signora della quale s’innamora. La parentesi sentimentale è, però, breve, perché Marco torna al suo reparto. Per la repubblica di Salò la situazione è diventata ormai insostenibile e il crollo del fascismo e del suo alleato nazista è prossimo. Dopo aver visto i suoi commilitoni morire uno dopo l’altro oppure disertare ignominiosamente, Marco perde ogni speranza e il desiderio di combattere.


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  • Nanni Loy, Le quattro giornate di Napoli, 1962
    Nanni Loy, Le quattro giornate di Napoli, 1962Il film, ispirato al libro di Aldo De Jaco La città insorge: le quattro giornate di Napoli del 1956, fu prodotto da Goffredo Lombardo e fu candidato all'Oscar nel 1962 come miglior film straniero e per la sceneggiatura. Il film è dedicato al dodicenne, medaglia d'oro al valor militare, Gennaro Capuozzo. Nel film Nanni Loy descrive la rivolta popolare scoppiata a Napoli spontaneamente a seguito della fucilazione di alcuni marinai italiani il 28 settembre del 1943 e che in quattro giorni sconfisse e mise in fuga i tedeschi dalla città prima dell'arrivo degli alleati. Il film è corale e vi si mescolano singoli episodi e personaggi popolari protagonisti della rivolta. Dai ragazzi fuggiti dal riformatorio per unirsi all'insurrezione al piccolo Gennarino Capuozzo che muore sulle barricate a tanti altri personaggi, tra i quali va ricordato Adolfo Pansini.
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  • Luigi Comencini, La ragazza di Bube, 1963
    Luigi Comencini, La ragazza di Bube, 1963Storia di Mara, ragazza toscana che diventa donna sacrificando alcuni anni della sua vita a un ex partigiano condannato per l’omicidio di un colonnello e del suo figliolo del partito opposto al suo. . Del romanzo (1960, premio Strega) di Carlo Cassola il film è una riduzione fedele. Intorno a Mara, “la prima apparizione umana positiva di grande statura della nuova narrativa italiana” (I. Calvino), già in Cassola i rappresentanti dell'estremismo (il padre di Mara, i compagni di Bube) sono tenuti in ombra. Nel film sono quasi al buio, così com'è sfocato lo sfondo storico. Pur non parlando né camminando (Mario Soldati dixit) da toscana, C. Cardinale, finalmente non doppiata, è credibile, docile, tenera. Bellissimo bianconero di Gianni di Venanzo (1920-66) Al termine della seconda guerra mondiale, la contadina Mara (di 16 anni) s'innamora ricambiata del partigiano Bube (di 19 anni). Un omicidio compiuto dall'uomo lo costringe però alla clandestinità e alla fuga dall'Italia. La ragazza decisaa ad aspettare il suo amato, si trasferisce in città dove trova lavoro e un uomo che intende sposarla: non ha più notizie di Bube per molti mesi. Quando finalmente viene a sapere che il partigiano è tornato e alla frontiera viene arrestato, si reca in carcere a trovarlo. Consapevole dell'amore che prova per l'uomo, decide di aspettarlo per anni, finché finisce di scontare la sua pena.

  • Nelo Risi, Andremo in città, 1965
    Locandina non disponibileLenka vive insieme al fratellino Miscia, un bambino cieco di cinque anni, in un paese di provincia in Iugoslavia. La madre ortodossa è morta; il padre, un maestro elementare ebreo, è stato arrestato al momento dell'occupazione tedesca, internato in un campo di concentramento e dato ufficialmente per morto. Ma Ratko Vitas, il padre di Lenka in realtà non è morto, e, ritornato improvvisamente a casa, è costretto a nascondersi. Ivan, un giovane studente del quale Lenka è innamorata e che vive con i partigiani nel bosco, venuto per consegnare a Vitas documenti falsi, viene individuato da alcuni soldati tedeschi e Ratko, per salvargli la vita, esce all'aperto attirando su di sé l'attenzione dei nemici che lo accerchiano e lo uccidono a colpi di mitra. Mentre Ivan ferito si nasconde nella soffitta, giungono le SS per condurre i due fratelli in un lager: Lenka raccoglie mestamente i pochi effetti personali e si consegna docilmente ai nazisti. Nel treno che li conduce verso il lager, Lenka descrive a Miscia un invisibile paesaggio e lo culla nell'illusione di un tranquillo futuro in città.
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  • Nelo Risi, La strada più lunga, 1965
    Locandina non disponibileTratto dal racconto “Il voltagabbana” di Davide Lajolo.
    Michele ha combattuto in Etiopia, Spagna, Albania, Grecia. Dopo l´8 settembre ritorna a casa: è sempre stato fascista, ha creduto nelle cause per cui ha lottato, ma ora è stanco. La guerra tuttavia non è finita, anzi si è inasprita. I suoi camerati lo vogliono ancora con loro, ma questa Repubblica Sociale, un tempo vagheggiata, che ora giunge imposta dalle armi delle SS non lo convince. Michele rifiuta di tornare con i fascisti, ma la situazione non permette di restare neutrali. È giunto il momento delle scelte. Michele prende contatto con i partigiani, riesce a superarne la diffidenza. Alla fine ne abbraccia gli ideali e si unisce a loro sulle montagne.
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  • Florestano Vancini, Le stagioni del nostro amore, 1966
    Florestano Vancini, Le stagioni del nostro amore, 1966Un giornalista di sinistra sta attraversando un periodo di crisi esistenziale. Pianta la moglie e torna ai luoghi della sua gioventù. Spinge fino al grottesco la critica ai cedimenti morali e politici della sinistra, in una chiave viziata da autoindulgenti concessioni ai tormenti interiori. "Sarebbe ingiusto negare qualche fascino agli scorci di Mantova ... né si può trascurare la toccante verosimiglianza degli incontri tenuti nella chiave più allusiva. Ma i pellegrinaggi sentimentali sono difficili nella vita e nell'arte..." (T. Kezich). Premio Fipresci al Festival di Berlino.
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  • Gianni Puccini, I sette fratelli Cervi, 1968
    Gianni Puccini, I sette fratelli Cervi, 1968È la storia vera dei sette fratelli Cervi (Agostino, Aldo, Antenore, Ettore, Ferdinando, Gelindo e Ovidio), contadini di Campegine (RE) antifascisti e organizzatori della lotta partigiana sotto la guida del padre Alcide (1875-1970), catturati e fucilati dai tedeschi a Reggio Emilia il 28 dicembre 1943.


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  • Bernardo Bertolucci, Il conformista, 1970
    Bernardo Bertolucci, Il conformista, 1970Tratto dall'omonimo romanzo di Alberto Moravia.
    Presentato in concorso al Festival di Berlino, ottenne una nomination agli Oscar per la migliore sceneggiatura non originale e ai Golden Globes per il miglior film straniero.
    1937. Marcello Clerici (Jean-Louis Trintignant), spia fascista e docente di filosofia, è promesso a Giulia (Stefania Sandrelli), ragazza gioviale e solare, l'esatto opposto di lui: Marcello è infatti tormentato da un tragico episodio accaduto quando aveva tredici anni: aveva infatti ucciso Lino Seminara (o così crede), autista che aveva cercato di avere con lui un rapporto sessuale. Così, abbandonato il cattolicesimo, con il padre violento ed ex-fascista e una madre drogata, si avvicina ai servizi segreti fascisti, l'Ovra, che gli affida una missione: andare a Parigi per entrare nelle grazie del professor Quadri, suo docente universitario e dissidente politico (Enzo Tarascio), per ucciderlo, sotto la sorveglianza costante del camerata Manganiello (Gastone Moschin). Ma arrivati lì, l'incontro con la giovane moglie del professore (Dominique Sanda), perversa quanto attraente, innesca un gioco ambiguo di seduzione con sua moglie, anche se non rifiuta la corte di Marcello. Nel frattempo Marcello si invaghisce e messo alla prova dal professore con una falsa lettera, tentenna e viene biasimato da Manganiello, il quale, avuta da Marcello notizia di una vacanza dei Quadri in Savoia, li incastra in un'imboscata in montagna. Marcello, in macchina con Manganiello, assiste immobile all'orrida doppia esecuzione. La scena si sposta nella Roma del 1943, che esulta per la fine del fascismo. Marcello festeggia come gli altri, ma esce a raggiungere un amico fascista non vedente, dopo aver capito che la moglie sa tutto di lui. Quando vede Lino Seminara esce di senno, e attribuisce a lui e all'amico non vedente, che l'aveva introdotto all'Ovra, gli orrori di un vita.

  • Valentino Orsini, Corbari, 1970
    Valentino Orsini, Corbari, 1970Emilia Romagna, 1944, nell'Italia occupata i partigiani proseguono la resistenza contro tedeschi e repubblichini; Silvio Corbari, dopo avere tentato inutilmente di salvare un prigioniero in fuga, uccide un suo amico fascista, autore dell'omicidio, e se ne assume pubblicamente la responsabilità affiggendo un manifesto nella piazza del paese. Da quel momento si dà alla macchia con l'intenzione di iniziare una sua guerra personale contro gli occupanti, rifiutando l'invito di Adriano Casadei ad aggregarsi alle formazioni partigiane che operano sulle montagne, viceversa sarà quest'ultimo ad unirsi a lui, partecipando alle sue scorribande e successivamente altri compagni si aggregheranno per formare quella che sarà la cosiddetta Banda Corbari, un piccolo nucleo che opererà autonomamente sul territorio emiliano romagnolo. Le azioni e gli agguati ai danni di fascisti e tedeschi e la liberazione di prigionieri, con il conseguente allargamento della formazione, si susseguono con successo, tanto da attirare l'attenzione delle maggiori autorità del luogo su Corbari che ordinano la sua ricerca e la sua cattura o la sua uccisione. Nel frattempo Ines, infermiera e figlia del direttore dell'ospedale e quindi in possesso del permesso di circolazione rilasciato dal comando tedesco, raggiunge i partigiani chiedendo di unirsi alla formazione e, dopo un'iniziale diffidenza ed ostilità da parte degli uomini del gruppo, entrerà a farne parte, intrecciando una relazione con Corbari. La formazione con un colpo di mano conquista la cittadina di Tregnano e qui viene raggiunta da Ulianov, comandante della 32ma brigata partigiana, che ha sentito parlare delle sue azioni ed invita i componenti ad unirsi a lui ma Corbari rifiuta con l'intenzione di creare la zona libera Corbari, una piccola Repubblica libera in cui ogni abitante avrà diritto ad un fucile per ogni ettaro di terra che possiede al fine di difenderla. Vengono instaurate nuove regole, abolendo i debiti verso le banche e verso i proprietari terrieri, e vengono addestrati i giovani all'uso delle armi mentre gli scontri si susseguono e cresce la preoccupazione delle autorità nei confronti della nuova situazione, tanto da fare arrivare dalla Toscana un reparto fascista con il solo scopo di trovare ed uccidere il rivoluzionario. Scampato ad una trappola sulla strada di Cavriago Corbari riesce a decimare e mettere in fuga i fascisti incaricati di ucciderlo restando ferito ad un occhio nella sparatoria ma, prima del suo ritorno, un altro reparto riconquista Tregnano dove la popolazione subisce una feroce rappresaglia alla quale i superstiti assistono impotenti. Il nucleo della banda, insieme ai pochi scampati, raggiunge Ulianov per convincerlo ad attaccare per riconquistare la cittadina ma egli, attendendo forniture di armi dagli alleati, gli chiede di aspettare, suscitandone la rabbia e, inaspettatamente, la delusione per il desiderio dei compagni, primo tra tutti Casadei, di rimanere in montagna per unirsi ai partigiani. Frustrato dall'atteggiamento dei suoi uomini egli riparte insieme ad Ines e, rimasti soli, organizzano ed attuano una serie di azioni allo scopo di punire i responsabili dell'eccidio nel modo più visibile possibile come l'attentato in cui resta ucciso il comandante del reparto fascista, compiuto durante il funerale della precedente vittima, ma il cerchio intorno a loro si stringe ed anche Ines viene identificata. I vecchi compagni di Corbari, venuti a conoscenza delle sue azioni, scendono dalle montagne per ricominciare la lotta insieme a lui ma, quando il gruppo sembra rinsaldarsi e pronto a riorganizzare la resistenza in quell'area, Ines, uscita per comprare del cibo, viene riconosciuta e seguita ed il mattino seguente viene attaccato da un grande numero di nemici. Circondato ed impossibilitato a fuggire il gruppo tenta di opporre una resistenza ma il preponderante numero dei nemici la rende inutile; Ines viene ferita e, per indurre il suo uomo a tentare di allontanarsi, conscia del fatto che egli non la abbandonerà, si suicida sparandosi in bocca ma la sorte dei partigiani è comunque segnata ed, una volta catturati, saranno impiccati e lasciati appesi alle colonne della piazza del paese per fungere da monito ai ribelli.
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  • Vittorio De Sica, Il giardino dei Finzi Contini, 1970
    Vittorio De Sica, Il giardino dei Finzi Contini, 1970Tratto dall'omonimo romanzo di Giorgio Bassani. Nella Ferrara degli anni 1938-43, Giorgio è un amico d'infanzia di Micòl Finzi-Contini, e frequenta insieme ad altri amici ebrei il giardino della villa Finzi-Contini, dove è allestito un campo di tennis, dopo che le prime leggi razziali hanno escluso gli ebrei dai circoli del tennis. La famiglia ebrea dei Finzi-Contini è alto borghese, mentre Giorgio rappresenta un ebreo piccolo borghese dal cognome anonimo, e questa differenza di classe è un fattore che solo apparentemente non condizionerà l'amicizia e l'amore fra due giovani: il modesto Giorgio e la ricca Micol. Giorgio è un assiduo frequentatore della villa, in quanto amico di infanzia di Micol, pur avendo frequentato diverse scuole, lui quella pubblica e lei una ricca scuola privata. Entrambi stanno per laurearsi, ma Giorgio si innamora di Micol nella villa di Ferrara quando è troppo tardi, passati alcuni mesi dopo che lei era disposta a concedersi. Egli rimane col rimpianto di non essere stato capace di approfittare di quella occasione quando erano soli dentro una carrozza custodita in una rimessa del giardino. Quando Giorgio confessa il suo amore, lei è laureata dopo una permanenza di alcuni mesi a Venezia, e lo respinge senza svelargli il vero motivo, che è il fatto di essere attratta da un giovane italiano comunista, Giampiero Malnate, amico comune, col quale segretamente ha stretto una relazione. La crisi di Giorgio, quando si sente tradito in amicizia ed in amore, viene travolta nelle vicende storiche della persecuzione razziale fascista, divenuta pressante con la seconda guerra mondiale. Tutti i giovani ebrei che frequentano la villa vengono arrestati nel 1943, dopo la morte di Giampiero Malnate, al fronte nella campagna di Russia, e la morte di Alberto Finzi Contini, gracile fratello di Micol, sepolto nella cappella monumentale della famiglia ferrarese. L'epilogo drammatico della deportazione di Micol e dell'intera famiglia Finzi-Contini, livella definitivamente il destino e le differenze sociali tra la famiglia alto-borghese ed il resto della comunità ebraica ferrarese, accomunandoli tutti nell'orrore della deportazione e della morte in un campo di concentramento. In una delle ultime scene, quando le famiglie ebree rastrellate vengono portate nella scuola elementare vicino al castello Estense prima di essere inviate nel campo di concentramento in Germania, Micol e la nonna Regina, separate dagli altri si ritrovano con il padre di Giorgio, che si prende cura di loro, chiudendo così il cerchio affettivo tra la ragazza e il figlio, innamorato di lei ma rifiutato.

  • Bernardo Bertolucci, La strategia del ragno, 1970
    Bernardo Bertolucci, La strategia del ragno, 1970Il film si ispira liberamente a un racconto di Jorge Luis Borges, Tema del traditore e dell'eroe. Athos Magnani è il figlio trentacinquenne di un eroe della Resistenza dallo stesso nome e a lui somigliantissimo, ucciso, secondo una leggenda, dai fascisti nel 1936. Proveniente da Milano, Athos scende alla stazione della città paterna, Tara, nel parmense. Vi è stato chiamato dall'amante del padre, Draifa, con il compito di fare luce sull'assassino mai chiarito dell'uomo. Tara vive nel culto dell'eroe antifascista: una via, un monumento e un circolo culturale sono dedicati a lui. Ma all'arrivo del figlio gli abitanti mostrano ostilità nei confronti delle sue ricerche. Un colloquio con tre vecchi amici del padre fa scoprire ad Athos che l'uomo aveva ordito un attentato a Mussolini nel teatro della città, in occasione della prima del Rigoletto. Anziché il duce, era morto l'attentatore: qualcuno aveva tradito. Ma il giovane non crede alla versione degli amici del padre. Le evocazioni di Draifa, infatti, profilano un Athos esposto all'incertezza e alla paura dell'azione. Dibattuto se restare a Tara o partire dalla città, che gli appare sempre più minacciosa ed opprimente, il giovane ode le note del Rigoletto ed entra nel teatro: qui scopre finalmente la verità. Il padre aveva tradito per paura, ma aveva anche indotto gli amici ad ucciderlo per imporne la leggenda affinché la città avesse un eroe come modello per le future generazioni. Athos è sconvolto dalla scoperta e si trova sul punto di rivelare a tutti la verità durante un discorso commemorativo della figura di suo padre; durante il discorso, si rende conto che il padre aveva previsto tutto, a che aveva tradito per faarsi uccidere e diventare un eroe. Athos decide di tacere e di lasciare Tara per sempre. Recatosi nella stazione deserta del paese, l'altoparlante annuncia ritardi sempre maggiori del treno. L'erba ricopre le rotaie arrugginite: da lungo tempo nessun treno è più passato per Tara.
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  • Mauro Bolognini, Libera, amore mio!, 1973
    Mauro Bolognini, Libera, amore mio!, 1973Zanoni Matteo vive a Roma insieme a Libera-Anarchia Valente, dalla quale ha avuto due figli: Carlo e Anna. La donna, figlia di un anarchico esiliato a Ustica dal fascismo, non è capace di tacere e, prima di finire a sua volta al confino per 5 anni, si fa spedire con la famigliola a Livorno e poi a Modena, ove viene presa di mira dal commissario politico Franco Testa. Scoppiata la guerra, Matteo cerca di tirare avanti in qualche modo trasferendosi a Padova. Carlo fattosi giovincello, milita nella Resistenza; Libera fornisce armi ai partigiani. Diversi compagni muoiono nelle rappresaglie o nelle sommarie e brutali esecuzioni dei nazifascisti. Finita la guerra, Carlo stesso libera la mamma dalla prigione padovana ove è finita. Ricostruita la famigliola, Libera scopre che il Testa siede nuovamente nell'ufficio alloggi del municipio. Sollevate inutili proteste, ella cade per strada sotto i colpi di un cecchino fascista. Ideato da Luciano Vincenzoni – che s'è ispirato alla figura di sua madre e l'ha sceneggiato con N. Badalucco e il regista – fu girato nel 1973 e distribuito soltanto 2 anni dopo per noie di censura, anche ideologica: non piaceva a destra, era scomodo a sinistra. Vivace e originale nella 1ª parte, anche per merito di una Cardinale molto impegnata nel personaggio, si squilibra e diventa sempre meno attendibile quando la vicenda si avvia verso la guerra e la Liberazione.
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  • Carlo Lizzani, Mussolini, ultimo atto, 1974
    Carlo Lizzani, Mussolini, ultimo atto, 1974«Per cosa sarà ricordato Mussolini? Per colui che faceva arrivare i treni in orario» (Cardinale Schuster al suo segretario)
    «La Russia in ogni guerra ha contato su tre alleati: la distanza, la fanghiglia ed il gelo... Manderemo là le nostre truppe al fianco dei Tedeschi. E vinceremo!!» (Mussolini)
    La narrazione del film parte alcuni giorni prima della morte di Benito Mussolini, avvenuta il 28 aprile del 1945. In una Repubblica di Salò ormai in disfacimento, vengono rappresentati i pensieri, gli stati d'animo del duce in viaggio verso la morte: numerosi i flashback, in cui il dittatore italiano ricorda la sua gloria passata e il popolo osannante. Mussolini, che si trova a Milano sotto la protezione dei tedeschi, rifiuta la resa ai partigiani del CLN Alta Italia che gli viene suggerita dal cardinale Schuster e decide di fuggire verso la Svizzera contando sull'aiuto degli anglo-americani sono già penetrati nel Nord Italia. L'amante Claretta Petacci decide di seguirlo, così come i gerarchi che intendono arrendersi agli alleati, onde evitare la cattura e la fucilazione dai partigiani. Egli viaggia scortato da una colonna composta da soldati tedeschi e da SS ma, durante il tragitto, questa sarà fermata da un gruppo di partigiani che, in ossequio agli accordi intercorsi tra le autorità tedesche ed il CLN, lasceranno proseguire i tedeschi, a condizione che gli siano consegnati i gerarchi fascisti, cosa che avviene. L'unica speranza di salvezza del Duce è il travestirsi da soldato tedesco, mescolato tra i soldati caricati sui camion ma, ad un secondo posto di blocco, a Dongo sul lago di Como, verrà riconosciuto e, dopo essere stato arrestato, verrà trasportato in varie ed improvvisate prigioni tra cui un casolare contadino in attesa di una decisione sulla sua sorte. Il CLN incaricherà di giustiziarlo Walter Audisio, noto con il nome di battaglia di Colonnello Valerio. Il mattino del 28 aprile 1945, verrà condotto a Giulino di Mezzegra ed ivi fucilato; insieme a lui morirà anche Claretta Petacci, che al primo sparo si era frapposta tra il proiettile e l'amante. Il film termina con un'immagine sfocata che richiama ad un'alba pallida e caliginosa. Si susseguono disturbatissimi comunicati radiofonici che annunciano la morte del dittatore e la fine della guerra, fino ad udirsi l' Inno di Mameli, come un lento risveglio dal lungo incubo bellico.
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  • Luigi Magni, Nemici d'infanzia, 1975
    Luigi Magni, Nemici d'infanzia, 1975Tratto dal romanzo omonimo dello stesso Luigi Magni. A Roma occupata dai tedeschi, rimasto orfano di madre nella primavera 1944, il dodicenne Paolo, un romano del quartiere Prati, vive col padre, disorientato e come assente, in un modesto appartamento all'ultimo piano di un palazzo, tra i cui vicini - in occasione del lutto - viene a conoscere la famiglia di un gerarca fascista che ha sposato una tedesca. Lo colpisce Luciana, pressoché sua coetanea, figlia dei due, venuta con loro a porgere le condoglianze, per uno sguardo intenso ed amichevole che gli rivolge. Da quel momento Paolo trascura i pochi amici con i quali gioca alla guerra e a combinare rischiose monellerie durante il coprifuoco, passando invece ore sul terrazzo sotto i tetti, nella speranza d'intravedere la ragazza di cui si è candidamente infatuato. Nasce, così, timidamente, fra i due, una storia d'amore, furtiva e costretta ad incessanti cautele, per evitare complicazioni per entrambi. Ad appesantire la situazione contribuisce sia il breve "permesso" che riporta in famiglia per il lutto il figlio maggiore Marco, fidanzato con Marisa, figlia di una vicina, partito volontario per la X MAS, un diciottenne fragile ed insicuro come tanti altri coetanei, travolti dagli eventi, che Paolo non riesce né ad amare né a rifiutare, sia l'arrivo di un inquilino invalido civile, silenzioso e schivo, che ha trovato alloggio nell'abbaino e che Paolo intravede dal lucernario (su cui è salito per cercare di vedere apparire Luciana) intento a pulire una pistola. Gli diventa amico, gli rende qualche piccolo servizio, ne ascolta con ammirazione i pacati ragionamenti e le sagge riflessioni e gli offre di nascondergli la pistola al sopravvenire della polizia: è Corsini, un antifascista, che una sera (mentre Paolo segue per la strada a distanza Luciana, che rientra con i genitori dal cinema) e da lui visto - unico testimone - mentre spara al padre di lei. Pur di non tradirlo accetta di perdere Luciana che invano gli ha chiesto di denunciare l'assassino: Paolo porterà con sé nella vita il tremendo segreto di quella morte.

  • Giuliano Montaldo, L'Agnese va a morire, 1976
    Giuliano Montaldo, L'Agnese va a morire, 1976Agnese è una donna di mezza età di Comacchio. La storia inizia con la deportazione del marito Palita, membro della Resistenza, nei campi di concentramento. A causa della perdita del marito, Agnese vuole aiutare i "compagni", portando cibo, informazioni, armi e notizie da un paese all'altro. Agnese divenne una staffetta partigiana. La sua vita prosegue così per sei mesi, durante i quali viene a sapere della morte del marito da un "compagno". Ma un giorno un soldato tedesco uccide per gioco la loro gatta nera. La notte, Agnese uccide il soldato spaccandogli la testa con il mitra. Agnese deve scappare e, di conseguenza, entrare a far parte della vita clandestina della Resistenza. Agnese diventa "mamma Agnese": prepara pasti per partigiani, controlla che ci siano provviste per tutti, esegue lavori casalinghi, per non farsi notare dai tedeschi e per non essere uccisa. Le vicende che attraversano quest'altro anno raccontano la guerriglia contro i tedeschi, nemici contro i quali bisogna combattere per non essere annientati. Considerati "buoni" sono i partigiani, non ben visti delle persone e sottovalutati anche dalle truppe amiche. Dopo la disfatta della battaglia partigiana, Agnese torna staffetta, ma viene uccisa da un rastrellamento dal maresciallo del soldato tedesco da lei ucciso.
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  • Ettore Scola, Una giornata particolare, 1976
    Ettore Scola, Una giornata particolare, 1976La giornata particolare è quella dell'incontro di Antonietta e Gabriele, elegia di un'amicizia breve, ma vissuta con l'intensità di un grande amore. La giornata particolare è quel 6 maggio 1938, che vede tutta Roma in festa per un altro incontro, quello tra due dittatori, Hitler e Mussolini. Nel momento di pieno consenso ad un regime che di lì a poco avrebbe portato il Paese alla catastrofe, i caseggiati di Roma si svuotano come formicai per l'adunata; tutti rispondono entusiasti alla chiamata e corrono ai Fori imperiali per la grande parata in onore di Hitler. Anche il condominio della periferia romana dove vivono Antonietta e Gabriele si svuota, ma loro due, per ragioni diverse, restano a casa, lontano dai clamori festanti. La fortuita fuga del merlo di Antonietta la spinge ad uscire dal sicuro rifugio domestico per avventurarsi in uno spazio sconosciuto: dovrà bussare alla porta del suo dirimpettaio, per recuperare il volatile. Così avviene l'incontro con il riservato Gabriele, così ha inizio una giornata particolare per entrambi, fatta di timide confidenze e di rivelazioni di sogni mai espressi. Antonietta (Loren) è la classica moglie "fascista", serva di un marito gretto e ignorante e dei sei figli pedissequamente indottrinati nelle loro divise di regime. Il marito, camicia nera, impiegato al Ministero dell'Africa Orientale, è uomo prepotente e fedifrago, un cafone incapace anche di un solo gesto di tenerezza nei confronti della compagna. Obbediente ai dettami della virilità ardita e alla misoginia fascista, che considerava la donna solo come fattrice di prole e domestica dell'uomo, obbligando la moglie a sfornargli figli, di cui poi vantarsi con orgoglio. La immaginiamo, Antonietta, rapportarsi fin da piccola con l'arroganza "maschia" di un padre autoritario, prima ancora di quella del marito. Cresce dunque convinta che "il genio sia solo uomo" e confiderà a Gabriele: "Pure io mi sento considerata meno di zero... mio marito con me non parla, ordina, di giorno e di notte". Questa era l'ipocrisia del matrimonio fascista, incoraggiato in ogni modo per raggiungere gli obiettivi della campagna demografica annunciata già nel 1927 ("Tutti gli organi del partito funzionano. Devono perciò funzionare anche quelli genitali" diceva il gerarca Achille Starace). Antonietta per sua fortuna è "madre prolifica", perfetta nel ruolo di moglie ubbidiente e mamma premurosa, ma la malinconia nel suo sguardo e il tono dimesso dei gesti denunciano una sofferenza interiore e una antica rassegnazione: il sacrificio lontano di sogni infranti, di desideri irrealizzati, di speranze disattese. Questa donna, sciatta casalinga depressa, in un giorno di "libertà dalla famiglia", conosce Gabriele (Mastroianni). Lui è omosessuale, licenziato dall'EIAR, dove lavora come annunciatore, perché affetto dal "vizio abominevole"e per questo condannato al confino in un remoto angolo della Sardegna. Fra i due, dopo un primo momento di reciproca diffidenza, nasce un affetto spontaneo e inconsueto, capace di colmare le loro differenti solitudini anche solo per un giorno. Antonietta e Gabriele condividono la stessa oppressione, figlia della "virilità fascista" che da un lato disprezza, anzi nega l'omosessualità, dall'altro severamente la punisce; così come determina il destino delle mogli-madri, sottomesse all'uomo macho, consenzienti che i mariti sfoghino la loro maschia gioventù nei bordelli, piuttosto di essere abbandonate per un'amante fissa. Gabriele è disperato e l'arrivo di Antonietta lo salva dal proposito di suicidio. Antonietta rimane affascinata da quest'uomo garbato e gentile, persino bizzarro. All'inizio paiono incompatibili, intellettuale e critico lui, ignorante e ingenua lei. Dopo un primo approccio Gabriele si autoinvita per un caffè, Antonietta contenta (ritorna a curare il proprio aspetto con vezzo tipicamente femminile) accetta: gli parla della famiglia, gli mostra orgogliosa l'album in cui raccoglie le foto e gli articoli sul duce, fiera di essere fascista. Non comprende subito lo scetticismo di Gabriele, certe sue battute. "Siete scapolo? Allora pagate la tassa sul celibato" "Eh già: come se la solitudine fosse una ricchezza...". Poi, dopo l'avvertimento della portiera maldicente, scopre che Gabriele è considerato dal Partito un disfattista e un sovversivo: "Io non credo che l'inquilino del terzo piano sia antifascista, semmai il fascismo è anti-inquilino del terzo piano" confessa con amarezza Gabriele. Il ghiaccio ormai è rotto e i due iniziano un gioco di confidenze e confessioni che li porterà ad un confronto tanto intenso, quanto drammatico, ma soprattutto a rispecchiarsi vicendevolmente nell'altrui infelice emarginazione. Il comune disincanto, la reciproca accettazione priva di falsi pregiudizi, li unisce in un momento d'amore autentico. A sera Antonietta torna ad essere la perfetta casalinga fascista, ma ormai consapevole del suo destino, riesce a trovare il coraggio di rifiutare pacatamente le avance del marito, interessato solo a ingravidarla del settimo figlio per ottenere l'assegno premio del regime. Intanto Gabriele è prelevato dalla polizia per essere condotto al confino. I due incontri, quello intimo tra i protagonisti e quello storico tra i due dittatori procedono paralleli per l'intero film: il sottofondo sonoro alla vicenda personale è infatti l'autentica radiocronaca della visita di Hitler, commentata dalla popolare voce del fascismo Guido Notari, riconoscibile nel timbro monotono e retorico. La cronaca radiofonica dell'evento, colonna sonora della giornata particolare dei due reietti, non fa altro che intensificare il loro smarrimento, l'estraneità ad un sistema che li rifiuta e nel contempo cerca di assorbirli. Considerato da molti critici il miglior film di Ettore Scola, sceneggiato insieme a Maurizio Costanzo e a Ruggero Maccari, "Una giornata particolare" non contempla i toni cinici e sarcastici propri di altri lungometraggi del regista ("Il commissario Pepe", "C'eravamo tanto amati"), eppure non disdegna una lieve ironia, pur conservando una struttura narrativa delicata e sommessa. Ettore Scola ha qui abbandonato i toni della commedia all'italiana, di cui fu abile maestro, per un neorealismo crepuscolare, sublime nella suggestiva fotografia dai colori sbiaditi e nella ricostruzione d'interno di un anonimo quartiere popolare. Fu candidato all'Oscar, ma non vinse. Ebbe, però, altri meritati riconoscimenti, grazie anche alla sensibile interpretazione dei due attori. La Loren, pur incarnando il ruolo di popolana già altre volte espresso, qui accetta d'imbruttirsi, di mostrarsi in ciabatte e senza trucco, in una prova drammatica che le valse il David di Donatello. Pure Mastroianni abbandona il classico ruolo di latin lover e per la prima volta impersona un omosessuale con la spontaneità interpretativa che gli è propria, attribuendo al suo ruolo un'intensità emotiva indimenticabile. Entrambi, perfettamente a proprio agio, danno vita a questa storia d'amore apparentemente impossibile, fragile e poetica, purtroppo rassegnata. Il film critica duramente il fascismo, analizzandone gli aspetti più grotteschi, denunciandone la politica d'emarginazione, condizione tipica dei sistemi autoritari, ed ha soprattutto il pregio di far riflettere su temi sempre attuali. La pervasività del modello di virilità fascista, che impone un ruolo subalterno alla donna e incita la condanna del pederasta è purtroppo ancora attuale nei rigurgiti di una mentalità maschilista, misogina e omofoba presente proprio nelle società più evolute e democratiche. Rigurgiti di un'intolleranza da respingere con forza, perché come afferma tristemente Gabriele: "Finisce sempre che ci adeguiamo alla mentalità degli altri, anche quando è sbagliata".

  • Bernardo Bertolucci, Novecento, Atto II, 1976
    Bernardo Bertolucci, Novecento, Atto II, 1976Il film narra la storia di due italiani nati lo stesso giorno (il 27 gennaio 1901), nello stesso luogo (una grande fattoria emiliana) ma su fronti opposti: Alfredo è figlio dei ricchi proprietari della fattoria, i Berlinghieri; Olmo è figlio di Rosina, contadina vedova della medesima fattoria, e non sa chi è suo padre data la promiscuità nella quale vivevano i contadini all'inizio del XX secolo, segregati di notte e sfruttati di giorno come bestie da soma. In effetti, in una scena dove Giovanni, il padre di Alfredo, pronuncia parole affettuose nei confronti di Olmo invitandolo dolcemente a rientrare in casa, potrebbe far intuire che Alfredo sia il fratellastro di Olmo. Proprio le lotte contadine e la Grande Guerra dapprima, e il fascismo con la lotta partigiana per la Liberazione poi, sono al centro dei fatti che si susseguono, con al centro, e per filo conduttore, la vita dei due nemici-amici, impersonati in età adulta da Gérard Depardieu (Olmo) e da Robert De Niro (Alfredo). Burt Lancaster, nel ruolo del nonno di Alfredo, e Donald Sutherland nel ruolo del violento, cinico e spietato Attila, chiamato con la sua ferocia asservita al potere a rappresentare l'arrivo devastante del fascismo in un paese dove la ricca borghesia iniziava a temere le varie organizzazioni socialiste a difesa dei lavoratori, sono alcuni degli altri indimenticabili volti di questa pellicola. Ma non possiamo dimenticare il nonno di Olmo, Leo, il capofamiglia dei Dalcò, interpretato da Sterling Hayden, la cugina di Alfredo, Regina, che Laura Betti dipinge con grande mestiere, la moglie di Olmo impersonata da Stefania Sandrelli e Dominique Sanda, moglie di Alfredo troppo sensibile per poter sopportare di restare al fianco del marito colpevole, ai suoi occhi, di non aver lasciato fuori dalla sua fattoria le brutture e le nefandezze di quel periodo di travagli politici e sociali. L'ultima parte del film si riallaccia alle scene iniziali, quando, durante il sospirato giorno della Liberazione, Attila viene finalmente giustiziato nel cimitero, di fronte alle tombe delle sue vittime, e Alfredo viene preso in ostaggio da un ragazzino armato di un fucile ricevuto dai partigiani. Olmo, creduto morto, ricompare ed inscena un processo sommario al Padrone Alfredo Berlinghieri. Il legame di amicizia prevale e Olmo "condanna" Alfredo ad una morte virtuale (in realtà sottraendolo al linciaggio), inizialmente poco compresa dagli altri paesani, ma alla fine coralmente accettata con una sfrenata e liberatoria corsa nei campi, sotto l'enorme bandiera rossa cresciuta e tenuta nascosta durante il ventennio. Le forze dell'ordine sopraggiungono per intimare il disarmo ai partigiani, ed è proprio Olmo ad accettare per primo di deporre il fucile dopo aver sparato in aria per simboleggiare l'esecuzione della parte vile e malvagia del suo amico più caro. Alfredo ed Olmo iniziano così a scherzare di nuovo, accapigliandosi come da bambini. Il film si chiude sui due amici che, ormai anziani, continuano ad azzuffarsi nei luoghi dell'infanzia, con Olmo che continua, come faceva da bambino, a sentire la voce del padre (mai conosciuto) in un palo del telegrafo e Alfredo che goliardicamente si uccide come da piccolo si stendeva per gioco e imitando lo pericolato Olmo sulle traversine dei binari del treno in arrivo.
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  • Pier Paolo Pasolini, Salò o le 120 giornate di Sodoma, 1976
    Pier Paolo Pasolini, Salò o le 120 giornate di Sodoma, 1976E' l'ultimo film (1975) scritto e diretto da Pier Paolo Pasolini e si ispira al romanzo del marchese Donatien Alphonse François De Sade, Le centoventi giornate di Sodoma. Il film è ambientato tra il 1944 e il 1945, in piena Seconda Guerra Mondiale, e il titolo è appunto un riferimento al regime fascista e agli orrori avvenuti durante quel periodo.
    Il film è diviso in quattro parti, strutturate in maniera simile ai gironi infernali danteschi: Antinferno, Girone delle Manie, Girone della Merda e Girone del Sangue.
    Antinferno
    «Tutto è buono quando è eccessivo!» (Il Monsignore)
    Nel 1944-1945, nella Repubblica di Salò, durante l'occupazione nazifascista, quattro "Signori", rappresentanti di tutti i Poteri dello Stato, il Duca (quello nobiliare), il Monsignore (quello ecclesiastico), Sua Eccellenza il Presidente della corte d'Appello (quello giudiziario) e il Presidente (quello economico), decidono di ritirarsi per un lungo soggiorno in una villa isolata dal resto del mondo insieme a un folto gruppo di giovani di entrambi i sessi, i quali verranno usati per soddisfare e sperimentare tutte le loro perversioni sessuali: seguono la sottoscrizione delle regole da parte dei Signori e la sottoscrizione del loro patto di sangue (ognuno sposa la figlia dell'altro), la cattura dei giovani repubblichini di leva da parte delle SS, e infine la caccia alle giovani vittime da parte dei repubblichini e dei collaboratori al soldo dei quattro gerarchi. La caccia alle potenziali vittime dura settimane e nel frattempo i giovani, prescelti in base a determinate caratteristiche, vengono adescati, rapiti, catturati e strappati dalle proprie famiglie o, in alcuni casi, addirittura venduti dai loro stessi familiari; dopodiché vengono sottoposti al giudizio dei libertini, che dopo una lunga e dura selezione, in cui un soggetto veniva respinto per il minimo difetto fisico, scelgono infine nove ragazzi e nove ragazze, di età compresa tra i quindici e i vent'anni. Le vittime vengono poi caricate su dei camion militari e trasportati fino a Marzabotto, dove si trova l'enorme villa, di proprietà del Duca, scelta per il soggiorno; durante il trasferimento un ragazzo, proveniente da una famiglia di "sovversivi", tenta la fuga ma viene ucciso dai soldati. Una volta arrivati a destinazione, i Signori passano alla lettura dei regolamenti: per tutta la durata del soggiorno essi saranno autorizzati a disporre indiscriminatamente e liberamente della vita di tutti i membri della comunità (specialmente di quella delle giovani vittime, dei collaborazionisti e delle figlie-spose), i quali dovranno tenere un comportamento di assoluta obbedienza nei loro confronti, rispettando le leggi e gli ordini impartiti da questi ultimi, e dovranno soddisfare tutte le loro richieste e i loro desideri senza eccezioni. In caso di disobbedienza andranno incontro a terribili punizioni. Dopodiché, il gruppo fa il suo ingresso nella villa, dove ogni porta e finestra viene sbarrata per impedire qualsiasi tentativo di fuga.
    Regolamenti
    «Deboli creature incatenate, destinate al nostro piacere, spero non vi siate illuse di trovare qui la ridicola libertà concessa dal mondo esterno. Siete fuori dai confini di ogni legalità. Nessuno sulla Terra sa che voi siete qui. Per tutto quanto riguarda il mondo, voi siete già morti.» (Il Duca)
    La comunità che prenderà soggiorno all'interno della villa è composta dai seguenti elementi: quattro Signori, tre narratrici, diciassette giovani vittime (nove ragazze e otto ragazzi), quattro figlie-spose (trattate come schiave e perennemente nude), otto collaborazionisti (quattro soldati e quattro repubblichini), una pianista e sei servi (tra cui anche una ragazza di carnagione scura). Il regolamento prevede che ogni giornata si svolga nel seguente modo: alle ore sei in punto, tutti dovranno ritrovarsi nella cosiddetta Sala delle Orge, dove tre ex prostitute d'alto bordo, a turno, nella mansione di narratrici, avranno il compito di raccontare le proprie perversioni sessuali con lo scopo di eccitare i Signori e contemporaneamente di "educare" i ragazzi alla soddisfazione dei loro appetiti sessuali; le narratrici saranno accompagnate al pianoforte da una quarta donna che avrà il compito di estetizzare ulteriormente le loro crude ed esplicite narrazioni. La sera, dopo cena, avranno luogo le cosiddette "orge", che consisteranno nella messa in pratica delle "passioni" narrate in giornata, in cui tutti i presenti si "mescoleranno" e si "intrecceranno" tra di loro consumando ogni tipo di atto sessuale, anche di natura sodomitica, incestuosa e adulterina. In caso di infrazione, anche di lieve entità, ai regolamenti o a un ordine impartito da uno dei Signori, il colpevole verrà meticolosamente segnato su un quaderno speciale adibito allo scopo (chiamato "Libro delle punizioni" o semplicemente "Lista") e punito in un secondo momento, inoltre chiunque verrà trovato "in flagrante delitto" con una donna riceverà come punizione l'amputazione di un arto, e ogni atto di devozione religiosa sarà bandito, pena la morte.
    Girone delle Manie
    «I capricci, per barocchi che essi siano, li trovo tutti rispettabili. Sia perché non ne siamo arbitri, sia perché anche il più singolare e il più bizzarro, a ben analizzarlo, risale sempre a un principe de délicatesse... e sì, vecchi rottinculo: esprit de délicatesse!» (Il Monsignore)
    Il primo girone è quello delle Manie. In esso, la Signora Vaccari, la prima narratrice, intrattiene gli ospiti raccontando le sue esperienze libertine avute in gioventù, riferendosi in particolare a quelle della sua infanzia. I Signori, eccitati da questi racconti, iniziano a compiere una serie di sevizie e abusi sui corpi nudi o vestiti delle giovani vittime e delle loro figlie, aiutati e rinforzati dai loro fedeli collaboratori, e passano le giornate a chiacchierare eruditamente sul significato morale del libertinaggio e sull'anarchia del potere, citando a memoria brani scritti da Klossowski, Baudelaire, Proust e Nietzsche, e a raccontarsi barzellette di cattivo gusto. Tra le molte sevizie, primeggiano quelle di celebrare matrimoni simulati tra le giovani vittime e costringerli poi a consumare il primo rapporto davanti allo sguardo compiaciuto dei libertini, o di farli mangiare a quattro zampe, nudi, latranti come dei cani, degli scampoli di cibo gettati in terra o nelle ciotole, quando alcuni di questi bocconi di cibo sono riempiti, a sorpresa, di chiodi. Durante il Girone una ragazza del gruppo delle vittime, non riuscendo a sopportare gli abusi a cui è sottoposta, si uccide tagliandosi la gola davanti a un altare religioso situato nella Sala delle Orge.
    Girone della Merda
    «Vi renderete conto che non esiste cibo più inebriante, e che i vostri sensi trarranno nuovo vigore per le tenzoni che vi attendono.» (La Signora Maggi)
    In questo girone, la seconda narratrice, la Signora Maggi, narra le sue esperienze nel campo delle pratiche anali, in particolare quelle relative all'oroanalità e alla scatofilia, coronamento metaforico del film. Accanto alle sempre più fitte chiacchiere erudite dei Signori, che discutono sulla raffinatezza del libertinaggio e del gesto sodomitico, vengono celebrati falsi matrimoni tra i libertini e le giovani vittime (vestiti da spose), "concorsi" per premiare chi ha il "deretano più bello" e scene di coprofagia: prima il Duca costringe una ragazza in lacrime a mangiare con un cucchiaino gli escrementi che ha appena defecato al centro della sala, e successivamente, dopo aver obbligato le vittime a non espellere i propri bisogni per giorni interi, nonostante gli fossero state provocate intossicazioni alimentari, tutte le feci prodotte vengono raccolte e servite a tavola durante la cena.
    Girone del Sangue
    «Tutto è pronto. Tutti i macchinari vengono azionati. Le torture incominciano contemporaneamente, provocando un terribile frastuono.» (La Signora Castelli)
    Il Girone si apre con la celebrazione del falso matrimonio del Duca, l'Eccellenza e il Presidente (vestiti da nobildonne) con tre soldati. L'ultima sera di permanenza alla villa, mentre il Monsignore compie il giro d'ispezione notturna nelle camere degli ospiti, vengono a galla i tradimenti e le violazioni delle regole da parte degli inquilini della magione: un ragazzo del gruppo delle vittime, per salvarsi dall'imminente punizione che lo attendeva l'indomani, accusa una sua coetanea di tenere nascosta la fotografia di un uomo sotto il cuscino; scoperta la foto, quest'ultima a sua volta denuncia due sue compagne di stanza perché fanno l'amore ogni notte; colte sul fatto, una delle due rivela che uno dei repubblichini ha una relazione segreta con la "serva nera", che vengono entrambi sorpresi a fare l'amore e uccisi dai quattro Gerarchi; il ragazzo muore sotto i colpi di pistola dei quattro Potenti con il pugno sinistro chiuso alzato. Successivamente una giovane vittima di nome Umberto viene scelta come rimpiazzo del collaborazionista ucciso. Il giorno successivo, Il Duca annuncia i nomi di coloro che verranno designati alle punizioni, ovvero le quattro figlie-spose e dodici vittime (sei ragazzi e sei ragazze), facendoli contrassegnare con un nastro azzurro, dopodiché dice a tutti quelli che non sono stati nominati che potranno fare ritorno a Salò a patto di "continuare a collaborare". In seguito, dopo l'ultima narrazione della Signora Castelli e il suicidio della Pianista, i Signori, nel cortiletto interno della magione, aiutati dai loro vecchi e nuovi collaboratori, si prodigano in balletti isterici e atti sessuali necrofili sulle vittime, in un'orgia progressiva di torture, sodomizzazioni, ustioni, lingue mozzate, occhi cavati, scalpi, impiccagioni e varie uccisioni rituali, mentre uno dei libertini, a turno, si apposta a una finestra della villa e osserva compiaciuto la scena tramite un binocolo.
    Epilogo
    Mentre fuori dalla villa si compie l'immane carneficina, in una delle stanze interne, due giovanissimi soldati repubblichini, annoiati e assuefatti mentre attendono i prossimi ordini, cambiano canale alla radio d'epoca che trasmette i Carmina Burana di Orff e, sulle note della canzonetta degli anni quaranta Son tanto triste, motivo conduttore della pellicola, decidono di improvvisare maldestramente qualche passo di valzer, e il film si conclude con un dialogo tra i due: «Come si chiama il tuo ragazzo? Margherita.»

  • Umberto Orsini, Uomini e no, 1980
    Umberto Orsini, Uomini e no, 1980Ambientato a Milano nel lungo inverno del ‘44. Guidati dallo spietato Cane Nero, i fascisti compiono rastrellamenti ed eccidi, nel disperato tentativo di evitare la incombente sconfitta. Ma il CNL si avvale di uomini nascosti ovunque e pronti a colpire. Attenta e sapiente la regia di Orsini.

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  • Paolo e Vittorio Taviani, La notte di San Lorenzo, 1982
    Paolo e Vittorio Taviani, La notte di San Lorenzo, 1982Affresco della campagna toscana dell'agosto del 1944, che fa da sfondo ad uno dei tanti episodi di ferocia e crudeltà della nostra storia recente, raccontato guardando però alle tenerezze, la buona volontà, gli eroismi e la paura della gente comune. È l'estate del 1944, il paese di San Martino (nome di fantasia che richiama San Miniato, città d'origine dei registi) è nel mezzo della guerra di Resistenza. I tedeschi all'approssimarsi delle truppe Alleate ordinano a tutta la popolazione di riunirsi nel duomo. Un gruppo di uomini, donne e bambini, guidato dal fattore Galvano, temendo una possibile trappola, decide di fuggire e abbandona il paese col favore della notte, per andare incontro agli americani che arrivano da sud. Intanto ha luogo nella chiesa la strage perpetrata dai tedeschi. Mentre i fuggitivi si trovano in un campo a raccogliere il grano con un gruppo di contadini legati alla resistenza vengono attaccati da un gruppo di fascisti. Dopo una scaramuccia sanguinosa i fascisti sopravvissuti mostrano la loro codardia uccidendo a sangue freddo alcuni sopravvissuti di San Martino. Alla fine gli scampati riparano in un cascinale dove trascorrono la notte e Galvano corona il suo sogno d'amore con la cugina Concetta. All'alba giunge la notizia dell'arrivo degli Alleati. È la Liberazione, i sopravvissuti fanno insieme ritorno a San Martino, tranne Galvano che resta a riflettere sotto la pioggia nell'aia del cascinale che li ha ospitati per la notte. Presentato in concorso al 35º Festival di Cannes, ha vinto il premio il Grand Prix Speciale della Giuria.
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  • Marco Tullio Giordana, Notti e nebbie, 1984
    Marco Tullio Giordana, Notti e nebbie, 1984Dall’omonimo romanzo di Carlo Castellaneta. Recensito dal Morandini: “è il migliore dei pochi film italiani che hanno raccontato dalla parte del fascismo repubblichino il tragico periodo di Salò. La chiave di lettura è il melodramma, sulla scia del noir hollywoodiano, filtrato con un gusto quasi viscontiano per il senso di putrefazione morale e corruzione fisica, la ridondanza sempre controllata, la misoginia dei ruoli femminili, la cura dei particolari. Grande prova di Orsini che sa dare al suo Spada una malefica grandezza. Notevoli i contributi della fotografia (16 mm) di Franco Delli Colli e delle scene di Armando Nobili nella rievocazione di una Milano livida e allucinata.” Il film racconta le vicissitudini di Bruno Spada (Umberto Orsini), commissario di polizia a Milano negli anni della Repubblica Sociale e della Resistenza ai nazifascisti. Spada svolge i suoi compiti di polizia politica, controllo della fedeltà dei dirigenti e funzionari della Repubblica e repressione delle clandestine attività antifasciste, in una Milano e un'Italia lacerata da una vera e propria guerra civile. Attentati, violenze, torture, tradimenti, attraversano la vita di questo funzionario, lacerando a loro volta la sua coscienza e facendo vacillare le sue motivazioni di funzionario fascista, portandogli enormi crisi di coscienza e forti dubbi esistenziali. Morirà fucilato il 25 aprile 1945 per mano dei partigiani che quel giorno rovesciarono il regime repubblichino e liberarono la città dall'occupazione nazifascista.
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  • Roberto Faenza, Jona che visse nella balena, 1993
    Roberto Faenza, Jona che visse nella balena, 1993Tratto dal romanzo autobiografico dello scrittore Jona Oberski intitolato Anni d'infanzia. Un bambino nei lager. È un importante film italiano sul dramma dell'Olocausto. Ha ottenuto nel 1993 il premio David di Donatello per miglior regia, migliore musica e migliori costumi.
    A quattro anni, Jona Oberski che vive ad Amsterdam con i genitori ebrei Max e Hanna. a causa dell'occupazione nazista della città, è costretto con la sua famiglia a trasferirsi in un campo di smistamento tedesco. Gli Oberski sono destinati a passare da un campo di raccolta all'altro, per essere poi scambiati con prigionieri germanici. A 7 anni, Jona ha già subíto freddo, fame, paure e sofferenze: sempre insieme per sua fortuna ai genitori (in baracche comunque diverse), il bambino è obbligato a farsi un mondo suo, subendo anche momenti umilianti o angherie anche degli altri ragazzi, abituandosi al filo spinato e alle voci minacciose. Rarissimamente un gesto gentile (l'anziano cuoco di un lager, o il medico dell'ambulatorio). Poi l'ultimo incontro amoroso dei genitori: la morte del padre stremato nel fisico; quella della madre semidelirante (curata ormai in un ospedale sovietico): l'assistenza di una ragazza a cui quella lo ha affidato e, infine, nel 1945, la generosa accoglienza dei Daniel, una matura coppia abitante ad Amsterdam. E' tutto ciò che resta a Jona a testimonianza del suo passato e delle radici amarissime, nel quadro di una tragedia immane, da cui il bambino è uscito solo per la sua tenacia e per la memoria incancellabile di sua madre, che anche morente ha continuato a dirgli "non odiare nessuno".

  • Roberto Benigni, La vita è bella, 1997
    Roberto Benigni, La vita è bella, 1997Guido, un giovane ebreo amante della vita e della poesia, si reca ad Arezzo con l'amico Ferruccio in cerca di lavoro. Si fa assumere come cameriere dallo zio Eliseo, che gestisce il Grand Hotel, e s'innamora di Dora, un'insegnante promessa sposa all'antipatico fascista Rodolfo. Con l'esuberanza e l'allegria del suo carattere, riesce a vincere le reticenze della maestrina, e a sposarla. Sei anni dopo, probabilmente denunciato dalla suocera che non ha mai digerito il matrimonio, Guido è deportato in un campo di concentramento con lo zio Eliseo e col suo figlioletto, il piccolo Giosuè, mentre Dora, pur non essendo ebrea, decide di seguirli di sua iniziativa. È l'inizio della tragica avventura di un padre che, per proteggere il figlio dalla realtà, maschera l'intero dramma della prigionia dietro la ridente facciata di un appassionante gioco a punti; di un marito che, vincendo la lontananza fisica, cerca di restare vicino all'amata moglie; di un uomo, che è disposto veramente a tutto, anche al personale sacrificio, pur di difendere ciò che ha di più caro. Sino alla prova conclusiva, che nella fantasia di Giosuè assume i connotati di una lunga partita a nascondino, prima dell'assegnazione dell'ambito premio finale. Da un punto di vista strettamente razionale, La vita è bella è un film ricco di punti deboli: anacronismi a volontà (l'espediente del gioco a punti, per dirne uno, somiglia molto alla più recente logica del videogame), inverosimiglianze che sfociano nell'assurdo, situazioni melense e semplicistiche che mettono a dura prova la credibilità del racconto. Per tacere il sotteso buonismo e la retorica che trapela in alcune sequenze. Ma l'insidia di uno sciropposo melodramma è superata da un'insolita carica emotiva. L'intera storia è attraversata dalla forza di una poesia, sorretta dall'incantevole commento musicale di Nicola Piovani, che trascende le incoerenze dello script, spingendo lo spettatore a guardare ben oltre le apparenze, e persino oltre la spesso sopravvalutata sfera del pensiero. È un poema sulla vita, sull'amore, sulla famiglia, e profonda in questo senso è l'intesa umana, oltre che professionale, tra Benigni e il piccolo Cantarini, non dimenticando quella altrettanto notevole tra il protagonista e la Braschi, che portano sul set l'autenticità di un rapporto collaudato dalla vita stessa. Deciso è anche il tratteggio di alcune figure di contorno, come il già ricordato zio Eliseo, interpretato da un convincente Giustino Durano, e il curioso dottor Lessing, deus ex machina ridicolo e tragico, che da apparente angelo custode di Guido si rivela in tutta la sua impotenza, vittima non tanto del sistema, quanto di un cieco solipsismo che sospinge la vicenda nel suo risvolto più spiccatamente drammatico. Ma la grande rivelazione è proprio lui, Benigni, attore, regista, e uomo. Il film segna un solido spartiacque e insieme un momento di felice connubio tra il “comico puro” della prima produzione e “l'artista impegnato” della successiva, non solo sul piano strettamente cinematografico, ma su quello più generale di uomo di spettacolo. Rivela compiutamente un talento soltanto incubato nei lavori precedenti, e qui pienamente espresso, con eleganza e con un esuberante citazionismo, che va da Chaplin al collega e grande amico Massimo Troisi, cui deve tantissimo, e che ricalca soprattutto nell'esasperato “girotondo” messo a punto per incontrare Dora, memore dell'originale, ma meno appariscente, in Ricomincio da tre. Nel complesso emerge una vivace macchina narrativa, emozionante e divertente (la scena dell'interpretariato, da sola, è un piccolo capolavoro di comicità), sino all'inatteso finale, un po' pretenzioso, ma che scalda il cuore e zittisce anche i cinismi più accaniti. E' la magia di una storia che ci ricorda come, nonostante tutto, la vita meriti di essere vissuta. Magari con un pizzico della salutare follia di questo piccolo grande diavolo del cinema!
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  • Francesco Rosi, La tregua, 1997
    Francesco Rosi, La tregua, 1997Tratto dal romanzo omonimo del 1963 (vincitore del premio Campiello) di Primo Levi. La storia è quella narrata nel libro da cui il film è tratto: all'inizio del gennaio 1945, quando ormai la Germania nazista è costretta a difendersi dall'arrivo delle truppe sovietiche da un lato e dall'inarrestabile avanzata degli angloamericani dall'altro, i soldati tedeschi ricevono l'ordine di abbandonare i campi di concentramento situati in est Europa, per sfuggire all'arrivo dei russi. Vengono così cancellate le tracce degli orrori commessi nei lager distruggendo tutti i registri ufficiali e i deportati ancora in vita vengono chiusi nei campi e lasciati al loro destino. Anche i deportati nel lager di Auschwitz subiscono la stessa sorte e dopo essere stati liberati dai russi cercano un modo di tornare alle proprie case. Tra di essi ci sono francesi, polacchi e anche italiani. Uno di loro è Primo Levi (John Turturro), deportato poiché ebreo, che racconta quindi in prima persona il viaggio che ha dovuto affrontare insieme ad altri deportati italiani per fare ritorno in Italia, a Torino, la sua città natale. Il loro percorso attraverso l'Europa centrale è ricco di imprevisti e spesso li costringe a percorrere molti chilometri a piedi o su treni di fortuna. Il gruppo che viaggia con Primo è formato da Cesare (Massimo Ghini), un romano un po' spaccone ma molto estroverso e socievole, Daniele (Stefano Dionisi), veneto e oramai senza più una famiglia, sterminata dai nazisti. Poi Ferrari (Claudio Bisio), un ladro di professione, Unverdorben (Roberto Citran), violinista, D'Agata (Andy Luotto) siciliano. Di grande importanza è l'incontro che Primo fa con un greco (Rade Serbedzija), furbo e disilluso che gli farà capire molte cose con il suo acuto modo di sopravvivere ai guai. Dopo tante disavventure il gruppo giunge a Monaco, dove Primo mostra la sua uniforme da deportato di Auschwitz ad un soldato tedesco catturato e costretto ai lavori forzati all'interno della stazione. Quest'ultimo si inchina come per chiedere perdono. Il ritorno a Torino è vicino e Primo potrà finalmente riabbracciare la sorella e la madre. Brevi sequenze ci fanno capire come gli è ormai estraneo quel mondo silenzioso, tranquillo e fatto di cose che possono sembrare scontate a chi ci è abituato, come il pane morbido e una tavola pulita. Il ricordo della terribile esperienza lo segnerà per sempre.
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  • Daniele Luchetti, I piccoli maestri, 1998
    Daniele Luchetti, I piccoli maestri, 1998Tratto dall'omonimo romanzo di Luigi Meneghello. Nell'autunno del 1943 alcuni amici, studenti universitari vicentini, decidono a loro modo di opporsi all'invasione nazista dell'Italia e partono per l'altopiano di Asiago con la voglia di ad unirsi ad altri gruppi di partigiani. Ben presto però i ragazzi si accorgono di essere tanto bravi sui libri quanto poco bravi a fare la guerra. Vagano dapprima tra i villaggi, e in seguito si spostano tra i boschi e le montagne dell'Altopiano. Si uniranno a loro un operaio, un marinaio, il loro professore antifascista, il capitano Toni Giuriolo, e un giovane sottufficiale degli alpini, Dante. Si accorgeranno presto della difficoltà dell'impresa, infatti ogni decisione da prendere, ogni cosa da fare si trasforma in una discussione e le difficoltà sono tante. Nessuno dei ragazzi se la sente o vuole veramente uccidere e si accorgono presto che quella che inizialmente era stata intarpresa come un'avventura idealistica e forse sottovalutata si è trasformata in cruda e pericolosa realtà. Al primo rastrellamento serio dei nazisti, il gruppo si divide, con l'inverno si fanno sentire gli stenti, qualcuno viene ucciso. Un secondo rastrellamento invece vede le bande partigiane respingere i nazifascisti. Molti dubbi attanagliano il gruppo, si discute di quali azioni sia meglio intraprendere, Gigi e Marietto decidono di tornare a Padova e di continuare la loro lotta in città mentre il resto del gruppo preferisce rimanere in montagna. Nel corso di un fallito attentato ad un gerarca fascista Marietto viene arrestato. Pochi giorni dopo il Comitato Partigiano decide di tentare la conquista di Padova, accorrono in città tutte le bande partigiane dei dintorni tra cui quella che Gigi aveva lasciato sulle montagne. La battaglia vede i partigiani avere la meglio sui nazifascisti cosicché la città verrà liberata prima dell'arrivo degli alleati. Quando Gigi e Simonetta vanno incontro ad una colonna di carri armati inglesi che sta entrando in città, il protagonista non trova niente di meglio da dire che: "Non sarete mica tedeschi?". Il film si chiude con Gigi e Marietto (torturato in prigione dai fascisti e tornato libero dopo la vittoria partigiana) che riflettono amaramente sull'irripetibilità di quella loro stagione così intensa e piena di gioia e sofferenze.
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  • Guido Chiesa, Il partigiano Johnny, 2000
    Guido Chiesa, Il partigiano Johnny, 2000Tratto dall'omonimo romanzo di Beppe Fenoglio. Johnny, studente universitario appassionato di letteratura inglese, dopo l'8 settembre 1943 diserta dall'esercito a Roma e ritorna a casa, ad Alba. Inizialmente rifugiatosi in una villa in collina, dove si dedica ai suoi studi, dopo la morte di un amico decide di agire in prima persona, lascia quindi la città e si aggrega alla prima formazione partigiana che incontra, i "rossi" guidati dal Biondo, dei quali non condivide l'ideologia comunista, ma solo il desiderio di combattere i fascisti. Rimasto solo dopo che il gruppo si è sbandato sotto l'attacco tedesco, riesce a raggiungere la formazione autonoma degli "azzurri", guidati dal carismatico Comandante Nord, in contatto con gli alleati angloamericani, meglio equipaggiati ed organizzati. Tra di loro ritrova il suo caro amico Ettore e insieme partecipano alla temporanea, simbolica occupazione di Alba. Ma tanti, piccoli scontri decimano e disperdono le loro forze, Ettore viene catturato e condannato a morte, Johnny si ritrova ad affrontare il duro inverno del 1944 di nuovo solo. In primavera, Nord riunisce gli uomini e riprendono le attività di guerriglia. Il film si chiude su un'immagine fissa di Johnny impegnato in combattimento, forse sopraffatto dai nemici, seguita dalla scritta "Due mesi dopo la guerra era finita".

  • Andrea e Antonio Frazzi, Il cielo cade, 2000
    Andrea e Antonio Frazzi, Il cielo cade, 2000Estate '44, in una bella villa in Toscana. Penny e sua sorella Baby, restate orfane di padre e madre a causa di un incidente di macchina, vengono condotte presso gli zii, che abitano in campagna. La zia è la sorella della mammma delle bambine ed è sposata con un affascinante intellettuale tedesco, amante della musica e dell'arte. L'intera vicenda del film è vista e raccontata attraverso gli occhi di Penny, la sorellina maggiore. È con lei che faremo la conoscenza del mondo straordinario che si svolge attorno all'isola felice costituita da questa villa e dai suoi stravaganti ospiti, nonché del mondo contadino che alla villa fa capo. Il film narra, infatti, le semplici vicende che si svolgono attorno a questa villa (l'amicizia con i figli dei contadini, la scuola, i problemi religiosi, la presa di coscienza d'una relatà crudele ed ineluttabile, la scoperta dei primi palpiti amorosi, l'amicizia con un dolente Generale Tedesco consapevole e gentile, la fascinazione esercitata dallo Zio Wilhelm (intellettuale ebreo, idealista e paladino di giustizia) dall'estate del '44 fino alla tragica conclusione della guerra, che porteranno all'inutile sacrificio dell'intera famiglia Einstein: la zia e le due cuginette barbaramente massacrate dai tedeschi in fuga, cui seguirà l'inevitabile suicidio dello zio.
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  • Ettore Scola, Concorrenza sleale, 2001
    Ettore Scola, Concorrenza sleale, 2001Questo film è riconosciuto come d'interesse culturale nazionale dalla Direzione generale per il cinema del Ministero per i Beni e le Attività Culturali italiano, in base alla delibera ministeriale del 7 marzo 2000.
    Roma, 1938: Umberto Melchiori e Leone DellaRocca sono due commercianti di stoffa che lavorano sulla stessa via. Il primo, un milanese cattolico, prepara abiti su misura mentre il secondo, un ebreo romano, vende capi confezionati. I due commercianti sono perennemente in concorrenza. Essi adottano continuamente svariate strategie per attrarre i clienti nei propri negozi e molto spesso litigano per futili motivi. Il loro pessimo rapporto subisce una radicale svolta, dopo la promulgazione delle leggi razziali in Italia. Umberto comincia dunque a trattare con più rispetto il "rivale", consapevole del tragico periodo che quest'ultimo sta attraversando, costretto a chiudere anche il suo negozio. Il film si conclude con la partenza della famiglia di Leone verso il ghetto di Roma, con i due che nel frattempo hanno stretto amicizia: lo stesso Umberto era andato a trovare Leone, quando costui, a causa delle continue vessazioni a suo danno, si era ammalato. Questo finale lascia intuire che Leone non farà più ritorno nella sua città, essendo destinato probabilmente ad un campo di concentramento nazista.
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  • Giorgio Diritti, L'uomo che verrà, 2009
    Giorgio Diritti, L'uomo che verrà, 2009Nella versione originale il film è in dialetto bolognese con sottotitoli in italiano.
    Ambientato nel 1944, racconta gli eventi antecedenti la strage di Marzabotto visti attraverso gli occhi di una bambina di otto anni. Il film è stato girato a Radicondoli in provincia di Siena e in provincia di Bologna, con il supporto di Rai Cinema e del Ministero per i Beni e le Attività Culturali.
    Il film è stato presentato in concorso al Festival Internazionale del Film di Roma 2009, dove ha vinto il Marc'Aurelio d'Oro del pubblico al miglior film e il Gran Premio della Giuria Marc'Aurelio d'Argento. Ha ottenuto sedici candidature ai David di Donatello 2010, vincendo tre premi, fra cui quello per miglior film. Ha ottenuto sette candidature ai Nastri d'argento 2010, vincendo tre premi. Nell'inverno 1943-1944 sull'appennino emiliano, la piccola Martina, di otto anni, vive con i genitori e con la numerosa famiglia contadina, che fatica ogni giorno per sopravvivere. Dalla morte del fratello più piccolo Martina ha smesso di parlare e questo la rende oggetto di scherno da parte dei coetanei, tuttavia il suo sguardo sul mondo che la circonda è molto profondo. La seconda guerra mondiale arriva anche sulle sue colline ricoperte di neve, con la presenza sempre più invadente di soldati tedeschi e squadre di partigiani. Lena, la madre della bambina, resta nuovamente incinta e Martina segue con attenzione i nove mesi della gestazione, mentre le complesse vicende della guerra si intersecano con la quotidianità della vita contadina: il bucato, le ceste intrecciate nella stalla, la macellazione del maiale, gli amoreggiamenti dei giovani, la Prima Comunione. Il fratellino di Martina nasce in casa, a fine settembre del 1944. Allo spuntar del giorno le SS, appoggiati da reparti di soldati dell'esercito, arrivano nelle campagne bolognesi, mettendo in atto un feroce rastrellamento, che verrà ricordato come strage di Marzabotto: vecchi, donne e bambini vengono trucidati, dopo esser stati raccolti nei cimiteri, nelle chiese e nei casolari. Martina, che era riuscita a fuggire, viene scoperta e rinchiusa in una piccola chiesa insieme a decine di altre persone e, dopo avere chiuso le porte, attraverso le finestre i soldati lanciano all'interno delle granate che fanno strage. La bambina resta miracolosamente illesa e torna a casa, trovando solo stanze vuote e silenzio: prende la cesta con il fratellino e si rifugia nella canonica di don Fornasini, uno dei parroci della zona, e, dopo che la strage si è compiuta, fa ritorno al casolare di famiglia, dove si prende cura del fratellino intonando per lui una ninna nanna, riacquistando l'uso della parola.